“Bodyguard” – La serie con record di ascolti nel Regno Unito

Bodyguard di Jed Mercurio, trasmessa da BBC One e Netflix, è un thriller a pieno titolo, dal ritmo serrato, a metà tra il cinema e la serialità televisiva.

Prima di tutto, Richard Madden (il primo autoproclamato Re del Nord in GOT) nei panni del sergente David Budd è senza dubbio eccellente: il bodyguard dell’home secretary britannico (Keeley Hawes in Julia Montague) soffre probabilmente di una forma di stress post traumatico, dopo aver servito l’esercito in guerra, e sorprende quanto sia abile la resa delle crisi psicologiche, ridimensionate a fatica forse attraverso un autocontrollo d’addestramento, forse per un’autoanalisi razionale, arricchendo sicuro (ed evitando) lo stereotipo del soldato tornato dalla guerra, tanto abusato (forse, ma è problema reale) nei prodotti degli ultimi anni, televisivi e cinematografici.

Dunque ottima prova attoriale, complessivamente, da appezzare in lingua originale per l’inglese britannico sporco della Londra contemporanea, tanto raro (da subito si noterà la contrazione di Madame in Ma’am, fastidiosissima poi tormentone). Fra le note di merito, anche l’aver dato ampiamente spazio alle figure femminili, spesso in ruoli di potere, il che tra l’altro aumenta la pronuncia di Ma’am.

Brevemente: Budd è incaricato di proteggere il ministro dell’interno Montague, promotore della Ripa-18, legge per la sicurezza dello stato contro gli attacchi terroristici, attraverso un aumento della sorveglianza sui cittadini. Si immaginino tutti i risvolti politici (con coinvolgimento di criminalità organizzata, servizi segreti, New Scotland Yard). Già da subito il primo chiaroscuro: il “trauma” bellico avvicina Budd politicamente al fronte opposto, e il soldato si trova a proteggere colei che vorrebbe vedere fallire. E difatti la serie è tutto un chiaroscuro, per le luci, in ambienti illuminati in percentuali ridotte, col cielo londinese azzurro ma sempre tendente al grigio, eccetera; coi tratti spigolosi di Madden, abile a contrirsi di più, e le proiezioni dei suoi connotati sul volto che lo rendono estremamente più interessante.

Dicevamo tra serialità e cinema, perché le puntate sono sei, tutte da un’ora (poche quindi, per un totale accettabile di sei ore, matematica permettendo), e tengono un ritmo decisamente cinematografico, con presentazione dello status quo, rotture di intensità progressiva dell’equilibrio iniziale, sottotrama introspettiva, sottotrama sentimentale con tanto d’ossimoro, climax finale e riassestamento, il che rende la serie apparentemente (non conosciamo le intenzioni dei produttori riguardo un’ulteriore stagione) autoconclusiva, convalidando l’impressione filmica.

181023-winkelman-bodyguard-tease_jypyqp.jpg

Una serie densa quindi, anche un thriller cinematografico di grande respiro, che fra le altre cose colpisce emotivamente lo spettatore trattando il pericolo del terrorismo, comprendendone anche i risvolti politici, questione non banale per un prodotto commerciale che sarebbe senza dubbio potuto rimanere in superficie, citando la jihad e co, dimenticando le responsabilità nostrane e soprattutto sorvolando gli interessi che problemi tanto alla luce possono muovere.

Pure, ovviamente, qualche difetto, soprattutto di sceneggiatura, quando alcuni elementi sono ritardati (il riconoscimento del legame tra due personaggi, per esempio) nonostante siano scontati, quasi a voler allungare il brodo, cosa che nel tempo di un film non sarebbe stata possibile. E il finale, meglio: il riassestamento e prima la soluzione, forse precipitosi, frettolosi, anche se non senza ostacoli, che è ammettere la non onnipotenza del personaggio, sempre sull’orlo dell’eroe in terra.

In merito al titolo, concludendo, per Wikipedia l’ultimo episodio ha ottenuto il record di ascolti degli ultimi dieci anni nel Regno Unito: 10.4 milioni di telespettatori ed uno share pari al 40.9 %.


Bodyguard

(Traduzione a cura di Serena Demichelis)

Jed Mercurio’s Bodyguard, available on BBC One and Netflix, is a real, fast-paced thriller, halfway between a movie and a tv series.

First of all, let us mention Richard Madden’s excellent performance as sergeant David Budd:  he works like a bodyguard for the British home secretary (Keeley Hawes asJulia Montague) and probably suffers from PTSD after having been in the army. The representation of his psychological crises is surprisingly realistic and never overdramatic, thus enriching the character and avoiding the stereotype of the veteran soldier, so often abused in the past years, both in TV and on the big screen.

Madden’s masterly acting  can be appreciated fully by watching the series in the original language, a Londoner English full of slight impurities such as the colloquial Ma’am for Madam (a form used very often, since a good amount of space is granted to female characters).

Short plot summary: Budd is in charge of the security for the minister of Internal Affairs Montague, whose office is promoting the so-called Ripa-17, a new law against terrorist attacks, based mainly on a higher degree of surveillance on citizens (with all the political implications which may follow, such as the involvement of organized criminality, New Scotland Yard and secret services). Here is the first light and shade contrast of the series: the former soldier is protecting his natural enemy. Contrasts of this kind permeate the whole series, with partially lighted interiors, blue-grey skies, even with Madden’s own angular face.

The intermediate status between cinema and tv series is due to multiple reasons: there are a total of six episodes, each one hour long for a total, if calculations don’t fail me, of six hours. We have a filmic rhythm, with the statement of the initial status quo and the following interruptions of balance, one introspective and one sentimental subplot, final climax and regaining of balance, so that the series appears to find an ending within itself.

A very dense series, with the qualities of a big screen thriller and the ability of engaging the viewer on sensitive topics such as the one of terrorism, which is dealt with in its political aspects trying to avoid easy and superficial solutions.

We can find some faults with the script: the useless delaying in revealing some obvious elements (such as the connection between two characters), which only seems to serve the purpose of stretching things (something which would have been impossible to do in a movie). As for the ending, we might find it slightly hastened, but it surely succeeds in showing that the protagonist is not almighty and generally far from being a god on Earth.

The series’ last episode obtained, according to Wikipedia, the highest number of viewers in the UK of the past ten years, with 10.4 million people watching it and a 40.9% share.

Annunci
Posted In,

Rispondi