Ghost Elephants – Non un altro documentario sugli animali | Venezia 82
A dispetto del suo titolo, Ghost Elephants, l’ultimo lavoro di Werner Herzog, Leone d’Oro alla carriera 2025, non è un film sugli animali. Come sempre nella sua prolifica e multiforme carriera, il regista tedesco va alla ricerca di immagini nuove, diventa narratore di storie inedite e insolite per cogliere qualcosa sull’uomo in generale e rivelare verità più profonde di quelle che appaiono in superficie.
Al pari di Grizzly Man, che raccontava la storia di Timothy Treadwell, un ambientalista che visse per molti anni a stretto contatto con i grizzly finendo per esserne sbranato, al centro del film troviamo la relazione di un uomo con la natura selvaggia. Steve Boyes è un ricercatore e ornitologo sudafricano, un moderno Indiana Jones dotato perfino di cappello a tesa larga, che da dieci anni è alla ricerca di un misterioso branco di elefanti giganteschi sull’altopiano dell’Angola, un luogo disabitato ma grande come l’Inghilterra, soprannominato dalla popolazione locale “The source of life”.

Nelle prime scene del film lo incontriamo allo Smithsonian National Museum di Washington al fianco di Henry, un mastodontico esemplare di elefante donato al museo nel 1959 dal suo cacciatore, con cui gli sfuggenti elefanti di Boyes potrebbero essere imparentati. Da qui, Herzog si unisce alla ricerca di Steve e del suo team e parte alla volta della Namibia per incontrare gli ultimi tracciatori boscimani esistenti, capaci di «leggere le tracce come un giornale». Dopo aver chiesto il permesso al Re degli Nkangala, il gruppo può finalmente inoltrarsi nell’altopiano angolano alla ricerca dei suoi fantasmi.
Il nostro viaggio nel cuore più remoto dell’Africa meridionale è accompagnato dalla serafica voce fuori campo di Herzog che commenta le immagini con il suo inconfondibile accento teutonico e la sferzante ironia, ponendo interrogativi a cui difficilmente è possibile trovare risposta. Come spesso accade nei suoi lavori, il regista ci svela parte del processo realizzativo dell’opera e delle sfide logistiche del continente africano – emblematica da questo punto di vista la scena dell’attraversamento di un fiume trasportando attrezzatura e motociclette in spalla, col rischio di alligatori in arrivo – ricordandoci che per Herzog fare cinema è prima di tutto un atto fisico, un lavoro artigianale, una questione di ginocchia e cosce, più che di pensiero e intelletto.

Come già accadeva in Fata Morgana, uno dei primi film di Herzog girato in territorio africano, il regista si spinge ai confini del mondo alla ricerca di un miraggio, il sogno di un elefante. Questi maestosi animali non ci vengono quasi mai mostrati, se non in una manciata di secondi sotto forma di apparizione fantasmatica nel folto della foresta o in sequenze dal carattere onirico di zampe di elefanti nell’acqua. Ed è lo stesso regista a chiedersi, e a domandare al suo protagonista, se, in fondo, non fosse meglio che rimanessero miraggi nel cielo.
I paesaggi disabitati dell’Angola offrono ad Herzog l’opportunità di filmare ciò che non esiste, di trasfigurare, manipolare, stilizzare la realtà facendo scivolare il film in una dimensione a cavallo tra il sogno e la realtà. I rituali ancestrali africani si mescolano con le antiche voci sarde della colonna sonora, facendo deflagrare il tempo e lo spazio, fondendo il mito con il reale, per far emergere quelle verità nascoste che Herzog, all’età di 83 anni, non si è ancora stancato di cercare.
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