Mrs. America – Girls just wanna have everything

Quando durante la scena d’apertura di Mrs. America una scintillante Cate Blanchett sfila in costume sul palco di una convention organizzata dal partito repubblicano, viene subito da domandarsi dove sia il trucco. Se poi il costume reca come unica fantasia un’enorme stampa della bandiera americana, e se la Phyllis Schlafly interpretata dall’attrice australiana viene definita unicamente in qualità di «miss J. Fred Schlafly, avvocato di Alton, Illinois», il sospetto che ci sia qualcosa di molto intrigante sotto diventa quasi una certezza.

Non soltanto perché Cate Blanchett è ormai nota per essere una delle personalità del mondo hollywoodiano che più si coinvolge in ruoli e progetti di spessore (per Mrs. America è anche produttrice esecutiva), ma anche perché sin dal primissimo frame di questa incredibile miniserie si percepiscono atmosfere che promettono un che di turbolento e imprevedibile. Spenti i riflettori e messi da parte i sorrisi da rivista patinata, è infatti una fugace sfumatura di disappunto mista a determinazione a dominare lo sguardo della Schlafly: un’oscillazione di stati d’animo alla quale la Blanchett ci abituerà nel corso dei nove episodi dello show targato Hulu (già in lizza per ben 4 Emmy Awards), e dalla quale sarà bene farsi guidare se si vuole comprendere la complessa stratificazione di significati sulla quale si struttura l’intera parabola narrativa di Mrs. America.

Siamo nell’America del 1971. La lotta per l’approvazione dell’ERA (Equal Rights Amendment) va avanti già da più di dieci anni, capitanata da Gloria Steinem, la leader del movimento femminista, e approvata grazie all’appoggio del presidente Nixon, fino a dare avvio nel 1972 al processo di ratifica nei 38 stati. L’emendamento avrebbe garantito per la prima volta nella storia la parità dei diritti tra i due sessi in materia di divorzio, proprietà, lavoro e libertà personali. Ma se il fronte pro-ERA si avventura alla conquista dei voti stato per stato grazie ad ardite manovre politiche, sul fronte conservatore sarà proprio Phyllis Schlafly a mobilitarsi contro la ratifica: dopo ben due candidature al senato concluse in un nulla di fatto, il suo interesse si sposterà infatti dalla sicurezza nazionale all’opposizione contro il movimento femminista. Il risultato di questo impegno sarà la fondazione di ben due movimenti, lo stop-ERA prima e l’Eagle Forum poi, tramite i quali la Schlafly farà un’opera di contrasto all’intero sistema di pensiero liberale, accusato di essere antiamericano perché colpevole di voler sottrarre i reali privilegi alle donne: la tutela di una famiglia, la cura dei figli, la garanzia economica e la protezione assicurate dal matrimonio.

Conservatori contro riformatori, repubblicani contro democratici, ideologie in lotta tra loro: niente di più accattivante di un serratissimo scontro tra fazioni per garantire la riuscita di uno show televisivo, soprattutto se le parti chiamate in causa sono immerse fino al collo in questioni più che contemporanee per società e cultura occidentali. Tali ancora oggi perché rimasti irrisolti all’epoca, Mrs. America tira fuori tutti questi affari scottanti, utilizzando vite, corpi e parole delle sue protagoniste per problematizzare temi come aborto, condizione sociale e lavorativa femminile, educazione, orientamenti sessuali e questioni razziali. La ricostruzione storica delle principali dinamiche interne ai movimenti pro e anti-ERA è precisa e non si risparmia quando deve evidenziare le contraddizioni e i malumori che spesso hanno crepato i rapporti tra i leader delle due fazioni: dalla rottura tra Gloria Steinem e la vecchia guardia femminista di Betty Friedan e Bella Abzug alla nascita di frange anti-ERA estremiste e non autorizzate. A emergere dalla messa in scena di queste chiavi tematiche è soprattutto una polifonia di voci e una grande umanità di bisogni, attualizzati e trasposti su schermo grazie a rese narrative estremamente delicate. Ancora oltre il racconto di un decennio critico per la politica americana è infatti l’intreccio tra le vicende private e l’eco pubblica di ciascuna di queste donne a giocare un ruolo cruciale nell’equilibrio narrativo della serie, evitando manicheismi e riuscendo a sfumare i confini – fino ad abbatterli, negli ultimi episodi – tra le varie linee ideologiche portate avanti per tutto il racconto.

