X-Files – Fenomenologia ed eredità

PERCHÉ PARLIAMO (ANCORA) DI X-FILES

Una ricerca paranoica e ossessiva della verità, ma anche una specie di enciclopedia del meraviglioso, del paranormale e del complottismo. Potrebbe essere questa una delle risposte quando ci si chiede cosa sia The X-Files, serie cult da poco rilasciata su Amazon Prime Video: ricerca della verità tra fantascienza e mistery iniziata il 10 settembre del 1993, con la trasmissione del primo episodio su Fox, e proseguita fino agli ultimi deboli strascichi del 2018, collezionando un totale di undici stagioni (nove consecutive dal 1993 al 2002 e due recenti nel 2016 e 2018) e due film (rispettivamente del 1998 e 2008).

Sono dati utili per comprendere l’universo temporale in cui si sono mosse le straordinarie vicende degli agenti Fox Mulder (David Duchovny) e Dana Scully (Gillian Anderson), a cavallo di tre decenni, due secoli e due millenni in cui tutto è cambiato sia a livello storico – con il tremendo 11 settembre a fare da spartiacque – sia a livello tecnologico nel panorama dell’intrattenimento televisivo e cinematografico. L’arco temporale trascorso e le implicazioni tecnico-teoriche con cui la serie deve fare i conti sono le medesime della quasi coetanea e altrettanto cult Twin Peaks. Fatto sta che le prime 10 stagioni della serie – non è ancora chiaro se per influenza di qualche vicedirettore FBI o di membri del governo ombra – sono state inserite nel catalogo Amazon Prime Video il 7 luglio scorso. Un’occasione appetitosa per ragionare sulla modalità di fruizione a cui dovrà andare incontro una serie come X-Files, pensata e realizzata per un’altra epoca e per un’altra piattaforma; ma andiamo con ordine.

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SPETTRI E SPETTATORI DI X-FILES

La serie ideata da Chris Carter è indubbiamente una di quelle che lascia un marchio sul proprio tempo e, insieme, di quel tempo diventa un esito emblematico. Gli ingredienti per diventare cult li possedeva già tutti in partenza: agenti dell’FBI, alieni e dischi volanti, poltergeist, curatori sciamanici, spie, super-soldati, ibridi umano-alieni, rapimenti, progetti militari segreti, armi biologiche, governi ombra, complotti e contro-complotti, ingegneria genetica, psicocinesi e viaggi oltre la morte sono solo alcuni degli elementi che intessono l’universo di X-Files. Una quantità di riferimenti e situazioni davvero invidiabile, come invidiabile è anche il collante – ossia i due protagonisti della serie – che tiene insieme queste spinte centrifughe: lo spettrale Mulder e la scettica Scully sono due polarità apparentemente inconciliabili, ma vivono una perenne evoluzione e intavolano uno scambio dialettico continuamente soggetto a rinegoziazioni.

La continuità della serie è ammirevole proprio perché i personaggi sono ben caratterizzati e si evolvono con estrema naturalezza, costruendo un legame che si solidifica a suon di indagini proibite e rischi incalcolabili. Tutto ciò diventa bagaglio esperienziale dei due agenti, pronto per essere richiamato a comprovare nuovi casi e a dar conto di cambiamenti di prospettiva su questioni di fede o di scienza. L’accumulo di esperienze nella progressione della serie chiama in causa anche la competenza dello spettatore: per addentrarsi adeguatamente nel mondo di X-Files, tra ambigui passi avanti, precari equilibri e oscure verità, gli spettatori fan (i cosiddetti X-Philes) dovevano sapersi muovere nel macrotesto tenendo a mente i fatti soggetti a richiami successivi, raramente pedanti o espliciti (se si eccettua l’imperdonabile didascalismo che appare nelle ultime due stagioni). Un fatto non di poco conto: siamo negli anni ’90, inizia a diffondersi Internet e si sviluppa il fandom tramite blog e community.

