Perfect Days – La vita delle immagini scartate
La durata era una sensazione,
la più fugace di tutte le sensazioni,
spesso più veloce di un attimo,
non prevedibile, non controllabile,
inafferrabile, non misurabile.
(Peter Handke, Canto alla durata, p.5)
Siamo soliti pensare che guardare la vita impedisca di viverla e sia una scelta inevitabilmente meno coraggiosa, più comoda. Con Perfect Days, Wim Wenders ragiona sul legame tra vivere e vedere, allestendo un discorso sullo sguardo del cinema che qui si fa profondamente personale.

La trama, semplicissima: Hirayama è un uomo di mezza età che vive in un piccolo locale a Tokyo e per lavoro pulisce i bagni pubblici della città. Il film è tutto qui: fin dalle prime scene seguiamo con meticolosa precisione il ripetersi delle giornate nei gesti anche minimi, con solo qualche istante che scalfisce – senza romperla – la quotidianità. La struttura di Perfect Days ricorda quindi non tanto quella di un poema, quanto quella di una ballata rock con strofe (le giornate sempre uguali), ritornello (i sogni in bianco e nero che separano i giorni), uno special (due incontri che rischiano di rompere la quiete) e un assolo finale. Quella in cui vive Hirayama è una ritualità non svuotata di senso ma capace di generare un senso: non è una circolarità involuta e senza soluzione ma un percorso, il risultato di una scelta di vita. Come tanti altri film di Wenders, Perfect Days è un road movie verso l’interno, un viaggio che porta il protagonista a capire perché ha deciso di vivere solo nel presente, momento per momento, esiliandosi dal passato.

Nel corso della sua carriera Wenders si è sempre mosso a cavallo del confine tra fiction e non fiction, alternando documentari e opere di finzione. Perfect Days gioca con questo confine sia nella sua particolare genesi (è nato infatti – in maniera simile a Il male non esiste di Ryūsuke Hamaguchi – con l’idea di un documentario sui bagni pubblici di Tokyo e solo in un secondo momento si è delineata una storia: anche qui la trama viene dopo le immagini), sia perché racconta una quotidianità estremamente ripetitiva che ricorda i ritmi del documentario, evocando però qua e là i frammenti di una narrazione più tradizionale e lineare. Sono due mondi narrativi diversi che si sfiorano: Hirayama ne sceglie uno, sceglie l’istante presente e irripetibile; l’altro, il passato, resta fuori, ai margini della pellicola, minaccioso e indecifrabile ma ormai ininfluente, e gli si presenta con l’aspetto di una sorella benestante e di sua figlia adolescente. Hirayama e la ragazza, in fuga dalla madre, passeggiano e scattano fotografie, e per un attimo sembra di tornare ad Alice nelle città. Si allude più volte a un colpo di scena che però non arriva mai: se arrivasse sarebbe un passo indietro per Hirayama, che verrebbe meno alla sua scelta di vita.

Questa dialettica tra presente e passato, tra uno stile di racconto documentaristico e uno più convenzionale, dimostra che la scelta narrativa di Wenders è il corrispettivo della dolorosa scelta di vita di Hirayama. Scelta che, per il regista, passa attraverso un processo di purificazione e asciugatura del racconto e delle immagini: lo sguardo si concentra sulle cose minime, sui gesti quotidiani ma depurati da ogni sentimentalismo scontato o superficiale. La distinzione tra fiction e non fiction sfuma, infine, anche nel corpo di Kōji Yakusho: grazie a un lavoro attoriale minuzioso, riesce a dare forma al protagonista con una spontaneità stupefacente. Riesce a restituire l’idea che dietro a ogni suo gesto ci sia una vita intera passata a perfezionarlo, a prendersene cura.

Un’altra volta è un’altra volta. Adesso è adesso.
Hirayama (Kōji Yakusho)
Quando si parla di Perfect Days si parla spesso di poesia e di grazia, categorie così generiche da risultare forse imprecise. Si potrebbe, invece, ricorrere a un altro concetto elaborato dallo scrittore austriaco Peter Handke: la durata. Handke, amico e collaboratore di Wenders (insieme hanno scritto, tra l’altro, la sceneggiatura da Il Cielo sopra Berlino), esplora questa idea nel poemetto Canto alla durata, descrivendola come il momento di estasi in cui si percepisce il proprio esistere nello scorrere del tempo. È una percezione che si realizza in momenti e “gesti di poco conto” all’interno del ripetersi della vita quotidiana. È qualcosa di simile alla sensazione che Wenders, al termine del film, definisce con la parola komorebi, il gioco di luce ogni volta unico e irripetibile che il sole crea filtrando tra le foglie e che Hirayama cattura nelle sue fotografie.

Che senso ha, a questo punto, vedere un film così ancorato alla ripetitività e privo delle consuete spinte emotive? Il suo senso, Perfect Days lo trova proprio nel tentativo di scoprire il valore dei momenti secondari della vita, quegli istanti che si trascurano o si vivono quasi senza accorgersene. Sono questi tempi interstiziali, la cartilagine dei giorni, a costituire l’esistenza di Hirayama eclissando quelli principali, i grandi eventi. Sono i fotogrammi scartati e superflui della vita; quei frammenti di pellicola che resterebbero sul pavimento della sala di montaggio. Wenders cerca di elaborare uno sguardo che sappia raccoglierli, e così porta a compimento un discorso sul significato e sul destino delle immagini che lo accompagna fin dagli inizi della sua carriera (da Fino alla fine del mondo a Lisbon Story e Il sale della terra). In Alice nelle città, il giornalista Philip Winter scattava istantanee per fermare il presente e dare un senso alla propria esistenza; Hirayama le scatta per ricordare e vivere. Le immagini servono non più a cristallizzare un momento ma a viverlo, a sperimentarlo nel tempo in divenire. In altre parole, servono a provare e recuperare la durata.

Il finale, con un lungo primo piano su Hirayama, lo racconta con chiarezza, invitando ad abbandonare tutto il superficiale per abituarsi a vedere davvero, e quindi a vivere in profondità. Saper vedere vuol dire saper vivere: una scelta estetica e umana. È un finale che tocca le corde giuste senza cadere nel patetico e arriva a un esito ancora più potente perché semplice, povero, elegante. Hirayama ha compreso che contemplare la vita vuol dire viverla, per non lasciare che nemmeno un istante vada perduto. Perfect Days si chiude con lui che guarda dritto verso di noi al di qua dello schermo, lasciandoci nel controcampo di un’alba che inonda la città, chiedendoci: e voi, come vivrete?
Chi non ha mai provato la durata
non ha vissuto.
(Peter Handke, Canto alla durata, p.51)
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[…] Perfect Days – come spesso accade a Wenders – è un film sulla soglia tra documentario e fiction che ridiscute e purifica i meccanismi narrativi consueti. È la storia di Hirayama, che pulisce bagni pubblici e raccoglie i fotogrammi scartati delle vite altrui, coltivandone i tempi apparentemente morti. È una riflessione, condotta con andamento lirico ed estrema cura di sguardo, sulla linea che separa la vita vissuta dalla vita osservata: un road movie verso l’interno, che nel finale si apre a un’accettazione totale e luminosa dell’istante presente. Paolo Prazzoli | Leggi l’articolo completo […]