The Earth is Blue as an Orange – Il cinema come catarsi | Biografilm 2020

La nostra recensione di ‘The Earth is Blue as an Orange (Zemlia blakytna niby apel’syn)’, di Iryna Tsilyk, uno dei 41 film selezionati alla 16ª edizione di Biografilm Festival, di cui Birdmen Magazine è media partnerClicca qui per scoprire come vedere tutti i film del Festival in streaming gratuito su MyMovies (fino al 15 giugno). Un’occasione unica, da non perdere!


Quanto potere può avere l’arte in periodo di guerra? The Earth is Blue as an Orange[1], diretto da Iryna Tsylik, è un documentario metacinematografico che segue la vita di una famiglia rimasta nel Donbass – in Ucraina – malgrado il conflitto in corso: un inno alla vita raccontato attraverso il potere del cinema.

La famiglia su cui l’occhio della macchina da presa ci permette di posare lo sguardo è quella di Anna, madre di quattro figli, che ha fatto la coraggiosa scelta di restare in Ucraina. Nonostante il doversi rifugiare in cantina durante i bombardamenti, nonostante le macerie degli edifici distrutti dalle mine, la famiglia mantiene un atteggiamento positivo nei confronti della vita. Spinti dalla passione per il cinema, i Trofymchuk decidono di girare un film che racconti le loro esistenze durante la guerra.

Il documentario offre quindi una prospettiva diretta nella vita di una donna e dei suoi figli tramite la realizzazione di un film autobiografico, la cui regia è affidata alla figlia maggiore, Myroslava Trofymchuk, che sogna di diventare cineasta. Ogni membro della famiglia assume un ruolo: discutono, preparano le scene e le girano, poi la madre si occupa del montaggio. La macchina da presa (o meglio, le macchine da presa: tanto quella del documentario in sé, quanto quella del film di cui viene mostrata la realizzazione) entra intimamente nelle loro vite, rimanendo politicamente imparziale.

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Se al di fuori dalle quattro mura domestiche ci sono bombardamenti e caos, la casa invece rappresenta un posto sicuro. È dove la famiglia cerca di trascorrere una vita normale nonostante la guerra che imperversa in Ucraina da diversi anni. Lo stesso film che ha intenzione di girare Myroslava raccoglie le impressioni di tutti i membri della famiglia sulla guerra. Non si tratta, come dicevo, di critica politica, ma della semplice e pura esperienza umana di fronte al conflitto.

«War is when some people shoot. And other people shoot the people who shot first. When they start to shoot, mum wakes us up and we go to the corridor. And when they stop, we go back to sleep».

Myroslava descrive la guerra come il vuoto. La sorella Nastja sostiene che la guerra l’abbia resa facilmente irritabile. La madre, Anna, esprime il suo senso di colpa per non aver abbandonato la zona, costringendo i figli a vivere nel timore dei bombardamenti; del resto, era decisa a non abbandonare l’anziana madre e la sorella, rimaste anche loro nel Donbass. È lasciato spazio anche alle parole dei bambini più piccoli.

E così, anche il fulcro del documentario di Iryna Tsilyk diventa quello di raccontare le paure e le gioie di una vita che normale non è, ma si sforza di essere tale. Il documentario e il film di cui viene mostrata la realizzazione quasi si fondono, donando a The Earth is Blue as an Orange un sapore metacinematografico. Sotto analisi è lo stesso mezzo del documentario, che serve non solo a noi come finestra sulla vita dei soggetti, ma è anche la loro strategia di sopravvivenza.

La regista ci mostra come la famiglia protagonista risponda alla violenza del conflitto mediante la loro passione per il cinema. La conversione del trauma in arte funge da catarsi: la proiezione del film sul finale del documentario si sofferma sui volti dei cittadini, scoprendo degli occhi che si sentono compresi e si rispecchiano in ciò che vedono.

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La famiglia è – fatta eccezione per qualche bambino – totalmente al femminile. Il padre è assente. Ci sono la nonna e la zia a completare il quadro familiare, anche loro senza uomini al proprio fianco.

C’è, tuttavia, una presenza maschile che viene mostrata in modo non convenzionale: quella dei soldati ucraini. A loro, la giovane Myroslava Trofymchuk si rivolge dicendo «Sorridete e dite ‘cinema’» e i soldati – per tutta risposta – si prestano al gioco, sorridendo e posando davanti al carro armato che, in questa maniera, perde la sua connotazione negativa e si riconfigura semplicemente come parte dello sfondo.

Per un attimo, sembra quasi di dimenticare le macerie.

[1] Il titolo del film si riferisce a una poesia del surrealista Paul Éluard, La Terre est bleue comme une orange, presente nella raccolta L’Amour la poésie (1929).


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