L’uomo senza gravità – La recensione

Vivere leggeri e con spensieratezza è un’impresa titanica al giorno d’oggi. Il mondo circostante, lo studio, il lavoro, l’ossessione di piacere a tutti e di non deludere nessuno, sono scarpe di piombo che ci tengono ben saldi al suolo, gettandoci a volte nel buio di una voragine interiore senza via di uscita. Eppure a questa terra che ci richiama costantemente a sé, il protagonista del nuovo film di Marco Bonfanti L’uomo senza gravità (disponibile su Netflix) si è da sempre ribellato, sin dal suo primo, leggero, vagito. «Ho fatto un angelo» afferma la madre (Michela Cescon) osservandolo librarsi in una stanza di ospedale come un astronauta nello spazio. Ma a tenere legato al suolo questo piccolo esploratore del cielo ci pensano braccia, cinture, zaini, strumenti fisici e improvvisati dalla mamma e dalla nonna Alina (Elena Cotta) attraverso cui combattere il pregiudizio della gente.

L’uomo senza gravità

Sarà la televisione, contenitore di sogni e aspiranti talenti, a fornire lo strumento necessario a Oscar (Elio Germano) per mostrarsi nella sua unicità. Intermediato dal piccolo schermo dove l’apparenza è tutto, il ragazzo sarà per la prima volta se stesso, potrà volare senza sentire il peso degli sguardi e dei giudizi altrui, scatenando solo una tenera forma di – forse illusoria – sorpresa. Non passerà molto tempo prima che il ragazzo capisca di essere soltanto un’ennesima pedina in un freak-show perennemente on-air prodotto dall’immaginario voyeuristico sociale; un frullatore mediatico veloce nel saturarsi, là dove la sorpresa iniziale si trasforma con agile velocità nella semplice ordinarietà. E così la verità viene celata, nascosta come polvere sotto un divano raffinato ed elegantemente rifinito («vogliamo rovinare tutto con la verità?» affermerà il suo manager David) il prodigio sfruttato e il resto nascosto dietro un velo di Maya pronto a soffocare l’uomo dal mito.

Nelle vesti di una cautionary tale attualizzata ai giorni nostri (numerosi i riferimenti alla cultura pop, soprattutto anni ’90: dallo zaino Invicta al cartone animato di Batman) il film dipana un intreccio interessante a partire da un’idea originale, poetica, figlia di quella riscoperta sognatrice che alimenta un cinema italiano in pieno risorgimento. La regia di Bonfanti (qui al suo primo prodotto di fiction dopo due documentari che indagavano la bellezza della resilienza – L’ultimo pastore – e della creazione – Bozzetto non troppo), non sempre, però, riesce a osare quanto vorrebbe e, reduplicando quanto subito da Oscar da piccolo, si rinchiude tra le mura di un’estrema canonicità senza riuscire a spiccare davvero il volo.

L'uomo senza gravità

Elio Germano dal canto suo si riconferma la gemma che fa risplendere l’opera; la sua micromimica facciale nasconde ogni sfumatura emozionale, traducendo in una smorfia, o in un semplice sguardo, una tempesta di sensazioni troppo difficili da tradurre in parole. Una comunicazione non verbale giocata in sottrazione e sottolineata dai dettagli della scenografia, curati con fare maniacale per legarsi armoniosamente ai movimenti dell’attore. È infatti nei non-detti, nei silenzi che si raccoglie la vera anima turbata di Oscar. La semplicità con cui riesce a replicare senza forzature il dialetto dell’alta Lombardia è un’ulteriore riprova dell’invidiabile e innata abilità dell’attore di entrare nei panni di un nuovo personaggio, vestendone il corpo e scrutandone l’anima. In bilico tra l’innocenza per un mondo mai veramente vissuto, e la paura di fare i primi passi in questo universo irto di ostacoli, il suo Oscar capisce che a volte la soluzione migliore non è saltare i problemi volando, ma prendere questa sua straordinaria abilità e applicarla al suo stile di vita: muoversi tra gli altri con spensieratezza, volando con la forza del pensiero, ma fisicamente attaccato al suolo.

Senza

Una favola moderna di superuomini nascosti dentro la corazza di uomini normali, quella de L’uomo senza gravità. Audace e coraggiosa nello strizzare l’occhio a Italo Calvino e al suo “Barone Rampante”, l’opera di Bonfanti non raggiunge, però, le stesse vette di suggestione del testo di riferimento. Se da una parte il regista invita lo spettatore a entrare in questa giostra di uomini straordinari per ritrovare quella leggerezza che ci permette di guardare la vita da un’alt(r)a prospettiva, dall’altra è lui stesso a non far decollare mai l’opera, tenendola piantata a una passiva linearità orfana di guizzi creativi, o formule magiche di fantastica illusione. La tematica è declinata in modo deludente in numerose occasioni (l’ellissi estrema su cui gioca il racconto lascia molte sottotrame del tutto incomplete) sprofondando ben presto in una superficialità narrativa che tanto vorrebbe dire e poco riesce a comunicare.

Poteva essere un viaggio giocoso, L’uomo senza gravità; il risultato è un aeroplanino di carta che tenta di librarsi in volo per pochi, magici, secondi, atterrando svelto al suolo, ancorato a quel realismo che poco spazio lascia al fantastico e al poetico.

 

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