NON SOLO ALIENI. FANTA-HORROR E ALTRI IBRIDI

La principale caratteristica di X-Files risiede nel magma culturale postmoderno di cui la serie fa pienamente parte, a partire dalla commistione e sintesi di riferimenti diretti ed eterogenei. Un aspetto che risulta evidente nel momento in cui si tenta di far rientrare la serie in un genere specifico: sicuramente la componente sci-fi/horror è quella dominante insieme a detection, action, crime e avventura, specie negli episodi del running plot che riguardano la mitologia della serie; tuttavia, la struttura autoconclusiva che si ritrova nella maggior parte degli episodi lascia molto spazio alle divagazioni più impensabili, soprattutto per una serie che si dichiara erede di tutto il cinema fanta-horror degli anni ’70-’80 – per cui i vari Alien, Terminator, Predator, ma anche titoli di Carpenter come La cosa (1982), Il villaggio dei dannati (1995), o di Cronenberg come Scanners (1981), Videodrome (1983), La zona morta (1983) La mosca (1986) – oltre che debitrice di serie degli anni ’60 quali The Twilight Zone o The Prisoner.

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Frame tratto dall’episodio The Post-Modern Prometheus (5×05). L’intera puntata gioca sul riferimento esplicito al romanzo della Shelley, ma anche su una compiaciuta, ludica e consapevole rivisitazione – fin dal titolo – postmoderna. L’episodio trae evidentemente spunto – per la componente visiva in bianco e nero, per il contenuto e per lo sviluppo del racconto – da The Elephant Man (1980) di David Lynch.

Che posto trovano, allora, le vicende edificanti e drammatiche, il teen drama, le storie romantiche e gli episodi comici nel grandioso bestiario di meraviglie che è X-Files? Tutto ciò è tenuto insieme da un unico semplicissimo fil rouge: il paranormale. Ciascun episodio di questa “enciclopedia”, allora, può essere letto come exemplum di casi paranormali ogni volta differenti, secondo un intento normalizzatore (o quantomeno razionalizzante) di ciò che viene considerato pura finzione. Come risultato si ottiene una raccolta di saperi che spazia in ogni angolo del paranormale, facendo tesoro di tutto l’immaginario noto, ma anche di tutti i generi classici consolidati (commedia, dramma, commedia romantica, thriller); per questo motivo si trovano risultati tra loro stilisticamente multiformi. I casi limite sono delle vere e proprie parodie che, a partire dai generi cinematografici di riferimento, arrivano a ironizzare anche su X-Files stessa, come nell’episodio Triangle (6×03). Un atteggiamento intellettuale, questo, squisitamente postmoderno.

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Frame da Triangle (6×03). l’episodio gioca sul cliché del Triangolo delle Bermuda con grande spirito autoironico: il viaggio/sogno nel passato diventa pretesto per costruire un episodio in costume ambientato a fine anni ’30 nel contesto pre-bellico, ma popolato dai noti personaggi che nelle vicende di X-Files hanno un ruolo ambiguo. Un gioco autoreferenziale e cerebrale, ma anche denso di spunti per lo spettatore attento.

LA VERITÀ, TUTT’ALTRO CHE LA VERITÀ

Non è affatto casuale che la serie tematizzi un’ossessiva e perennemente frustrata ricerca della verità, in un clima qual è quello degli anni ’90. Fox Mulder rappresenta un idealista puro e integro, attanagliato però dall’evidenza che la verità sia sbriciolata e irrecuperabile, spesso a causa di prove che sono sempre troppo sfuggenti. Così, il suo approccio investigativo risulta essere molto più fideistico di quanto possa sembrare: “I want to believe” si legge sul poster del suo ufficio, e non “I believe”. L’agente Mulder vorrebbe far combaciare i pezzi di verità che trova, contrastando le forze che vorrebbero invece insabbiarla. Nonostante la sua tenacia, la disillusione postmoderna di fine Novecento è sempre troppo forte dopo un secolo in cui il vaso di Pandora è rimasto aperto e i mali del mondo sono venuti allo scoperto.

