Doctor Who – 60 anni tra Spazio e Tempo
Per chi osserva e studia l’universo seriale un oggetto come Doctor Who è al contempo qualcosa di entusiasmante e terrificante: con le sue quasi 40 stagioni, oltre 850 episodi e soprattutto 60 anni di storia, espansa su ogni possibile dimensione mediale, la serie fantascientifica britannica firmata BBC iniziata quel fatidico 23 novembre 1963 – il giorno dopo l’omicidio di Kennedy – è un campionario ricchissimo di come abbia saputo svilupparsi la serialità televisiva, con i suoi picchi più alti e le sue più clamorose cadute, capace di venire incontro ad eventi storici, a mutazioni di linguaggio e a necessarie negoziazioni di mercato e di rappresentazione. Nei 60 anni di Doctor Who c’è già potenzialmente tutto l’occorrente per comprendere come una narrazione televisiva delle più “semplici” – un prodotto per famiglie del tardo pomeriggio – possa trasformarsi in un fenomeno di costume capace di diventare parte integrante dell’immaginario di un paese – il Regno Unito -, sopravvivendo persino alla sua cancellazione dagli schermi e rinascendo nuovamente con la capacità di affermarsi al centro dei discorsi del fandom e dell’industria.

I fan lo sanno bene: non esiste un solo Doctor Who, e non solamente perché il protagonista stesso della serie è in grado di rigenerarsi cambiando volto e carattere per dare nuova linfa ad ogni rilancio, ma soprattutto perché la storia di questo prodotto BBC è divisa in due fasi molto differenti tra loro, capaci di tracciare la funzione che questo immenso racconto di fantascienza è riuscito ad avere all’interno dell’immaginario britannico. Si parla infatti di Serie Classica (1963-1989) quando ci si riferisce all’ininterrotta sequenza di stagioni che hanno segnato i primi 25 anni di Doctor Who e che, di fatto, si sono dipanate in parallelo alle fasi più calda della Guerra Fredda – dall’omicidio di Kennedy fino al crollo del Muro di Berlino – diventandone inevitabilmente un controcanto endemico, raccontando tra le pieghe delle avventure tra Spazio e Tempo ansie e paranoie di un Occidente terrorizzato da una costante minaccia di distruzione irreversibile. Da qui il potentissimo stratagemma narrativo del viaggio nel tempo, con il suo portato di costante “arrivederci” dove nessuna porta è chiusa per sempre e dove il cambiamento – di cast, di protagonista, di estetica – diventa un dispositivo narrativo imprescindibile ed entusiasmante.

La Serie Classica si arresta a causa di un sostanziale calo degli ascolti, ma così non accade per l’intero universo narrativo, ormai ben più vasto del suo contenitore mediale “primario”: mentre la televisione subiva un’irreversibile rivoluzione contenutistica e produttiva, romanzi, fumetti, audio-racconti e action figures di Doctor Who, il tutto in circolazione fin dagli anni ’60 e ’70, hanno portato avanti un ecosistema transmediale che di fatto non ha mai permesso l’interruzione effettiva del gigantesco racconto del Dottore, portando ad un tentativo di rilancio nel 1996 – uno sfortunatissimo film con protagonista un comunque eccezionale Paul McGann – e al definitivo ritorno della serie sui piccoli schermi nel 2005, grazie alla freschissima penna di Russell T Davies e al coraggio di mettersi totalmente in gioco da parte di BBC Wales, a prescindere da budget o pronostici. Questo si deve a un fandom multi-generazionale, ben più ampio dei confini del Regno Unito, capace di appropriarsi dell’universo del Dottore e di rimediarlo continuamente, abitandolo al di là dei margini mediali; un potenziale di appropriazione dato dalle premesse stesse della serie: ogni salto nel tempo, ogni sparizione del TARDIS, è potenzialmente il punto di accesso per avventure non ancora raccontate.

