Il Buco – Cane mangia cane nell’horror spagnolo di Netflix

L’oriente chiama, l’Europa risponde. Nell’anno del trionfo di Parasite (Bong Joon-Ho, 2019), si è appena rivelato al grande pubblico un film spagnolo che tratta lo stesso tema – le disuguaglianze sociali e di classe – in maniera ancora più radicale, attraverso gli archetipi del genere horror e fantascientifico. Distribuito da Netflix pochi giorni fa e diretto dall’esordiente Galder Gatzelu-Urrutia, Il Buco (El Hoyo, 2019) è una corsa infernale che non lascia tirare il fiato nemmeno per un secondo.

La recensione contiene spoiler, segnalati da parentesi quadre.

Gerarchia

In principio, dunque, era il Buco. E con il Buco, la gerarchia. Fondamentalmente, l’architettura del film si basa su queste due stringate assunzioni: da spettatori, siamo subito catapultati in medias res, e ci ritroviamo ad avere a che fare con pochi, ferrei meccanismi che governano il microcosmo in cui è ambientata la vicenda. Siamo dentro una struttura, forse una torre, con n piani, ogni piano ha due “inquilini”, ogni pavimento ha al centro un enorme buco quadrato, attraverso il quale passa una piattaforma colma di cibo di prima qualità, che parte dal livello zero per poi scendere, sostando in ciascun livello e permettendo a chi vi risiede di nutrirsi. Si va dall’opulenza dei primi livelli sino alla disperazione infernale degli ultimi, quando la piattaforma è desolatamente priva di qualsiasi alimento e le probabilità di sopravvivere diminuiscono. [spoiler] C’è, tuttavia, un interessante fattore di mobilità che viene introdotto: ogni mese, gli inquilini del buco vengono cambiati arbitrariamente di livello.

Sin da subito, è chiaro come il regista faccia di tutto per rendere trasparente l’allegoria politica che regge tutto il film: il Buco come metafora della società umana. Lo fa nella maniera più esplicita possibile, attraverso i dialoghi, non curandosi di poter sembrare didascalico, sulla falsariga della migliore tradizione degli horror politici che va da George Romero (Zombi, 1978) a John Carpenter (Essi Vivono, 1988)  fino al black-humor caustico di Jordan Peele (Get Out, 2017). Parallelamente, l’altra direttrice estetica principale seguita dal film è quella che porta ai classici di fantascienza distopica come Brazil (1985) di Terry Gilliam o ad opere più recenti come Snowpiercer (2013) di Bong Joon-Ho, dove viene riprodotta la netta dicotomia tra ricchi e poveri.

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Fame

Se dovessi designare il padrino spirituale del film, non avrei dubbi nell’indicare Thomas Hobbes e il “suo” detto, per la verità di origine molto più antica, homo homini lupus. Se il desiderio di sopraffazione e di autoconservazione è la cifra caratteristica dell’agire umano, non c’è miglior modo di dimostrarlo mettendo sul piatto la metafora alimentare. La lotta per una risorsa essenziale come il cibo è un fatto ancestrale, che ci porta a manifestare gli istinti più basici e ci accomuna a ciò da cui cerchiamo così ansiosamente di distinguerci: gli animali non-umani.

Dunque, Il Buco è un film viscerale non soltanto per ciò che di violento viene mostrato, nella fattispecie alcuni atti di cannibalismo davvero rivoltanti, ma, ad un livello ancora più immediato, per i rumori che vengono prodotti. L’orecchio dello spettatore è tormentato da un sottofondo continuo di stridii metallici, denti digrignati, carne strappata dall’osso, masticazioni, cibo ingurgitato e via dicendo. È emblematica la scena [spoiler] nella quale Goreng (il protagonista, interpretato da uno scavatissimo Iván Massagué), letteralmente divorato dalla fame, strappa alcune pagine della sua copia del Don Chisciotte per non doversi nutrire del cadavere della sua compagna di cella. È quasi come se il libro, l’atto della scrittura in generale, fosse l’ultimo filo che tiene legato Goreng al mondo civile, una delle fragili sovrastrutture che lo separano da un ipotetico stato di natura.

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Discesa

Il regista è tanto diretto nell’utilizzo delle metafore quanto abile nel lasciare una serie di spazi vuoti all’interno della trama, che alimentano delle ambiguità nei confronti dei personaggi ed evitano un possibile sovraccarico di spiegazioni. È il caso di Goreng, del quale ci viene spesso mostrato il riflesso della psiche, ma le cui motivazioni profonde, che l’hanno spinto ad entrare volontariamente nel Buco, non vengono rivelate; o dell’Amministrazione, l’entità invisibile che sembra orchestrare tutta la vicenda in maniera spietatamente neutrale, nello stesso modo in cui la natura è indifferente nei confronti della sorte dell’uomo.

A cercare di fare quadrare il cerchio viene dunque introdotta, sul finire della vicenda, un’analogia religiosa: un improvvisato messia e il suo apostolo, uniti da un’euforia mistica che maschera il desiderio di giustizia, si lanciano in una folle, meravigliosa catabasi. In questo aspetto si nota prepotentemente l’analogia con il Chisciotte: il protagonista del romanzo impazzisce a causa della lettura esagerata di romanzi cavallereschi, che lo spingono a cimentarsi in imprese proverbialmente vane. [Spoiler] Allo stesso modo, Goreng si imbarca in un’impresa (con tanto di “scudiero”) il cui vago scopo sarebbe quello di «mandare un messaggio», rinunciando alla propria individualità in nome di un bene maggiore per innescare un circolo virtuoso di «solidarietà spontanea». Solo in tal modo, nel compimento di questa missione chisciottesca, sarebbe possibile spezzare la catena di eterno dolore del Buco.

Anche allo spettatore non è dato sapere se l’impresa abbia sortito gli effetti sperati: non resterebbe che confidare ciecamente, o meglio religiosamente, nella forza del messaggio. La scelta di lasciare al singolo spettatore la possibilità di fare un’ipotesi sul finale l’ho trovata estremamente azzeccata, praticamente la ciliegina sulla torta di un’opera compatta e coraggiosa. Sui titoli di coda, ognuno è invitato a soffermarsi sui seguenti interrogativi, sia in virtù della propria attitudine verso l’esistenza che delle proprie convinzioni sulla natura umana: siamo davvero così irrimediabilmente malvagi? Nel gesto finale, tanto eroico quanto folle, c’è una qualche verità o morale da trarre? 

 

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