Little Joe – Il contagio della felicità | Recensione

Eletto poche settimane fa “Film della Critica” dal SNCCI (Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani), arriva finalmente in Italia Little Joe, primo film in lingua inglese dell’austriaca Jessica Hausner (Hotel, Amor Fou). Merito di Movies Inspired, casa di distribuzione indipendente che, in un’estate complicatissima per il mondo del cinema, ha deciso di puntare stoicamente sulla proiezione in sala proponendo agli esercenti italiani ben dodici film inediti (tra cui Ema e High Life) più diversi restauri di pellicole cult (spiccano Caravaggio di Jarman, Crash di Cronenberg e ben sei film di Jarmusch), con la speranza di riaccendere i riflettori su un settore tra i più colpiti dall’emergenza Covid-19. Di tutti i titoli proposti, Little Joe, racconto fantascientifico-distopico a tinte horror su una miracolosa pianta terapeutica geneticamente modificata, sembra sinistramente in sintonia con i tempi che corrono. Mascherine, laboratori, virus, contagi: un immaginario che risuona in maniera decisamente diversa oggi rispetto ad un anno fa, quando il film fu presentato al 72esimo Festival di Cannes (ottenendo peraltro un’accoglienza piuttosto fredda). E che aumenta il fascino sinistro di un’opera strana, ambigua, a tratti persino irritante, che ci mette faccia a faccia con i pericoli di una malattia universale – qui metafora di un profondissimo disagio esistenziale – che non abbiamo potuto né saputo fermare.

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Il film si inserisce a pieno titolo in un filone inaugurato circa due secoli fa dal Frankenstein di Mary Shelley, ovvero quella fantascienza volta a esporre i rischi (pratici ed etici) della bioingegneria genetica, della manipolazione della natura e dell’hybris umana. Qui il “mostro” è una pianta dal bellissimo fiore rosso vermiglio che, se trattata con la giusta cura, ha il potere di rilasciare nell’aria l’ossitocina, l’ormone della felicità, migliorando l’umore dei suoi possessori e configurandosi così come un efficace antidepressivo. Il Dr. Frankenstein di turno è invece l‘instancabile ricercatrice e madre single Alice Woodard (Emily Beecham, premiata a sorpresa come miglior attrice a Cannes), che nomina la sua creazione “Little Joe” in onore del figlioletto Joe (Kit Connor), il quale ne riceve subito un esemplare in regalo. Le cose iniziano però a prendere presto una piega inquietante quando diverse persone venute a contatto con la pianta – incluso lo stesso Joe – iniziano a manifestare comportamenti aggressivi e violenti. Dopo un iniziale scetticismo, Alice sarà costretta a fare conti con i terribili effetti collaterali provocati da Little Joe, che, tramite impollinazione, sembra stia assoggettando chiunque inali il suo ammaliante profumo, spinta da un potentissimo istinto di autoconservazione. Da questo punto di vista la pellicola, paragonata da molti (tutti) a L’invasione degli ultracorpi (1956) di Don Siegel, procede abbastanza convenzionalmente sui binari rodatissimi dell‘horror più o meno psicologico: animali impazziti, la protagonista inascoltata, il bambino inquietante, la paranoia crescente, il male invisibile e inarrestabile. La trama, molto esile, ricalca le ingenue inquietudini di certi b-movie sci-fi degli anni ’50 e anche alcuni sottotesti potenzialmente interessanti (la commercializzazione della felicità, le preoccupazioni ambientaliste) rimangono in sottofondo. Eppure in questa fantascienza distopica vecchio stile c’è tanto dell’oggi, e sembra forte la volontà di pensare nuovi modi di fare cinema proprio a partire dai più classici schemi di genere.

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Ciò che differenzia Little Joe da altri prodotti simili è uno stile decisamente più “europeo”, se così si può dire, lontano da qualunque sensazionalismo o facili concessioni allo spettatore. La regia, caratterizzata da precise simmetrie e inquadrature geometriche, è più sobria che non si potrebbe; l‘elegante ed algida fotografia sembra concepita appositamente per risaltare il rosso sgargiante del neon demon qui rappresentato dal fiore maledetto; la colonna sonora firmata da Teiji Ito è ipnotica e disturbante; la recitazione quasi alienata, tra Kaufman e Lynch. La progressione della storia è lenta e clinicamente prevedibile nei suoi risvolti principali, ma proprio questa voluta scontatezza dona all’opera un senso angoscioso di ineluttabilità che oggi, più che mai, lascia il segno. Il contagio non è né buono né cattivo: è solo la natura, ed è, per dirla alla Thanos, ineluttabile. Forse non ha del tutto torto chi ha visto in Little Joe un film troppo cerebrale e compassato, in cui anche il solitamente bravo Ben Whishaw, qui nei panni di Chris, collega innamorato di Alice, non brilla particolarmente. Ma forse tali critiche ignorano che questa ricercata freddezza, questa surreale plasticità al limite del grottesco e dell’autoparodia, è proprio il succo del discorso: un’umanità così egoista, così incapace di provare reale empatia, è vuota e inconsapevolmente patetica, come vuota e patetica è la sua perenne ricerca di un’artificialissima felicità. Tutto è sterilizzato, igienizzato, anche le emozioni, considerate una medicina ma ormai a tutti gli effetti un virus sconosciuto. Il SNCCI ha premiato il film lodando queste «immagini asettiche, che potrebbero nascondere tutto. E niente». Ma a noi sembra che qualcosa nascondano eccome. Nel laboratorio della dottoressa Hausner, è la natura umana, con le sue misere idiosincrasie e patologie, ad essere sotto esame.

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