Il New Who – così è chiamata l’incarnazione contemporanea della serie – inizia di fatto da uno di questi eventi mai raccontati, la Guerra del Tempo, un conflitto talmente grande da presentarsi come un rimosso dalla storia del Dottore e così pervasivo da fare da sottotesto ai primi, grandiosi, archi narrativi che sfociano nello speciale dei 50 anni The Day of the Doctor, ormai uscito 10 anni fa e fondamentale per comprendere l’evoluzione di un prodotto seriale che ha sempre saputo anticipare strategie, meccanismi e stilemi del mercato intero. I tre grandi showrunner del New Who – Davies, Steven Moffat e Chris Chibnall, affiancati da team di sceneggiatori eccezionali – hanno trasportato le storie contemporanee del Dottore all’interno di un tessuto seriale sempre più complesso, mostrandosi costantemente in grado di rispondere alle esigenze del mercato persino nei momenti meno apprezzati dal pubblico. Costellata di spin-off, composta da storyline ambizione e dai confini sfumati, continuamente in cerca di sperimentazioni nelle forme e nei discorsi, l’attuale incarnazione di Doctor Who resta un prodotto d’avanguardia nella serialità legacy, capace di ancorarsi ad un’eredità senza precedenti e di tenere insieme un pubblico sempre più sconfinato.

In questi 60 anni Doctor Who è stato anche una fucina di iconicità, plasmando figure indelebili dell’immaginario fantascientifico – si pensi ai Dalek – e donando ruoli segnanti per interpreti dal potenziale immenso, che al di fuori della serie hanno più volte saputo dimostrare come interpretare il Dottore (e non solo) sia spesso sinonimo di una capacità attoriale estremamente versatile e luminosa: solo l’elenco di chi, dal 2005, ha indossato i panni del Time Lord e dei suoi companion dimostra una lungimiranza mai tradita da parte delle produzioni, sottolineando come Doctor Who sia ancora uno di quei prodotti capaci di farsi avanguardia rispetto all’intero mercato in cui sono inseriti. Lo stesso vale per le trovate narrative: guardare oggi la Serie Classica è assistere a un’irriducibile oracolo di come si sarebbe presentato il discorso fantascientifico, con racconti sorprendentemente in anticipo sui tempi e spesso di una tale forza iconografica da dimostrarsi attuali ancora oggi.

Certo i linguaggi sono cambiati moltissimo, come lo sono i codici rappresentativi e i budget per gli effetti speciali – la stagione del 2005 è oggi difficilmente avvicinabile da chi è abituato a Marvel e co. -, ma al contempo Doctor Who sembra essersi preparato fin dall’inizio a rispondere con forza a quell’impulso nostalgico che caratterizza il panorama mediale contemporaneo, regalando agli spettatori un mondo narrativo percorribile su più dimensioni, fatto di tantissimi paradigmi iconografici, immerso in più contesti culturali, con persino delle incolmabili lacune che sanno stimolare una partecipazione infinita. Una lore in costante espansione e dalla scalabilità multipla – non è necessario conoscere tutto per godere appieno dei viaggi del Dottore -, più grande all’interno come il TARDIS e radicalmente ancorata a quegli anni ’60 che hanno dato origine ad alcuni dei pilastri culturali e mediali contemporanei.

Doctor Who resta e non si esaurisce, specialmente ora che in occasione dei suoi 60 anni sta vedendo un consolidamento del proprio ecosistema narrativo: per chi si trova nel Regno Unito, tutto lo Whoniverse è disponibile sull’iPlayer, mentre per il resto del mondo l’accordo con Disney sembra promettere una futura stanza dedicata al Dottore all’interno della piattaforma streaming di Topolino, dove sono già in arrivo – dal 25 novembre, ne riparleremo – i tre speciali celebrativi che guidano alla prossima stagione e che sanciscono l’acclamato ritorno di Davies – nonché di David Tennant e di Catherine Tate – nella produzione. Pensare questo incredibile traguardo come l’apertura di Doctor Who verso una dimensione globale effettiva non può che essere il miglior augurio che qualsiasi fan – nonché qualsiasi appassionato di serialità – possa tributare all’eredità della più longeva serie televisiva di sempre, nonché della più grande e duratura epopea fantascientifica che si sia mai raccontata e che non sembra disposta a terminare.
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