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Sono infatti proprio le tappe più ambigue e oscure dell’uomo moderno quelle predilette dagli interessi di Mulder: le conseguenze degli esperimenti nazisti, i progetti sulla bomba atomica, l’omicidio Kennedy, la Guerra del Golfo e tutto il sottobosco invisibile costruito da chi trama contro la trasparenza della verità. “The truth is out there”, la verità è lì fuori, si sa che esiste, ma non è tangibile né ricostruibile, forse perché fatta a pezzi da una filosofia del sospetto e della fine. La paranoia verso tutto, grande tema della serie, è perciò solo l’altra faccia della necessità di Mulder di testimoniare tutto, di catalogare ogni caso e farsi carico in prima persona di una verità che può esistere solo in forma esperienziale e soggettiva, condivisa tutt’al più con la collega Scully.

EREDITÀ ED EREDI DI X-FILES

La serie, si diceva sopra, ha fatto da punto di raccordo per un complesso filone di generi e temi, usciti del tutto stravolti dalla commistione.  Lo strano ibrido che ne è emerso ha fatto scuola per molta serialità venuta dopo. In particolare, la fantascienza paranoica ed esistenziale marchiata X-Files è stata amplificata in modo molto suggestivo attraverso un passaggio di testimone ininterrotto che ha plasmato il genere mistery come lo conosciamo oggi. Si pensi a Lost (2004-2010), una serie che porta all’estremo la dimensione esistenziale-fideistica e allusiva di X-Files a livello tematico, ma che diventa anche l’emblema della partecipazione del fandom alla serie, portando a pieno regime le potenzialità insite nei forum di discussione che avevano iniziato ad arrovellarsi su X-Files.

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Se J.J. Abrams si conferma estimatore di X-Files con Fringe (2008-2013), tentativo pedissequo di riproporre quell’immaginario, ci sono altri casi che si rifanno alla serie di Carter in modo più sottile. È il caso di Stranger Things, che ripercorre l’effetto-nostalgia in modo meticoloso e prolifico; di Dark che al debito con Twin Peaks somma anche quello con X-Files e ancora Westworld, dove la riflessione paranoica prende corpo e vita negli ibridi androidi, in una continua ri-negoziazione dello statuto della realtà – ma ricordiamo The Prisoner (1967-68) riferimento sia per X-Files che per Westworld, sia per il remake omonimo The Prisoner.

Insomma, oltre ad aver fatto da strettoia per il genere fantascientifico, X-Files si è anche imposta come colonna portante del mistery paranormale, sottogenere che oggi pare tra i più interessanti, prolifici e unificanti in un panorama estremamente frastagliato.

L’ALLUNAGGIO ZOPPICANTE DI X-FILES SU PRIME VIDEO

X-Files è un pezzo importante della storia della serialità televisiva, molto connotato a livello estetico e tematico dai postmodernissimi anni ’90 di cui il “telefilm” (adottando la terminologia contestuale dell’epoca) si fa ormai portavoce, senza diventare necessariamente uno sterile cimelio di antiquariato. Se si tralasciano le propaggini recenti della serie, le nove stagioni di X-Files andate in onda dal 1993 al 2002 hanno creato un immaginario condiviso che fa da monumento agli anni ’90 sia per popolarità, sia per influenza successiva. Per tutti questi motivi non è trascurabile il rilascio della serie (almeno le prime dieci stagioni) sulla piattaforma Prime Video, soprattutto in vista di una fruizione spettatoriale completamente diversa rispetto a quella per cui lo show televisivo era stato pensato. Forse è superfluo ricordare che la fruizione di serie on demand, specie su piattaforme streaming, ha progressivamente soppiantato quella classica del palinsesto televisivo almeno da dieci anni.