Ben lungi dall’essere una furba operazione commerciale su temi mainstream, e mai limitandosi alla pura ricostruzione dei fatti, la miniserie ideata da Dahvi Weller (già autrice per Mad Men) ha il merito di affrontare la complessità del femminile tout-court, esplorandone contraddizioni, fatiche ed eroismi a partire da primissimi piani sulle protagoniste principali, qualsiasi sia il loro colore politico. Se Phyllis Schlafly è l’assoluta star di tutti e nove gli episodi, stupefacente è anche l’attenzione dedicata alla scrittura di ogni altro singolo personaggio, le cui prospettive vengono affrontate fino a esplorarne le angolazioni più complesse e compromettenti: quasi a dire che la differenza tra un chiassoso dibattito politico e una dedizione assoluta alla propria vocazione civile risieda non nelle tesi di cui ciascuna di loro si fa portavoce, bensì nella tenuta che quelle stesse tesi hanno di fronte a un dramma vissuto in prima persona. Guardando poco oltre gli scudi delle singole dottrine politiche sarà allora evidente quanto la Phyllis conservatrice, costretta a lasciare la sua campagna sotto pressione del marito, non sia diversa dalla Jill femminista, confinata in casa per evitare un’esposizione mediatica compromettente per la nomina del proprio compagno alla Casa Bianca.

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Al di sopra e fin nelle più minute pieghe di ogni micro-evento si percepisce poi lo sguardo – costante e spesso ironico – su un maschile ben contento di avere una donna nella stanza finché quest’ultima non dimostra di saperne più di lui sull’argomento a tema; in tal senso Mrs. America è in grado di concedersi dei momenti di brillantissimo sarcasmo, che raggiunge i suoi apici quando evidenzia la discrasia tra lo stereotipo della donna intesa quale angelo del focolare domestico e l’impegno delle protagoniste di questa storia, per lo più immortalate in attività di ambito tutt’altro che famigliare.
Tale stratificazione di scrittura lascia poi un ampio margine d’azione agli interpreti, che in bilico su questo doppio filo tra funzioni pubbliche e vicende private riescono a esplorare un’enorme gamma di emozioni, dandoci la misura di cosa voglia dire fare davvero propria l’idea per la quale si lotta: a guidare la parata del fronte anti-ERA, a fianco alla strabiliante Cate Blanchett, ci sono Sarah Paulson (Alice McRay) e Jeanne Tripplehorn (Eleanor Schlafly), mentre tra le fila dell’armata femminista troviamo le talentuose e agguerritissime Rose Byrne (Gloria Steinem), Elizabeth Banks (Jill Ruckelshaus), Uzo Aduba (Shirley Chilsholm), Tracey Ullman (Bety Friedan) e Margo Martindale (Bella Abzug), le cui prove vengono ulteriormente valorizzate da una cura nel reparto costumi e trucco capace di catapultarci direttamente e senza alcuna difficoltà nelle calde atmosfere degli anni ’70.

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Una piccola nota a margine potrebbe essere rappresentata dal polverone scatenato oltreoceano a causa del taglio dato alla ricostruzione dei fatti; un’interpretazione dei ruoli giocati tanto dai leader del movimento femminista quanto da quelli delle organizzazioni anti-ERA che sembra aver disturbato i diretti interessati, causando prese di posizione piuttosto nette da parte di Gloria Steinem in persona e dei figli della stessa Phyllis Schlafly. Di certo le regole di Hollywood sono diverse da quelle della storia, ma se ci si pone alla giusta distanza dal materiale più vivo della narrazione e si osservano questi incredibili personaggi lottare quotidianamente per essere madri, compagne, leader e donne, sarà un’unica evidenza a emergere dal marasma di leggi, burocrazia e parole: quella di un’enorme fetta della popolazione mondiale dedita al sacrificio, capace di essere l’anima di movimenti rivoluzionari, eppure spesso costretta a rimanere invisibile; indefessa nel lavoro di conquistarsi non forse una posizione di potere, ma almeno il diritto di possedere un nome e una volontà personale, magari senza che il giogo di una tradizione secolare ricada interamente sulla sua testa. Solo allora si vedrà come ben oltre una, due o mille Mrs. America ci siano semplicemente Phyllis, Alice, Gloria, Bella, Shirley, Jill, Eleanor e, come loro, milioni di donne dotate di voci forti e ancora in attesa di essere ascoltate.

 

 

 

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