1917 – Cose mai viste

Il legame genetico tra cinema e guerra è forse uno dei più saldi che si possano incontrare nello studio della modernità: nato sul finire dell’Ottocento, il cinema si è confrontato quasi subito con l’esperienza bellica, ancor prima di aver trovato una propria forma – detta poi “classica” – che potesse porre ordine nel caos di un’idea nuova, in certo modo folle, per certi versi già rappresentativa del moderno non solo nella sua accezione tecnologica (fondamentale) ma anche in quella umana. Ancora più particolare è il legame tra immagine in movimento e Prima Guerra Mondiale, il conflitto che più di tutti gli altri ricordiamo per il suo portato di novità, di nuovi orrori mai visti, di grandi manovre incomprensibili.

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Con 1917, Sam Mendes sceglie di nuovo questa guerra, simbolo funesto della modernità, per raccontare una storia di fratellanza e amicizia, esaltando ancora una volta l’esperienza umana in un contesto storico di grandi mutamenti sociali e tecnologici. Se per secoli la guerra si era combattuta come su una scacchiera, sotto lo sguardo demiurgico del generale – quello che Alonge chiama “sguardo di Cesare” -, ora sono cambiate le coordinate. Una guerra che si ipotizzava di breve durata e di movimento, quindi combattuta coi vecchi metodi ereditati dal mondo antico, si rivelò poi un lungo conflitto per la conquista di poche centinaia di metri alla volta. È in questo contesto che, abbandonate le cariche della cavalleria e gli scontri campali, ci si affaccia a una nuova visione, dallo sguardo di Cesare, dalla scacchiera, al labirinto. E Mendes mette in chiaro sin dall’inizio che un tema fondamentale del suo 1917 sarà proprio la continua tensione necessaria a destreggiarsi nell’esperienza caotica del nuovo campo di battaglia, un senso di allerta costante che non permette la minima distrazione, il minimo battito di ciglio, come in un lungo piano sequenza.

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La scelta di affidare la missione a due soldati esperti nell’orientamento è emblematica di quanto il ragionamento sullo spazio e sulla visione siano importanti in 1917, a fronte di una trama semplice nel punto di partenza e in quello di arrivo, ma arricchita dalla scrittura che regia e fotografia cuciono con fili invisibili per tutta la durata del film. In 1917 non sono in ballo solamente la storia di una missione o le vite di 1600 soldati, è in gioco il tentativo di proporre una nuova visione attraverso le tecnologie più avanzate, è in gioco, a mio avviso, l’avanzata del dispositivo cinematografico verso territori inesplorati, lontani dalla scacchiera e dal labirinto, vicini alla visione che sognarono i primi cameramen di guerra, guarda caso impiegati proprio durante la Prima Guerra Mondiale.

1917 (2019)

Seguendo Schofield e Blake, scelti perché abili a muoversi in quel reticolo di trincee in cui solo gli esperti sapevano orientarsi, abbiamo il privilegio di partecipare a un viaggio in cui il tempo smetterà molto presto di avere un valore, perché quasi subito sottratto al controllo dei soldati dalla realtà dei fatti: si sta combattendo una guerra che già nella sua genesi è insensata, spinta da motivazioni deboli, ordinata dall’alto, e in cui i singoli non possono cogliere la simultaneità degli avvenimenti, ma solo subirne il continuo affastellamento. Se dunque sul tempo non si può fare più affidamento, essendo in gioco un determinismo fatto di attacchi a orari prestabiliti, bombardamenti programmati e distanze da percorrere senza conoscere entità e posizione del nemico, l’unico riferimento possibile diventa quello spaziale.

