“Agamennone” di Kerkìs: il potere della parola eschilea

Alle spalle dello spettatore si alzano voci profonde che, restando nel buio, parlano di guerra e di morte. Dei volti chi le pronuncia non si colgono i tratti, dei corpi solo il profilo che, pur vago, si presenta vigoroso e imponente. Parlano all’unisono, come avessero un’unica voce, mentre stringono in pugno lunghi bastoni. Avanzano lentamente, con disciplina marziale e con le aste tese, serrati come una falange oplitica. Il coro entra in scena. Da questa parodo solenne si può già cogliere l’essenza dell’ Agamennone di Kerkìs.

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Lo spettacolo prende avvio da un primo studio che l’associazione Kerkìs-Teatro antico in scena ha compiuto sul testo di Eschilo, uno dei più importanti dell’antichità, nel 2013, tuttavia, quello che dal 10 al 14 dicembre è andato in scena come sempre al Teatro alle Colonne di san Lorenzo a Milano per questa stagione 2018/19, è uno spettacolo nuovo che vede Eri Çakalli in regia e che si avvale delle musiche appositamente composte da Fabio Rovelli. L’austerità e la durezza della parola eschilea trovano in questa messinscena una concreta realizzazione. Con un testo di questo tipo il rischio di cadere nel declamatorio è alto: il periodare è pesante e complesso, lo stile grave e arcaico; per non parlare della quasi totale assenza di sviluppo dell’azione, che certo non aiuta. Nell’affrontare tutti questi potenziali pericoli la regia di Çakalli però si dimostra brillante e riesce superare magistralmente le difficoltà insite nel testo trasformando i punti deboli in punti di forza. Al centro di questo lavoro sta proprio la complessità della parola eschilea, della quale sono messi in risalto il potere evocativo e la solennità. I discorsi sembrano provenire da una regione viscerale, da una dimensione arcaica e dominata da Ares. Ciò è possibile grazie ad un intenso lavoro sugli attori, che si prestano ad una recitazione veemente,che riesce a caricare di vigore e forza immaginativa ogni sillaba. La scena è povera e non vi accade quasi nulla: è alla parola dell’attore che è affidato il compito di definire gli spazi, raccontare ciò che è accaduto, evocare e dare forma ad immagini ed eventi. Sono tanti i momenti in cui lo spettacolo è pienamente nelle mani di un attore che esplode in un lungo e trascinate monologo, e sempre si realizza la magia dell’evocazione: con Clitemnestra (Giulia Quercioli) vediamo quindi i fuochi di segnalazione che divampano l’uno dopo l’altro attraverso la Grecia, con il messaggero il tremendo tifone che devasta la flotta degli achei, con Cassandra la scure che si abbatte sul collo del re ed il sangue che sgorga dalla ferita.

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Kerkìs propone una interessante lettura della tragedia: il tema centrale resta sempre quello della vendetta, tuttavia dal modo in cui la vicenda viene affrontata si possono notare alcune particolarità. Clitemnestra è presentata come una donna sinceramente ferita dalla perdita della figlia, sacrificata da Agamennone prima di partire per Troia. Il suo dolore è il dolore di una madre, è umano e comprensibile e di conseguenza anche il sentimento di vendetta è in qualche modo una reazione umanamente capibile. A supportare questa identificazione dello spettatore con la regina achea è anche il comportamento di Agamennone. Il sovrano, nella regia di Çakalli, è un soggetto mellifluo, arrogante e sgradevole, molto simile a come è nell’Iliade, e che in qualche modo si merita quanto gli accade perché non ha esitato a macchiarsi di figlicidio.

Al di là delle musiche, che sono forse superflue dato che la voce degli attori è già abbastanza potente ed evocativa e può anche fare a meno di tale supporto, con Agamennone l’associazione Kerkìs si è dimostrata in grado di realizzare ancora una volta una messinscena che riesce ad essere al contempo filologicamente perfetta e vigorosamente efficace sul piano performativo. 

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