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Ormai, non si è più abituati a una televisione di flusso dove i programmi sono influenzati nella loro forma da necessità di palinsesto come la durata e le interruzioni pubblicitarie programmate, che obbligano alla classica ripartizione degli episodi in tre spezzoni riscontrabile in X-Files: prologo che crea l’atmosfera dell’episodio, svolgimento con climax, atto conclusivo risolutivo o meno. Anche la programmazione stagionale era diversa, solitamente con un episodio a settimana per molti mesi, influenzando il macrotesto della serie e la collocazione degli episodi lungo la stagione. Ecco perché troviamo le puntate sulla mitologia degli alieni disposte a gruppi di due, collegate sempre da cliffhanger, a inizio, a metà e a fine stagione, mentre gli episodi di ricorrenza settimanale seguono la modalità antologica autoconclusiva.

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È piuttosto scontato che tutti questi aspetti vadano persi nel momento in cui una serie con tali caratteristiche storiche viene riproposta in una piattaforma streaming dove è possibile fruirla in binge watching. Del resto, non è niente di diverso da una fruizione home video in DVD, in cui si è liberi di ripercorrere la serie svincolandosi dal rituale della stagionalità. Ciò che non torna, piuttosto, è il rilascio di tutte le puntate in formato 16:9, anziché nel 4:3 originale che caratterizzava le prime quattro stagioni. Per molti magari una carenza di poco conto, ma a livello tecnico e teorico è un ulteriore elemento di riflessione sul livellamento delle forme di visione in piattaforma e sulla perdita di profondità storica che ne consegue. Oltre a essere una lacuna filologica notevole da parte di distributori che dovrebbero essere specializzati e meticolosi, questa “svista” (non è la prima da parte di Amazon) sottolinea una scarsa sensibilità verso la storia dei prodotti che rilascia.

Omologare formati differenti è una mossa che vorrebbe accomunare prodotti visivi dallo statuto mediale differente. Se non si può più godere di X-Files, come di mille altri “telefilm”, secondo le modalità di fruizione ormai obsolete del rituale in prima serata, quantomeno sarebbe piacevole conservare la forma quasi quadrata dei vecchi televisori in 4:3. Non per dilettarsi di un residuo “archeologico” degli schermi televisivi, ma per salvare a livello diacronico qualcosa che non sia solo la qualità e lo stile delle immagini.

PER CONCLUDERE

Non siamo qui per negare l’evidenza: X-Files è una serie che ha fatto inevitabilmente il suo tempo, perlomeno a livello strutturale e formale. Valga come conferma il tentativo fallimentare di revitalizzarla con le due stagioni del 2016 e 2018, poco efficaci perché imprigionate in un vecchio stampo ormai superato e in un effetto nostalgia non convincente: quello che mostrano le ultime stagioni non è nuovo e comunque funzionava meglio prima. Tra il 2002 e il 2016 ci sono state serie che hanno recuperato le “mostruosità” di X-Files e le hanno arricchite concretamente, grazie soprattutto a forme narrative più articolate e complesse.

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Come spettatori, ormai, ci siamo abituati alle “aberrazioni del pensiero” di matrice postmoderna e questo anche per merito delle forme versatili, strutturate e solide che la serialità contemporanea ha sviluppato. A maggior ragione de-storicizzare superficialmente X-Files non sembra la scelta migliore per restituirla al pubblico in tutta la sua sincera vitalità. Casomai, appare più come un tentativo di oscurarne gli aspetti superati (eppure così caratteristici), secondo un criterio non dissimile da quello dei personaggi della serie che complottano per negare la verità. Se non fossimo totalmente persuasi dall’offerta e dalle modalità dei grandi distributori, questa sarebbe l’occasione per mettere in discussione tutto e complottare ad oltranza, seguendo le orme di Fox Mulder: “X-Files is out there”.

 

 

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