Borat è diventato troppo buono, l’America no

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Proprio quando potevamo pensare che il 2020 non avesse null’altro di assurdo da regalarci, ecco giungere la notizia: col titolo di Borat – Seguito di film cinema, è uscito su Amazon Prime Video il sequel del successo del 2006 Borat – Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan.

Chiunque avesse l’età della ragione all’epoca lo ricorda bene: con l’avvento nei cinema del film, Sacha Baron Cohen creò il suo personaggio più popolare, dando vita a innumerevoli imitazioni a base di «very nice» e altrettanti costumi di carnevale che ne riprendevano le fattezze.

A giudicare dalle reazioni in rete, complice una clip scandalosa con protagonista Rudy Giuliani, sembra che Borat Sagdiyev sappia ancora far parlare molto di sé, e col suo solito stile documentaristico ci riporta come un novello Alexis de Tocqueville alla scoperta dell’anima degli Stati Uniti.

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Se il primo film era ambientato nell’America di Bush jr., il sequel deve confrontarsi con quella di Trump, e da subito il protagonista-narratore gioca d’ironia annunciando che «Stati Uniti rovinati da uomo malvagio che è contro tutti i valori americani. Suo nome? Barack Obama», aggiungendo però che «un grandioso nuovo presidente chiamato McDonald Trump ha preso potere e ha fatto America di nuovo grande».

Ecco illustrato in due frasi l’intero impianto ideologico del film: far lodare dal protagonista ciò che è in realtà disprezzato dagli autori e far disprezzare ciò in cui credono, con l’assunto che non è un punto d’onore essere d’accordo con un misogino razzista e ignorante come Borat.

Spacciandosi per un baffuto reporter proveniente dalla “gloriosa nazione del Kazakistan”, Baron Cohen scoperchia tutto ciò che si nasconde dietro all’apparente perbenismo americano: misoginia, razzismo, antisemitismo, e una generale tendenza a condividere davanti alle telecamere le retrograde opinioni del protagonista.

Questa volta, dopo 14 lunghi anni in cui il governo kazako lo ha spedito ai lavori forzati per aver umiliato la nazione di fronte al mondo intero, Borat torna in missione negli Stati Uniti insieme a sua figlia quindicenne, Tutar, ottimamente interpretata dall’attrice bulgara Maria Bakalova.

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Il legame tra i due è al centro dell’intero film: se inizialmente la ragazza viene portata in giro dal padre all’interno di una gabbia (secondo i presunti costumi kazaki), pian piano anche un misogino convinto come Borat si apre all’affetto paterno, e intanto la figlia scopre l’indipendenza, le ambizioni lavorative e la parità tra uomini e donne.

I duetti tra i due sono l’occasione per far emergere anche stavolta tutto il sommerso dell’ideologia statunitense: quando per un equivoco linguistico Borat comunica al pastore di un centro antiabortista di aver incestuosamente messo incinta Tutar, la risposta è che «è comunque un figlio di Dio e non va ucciso».

Quando Borat si presenta sul palco di una manifestazione pro-armi ed esegue una canzone il cui testo prevede i versi «Obama, che dobbiamo farti? Forse il virus di Wuhan iniettarti» trova davanti a sé una folla entusiasta che canta deliziata in coro con lui in una sorta di remake tragicomico del finale di Nashville di Altman. Non manca poi un’abbondante dose di ironia sul coronavirus, e senza voler svelare troppo, il film sfrutta alla perfezione il gancio degli eventi del 2020 per un colpo di scena che richiama in modo esilarante I soliti sospetti.

Le risate a squarciagola sono molteplici, e oggi ancora più che nel 2006 è un piacere potersi permettere di ridere di battute che sono il massimo del politicamente scorretto. Quello che invece indebolisce il film, e che lo differenzia dall’anarchia senza freni del primo, è il voler accentuare eccessivamente i messaggi edificanti, principalmente attraverso il percorso di autocoscienza femminista di Tutar.

Laddove sarebbe bastato mostrare il male per evidenziare per contrasto il bene, qui Baron Cohen e il regista Jason Woliner scelgono la via più didascalica, con i buoni sentimenti che finiscono per tingere di spielberghiano un film che funziona soprattutto quando invece sceglie la comicità al posto di qualsiasi decenza o moralismo.

In fondo non va dimenticato che gli autori hanno fortemente voluto far uscire il film prima delle elezioni statunitensi, e che sui titoli di coda compare il cartello «Adesso votate o sarete giustiziati», con l’intento di evitare rischi di fraintendimento dell’ironia. Che però è sempre più piacevole quando fa riflettere senza dare la sensazione di ascoltare una lezioncina di progressismo.

Il trailer di di Borat – Seguito di film cinema:

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