Dark – recensione spoiler free della terza stagione della serie Netflix

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Ripensando alle prime due stagioni di Dark, serie Netflix originale, ci si potrebbe porre questa domanda: perché la si guarda? Forse per vedere dipanarsi il mistero della cittadina tedesca di Winden, o magari per ricostruire tutte le linee temporali che man mano si sovrappongono. Ma, ora che la serie è arrivata a un punto fermo con la terza stagione uscita in streaming lo scorso 27 giugno, quella domanda è diventata “Perché si è guardata Dark”. Cerchiamo quindi di fare il punto della situazione.

La terza stagione di Dark, prima serie Netflix di produzione tedesca, si preannunciava gravata di un compito assai ingrato: riuscire a chiudere tutti i fili di trama e sottotrama che le stagioni precedenti avevano aperto, e giustificare la scelta di sdoppiare, in chiusura di seconda stagione, il mondo di Winden in due universi paralleli. Prima di sciogliersi definitivamente, i misteri e i dolorosi segreti della piccola cittadina tedesca si devono infittire ancora di più. Obiettivo: impedire che l’Apocalisse – causata dalle scorie radioattive stoccate alla centrale nucleare di Winden – abbia luogo, così da, come ripetono più volte i protagonisti, “salvare tutti”. Eppure, nei boschi piovosi della Germania, ognuno sembra avere un’idea personale di happy ending.

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Anche nella sua terza stagione, la carta vincente di Dark continua a essere il mix di family drama di piccola comunità, crime e sci-fi con cui, tre anni fa, imparammo a conoscere Winden e le sue famiglie eternamente intrecciate. La ricetta dei creatori Jantje Friese e Baran Bo Odar è distintiva, e l’ammirevole solidità di trama è, ancora una volta, accompagnata da una selezione musicale accurata e iniettata senza soluzione di continuità nel tessuto narrativo. Dark ha dimostrato, e ancora dimostra, di fornire un’esperienza a 360° per lo spettatore, i cui ritmi, atmosfere, e protagonisti sanno rimanere addosso anche a distanza di giorni.

Montaggio, segni e oggetti ricorrenti, laconicità del parlato: questi gli elementi che tengono insieme la convoluta storia di Dark e che tanto confondono a una prima visione quanto risultano esplicativi a un secondo, più approfondito sguardo. Dai simboli dell’Esoterismo come l’uroboro – il serpente che si morde la coda, simbolo dell’infinito – e la triquetra – a rappresentare sia le tre vite anagrafiche di ogni essere umano che il nodo inscindibile che lega le diverse dimensioni dell’universo di Dark – alle filosofie di Friedrich Nietzsche e Arthur Schopenhauer, i riferimenti intertestuali di Dark leggono e rileggono la fisica del Tempo rendendola agente determinante sia per le relazioni umane che per i diversi modelli di pensiero su cui si struttura una lettura collettiva della realtà. C’erano tutti gli elementi per perdere anche solo per un secondo il filo del discorso e sbilanciarsi eccessivamente sul lato del fan service più spettacolare.

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Invece, in un panorama di serie intimidatorie, tentacolari e replicanti, Dark e il suo finale si stagliano coraggiosi e rivoluzionari. Non solo Friese e Bo Odar hanno saputo mantenere l’idea originaria del loro pitch, ma l’hanno anche coerentemente sviluppata in un susseguirsi di stagioni che, per quanto non prive di elementi arbitrari e sospensioni del giudizio a cui si scende con ancora qualche briciolo di incredulità, convergono verso un unico messaggio e una chiave di interpretazione univoca.

Come alcuni verbi tedeschi che, composti da una testa e una coda, vengono smembrati tra inizio e fine frase e risultano di senso compiuto solo una volta che tutti i tasselli sono stati presi in esame, così, in Dark, l’inizio è la fine, e la fine è l’inizio. L’uno è già compreso nell’altra, e viceversa. E, come lascia in insegnamento la risoluzione della storia di Jonas Kahnwald (Louis Hofman) e Martha Nielsen (Lisa Vicari), spesso è la rilettura dei fatti da una prospettiva complessa e complessiva a premiare i viaggiatori, che siano del Tempo, o del flusso lineare della propria esistenza.

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Ma torniamo brevemente alla domanda da cui eravamo partiti: perché si è guardata Dark? Innanzitutto, perché sembra maleducazione non terminare una serie. Poi, perché Dark riesce a soddisfare la fame di intrattenimento accessibile ma sofisticato, e perché la giacca gialla di Jonas è decisamente bella.

Infine, si potrebbe aver guardato Dark perché la frase che ci si ripete più spesso guardando fuori dalla finestra in giornate brumose è, come recita il titolo di una canzone di Cher, “Se potessi riavvolgere il tempo”. E ci volevano Jantje Friese e Baran Bo Odar per farci capire che, in fondo, potrebbe essere tutto solo una questione di prospettiva.


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