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Schofield, Blake e l’artiglieria tedesca

La visione, dunque, assume un ruolo fondamentale nella buona riuscita della missione, si navigherà a vista, vivendo ogni singolo passo senza chiudere mai gli occhi, sempre all’erta, un piano sequenza dopo l’altro. E un passaggio importante per Mendes è proprio la ricerca maniacale di una nuova visione che possa dischiudere il senso ancora nascosto di quell’esperienza bellica in campo cinematografico. Pensare a 1917 come a un gargantuesco esercizio di stile sarebbe forse l’errore più grosso nell’interpretazione di questo film, laddove le quasi due ore di girato che paiono pesare la metà, proprio perché vissute passo per passo, senza eccessive ellissi temporali, sono una versione possibile e nuova di ciò che i reporter di più di un secolo fa avrebbero voluto girare, nonché una forma di avanzamento dello sguardo cinematografico cui il cinema di guerra è storicamente legato.

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L’importanza del lavoro sul mezzo per il mezzo, l’evoluzione delle tecniche cinematografiche per il cinema è essa stessa parte del senso di quest’opera, che costruendo lo sguardo del soldato non solo si pone come conquista del cinema contemporaneo, ma anche come omaggio a quel cinema che non fu possibile all’epoca dei fatti rappresentati, ma che avrebbe dato un contributo fondamentale alla comprensione di un conflitto mostruoso come quello, mai del tutto capito dai civili dell’epoca. Il direttore della fotografia, Roger Deakins, insieme alla sua squadra di formidabili cameramen, omaggia quei primi coraggiosi cineoperatori che si guadagnarono il rispetto dei soldati al fronte, fermati, nella loro opera di documentazione, solo dai limiti tecnici, ma che riportarono in patria materiale preziosissimo per la propaganda sul fronte interno ed esterno. Se gli Stati Uniti entreranno in guerra, molto del merito sarà proprio del cinema britannico, di uomini come Geoffrey Malins e Benjamin McDowell e di film come The Battle of the Somme e The Battle of the Ancre, testimonianze dal fronte talmente forti, malgrado le censure, da dimostrare tutta la potenza delle immagini in movimento.

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George MacKay, nei panni di Schofield, è il prototipo perfetto di umano capace di sopravvivere all’esperienza della modernità, che si consuma nelle città trafficate come sul campo di battaglia: gli occhi spalancati, senza ciglia, uno stato di perenne allarme per superare i pericoli. E proprio l’elemento urbano è sfruttato da Mendes per dare ulteriore forza all’idea del labirinto, qui nella forma concreta di una cittadina spezzata, scheletrita, rasa al suolo, senza punti di riferimento, impossibile a navigarsi, ma in cui l’elemento umano, una giovane madre, riesce per un po’ ad alleviare il dolore e indicare la via giusta. Fuori da quel seminterrato, sarà di nuovo l’elemento vitalistico a guidare il soldato, prima un fiume, poi un bosco, la natura che resiste agli artifici, la luce del mattino che spazza via le ombre spettrali generate dai razzi nella notte.1917-film-recensione-mendes

Schofield è un soldato il cui unico alleato rimane la vista, nei vari piani sequenza che compongono il film esperiamo la sua modalità di visione, senza battiti di ciglia, senza riferimenti temporali e spaziali oltre a quelli naturali (l’orologio si rompe molto presto, la carta geografica è intrisa di sangue), senza nemmeno l’ausilio dell’udito, che nelle trincee è il senso più importante per conoscere distanza e calibro della minaccia, ma che fuori di quelle perde di centralità.

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1917 è quindi molto più della semplice esperienza immersiva e virtuosistica che alcuni hanno descritto, è l’omaggio all’esperienza dell’individuo in un conflitto di massa, è l’omaggio a un cinema che non c’è mai stato, è il necessario sperimentalismo che apre porte su nuovi sguardi cinematografici. Anni di preparazione, progetti studiati al millimetro nel costruire set su misura per le sequenze da girare, addirittura una macchina da presa Arri di nuova concezione progettata appositamente per rendere possibile questo film. Un progresso che, trovo, si esprima piacevolmente anche nelle scelte di casting, con due facce nuove a ruoli così prominenti, cui vengono affidati personaggi la cui profondità sta proprio nel rappresentare soldati comuni che nel 1917 sono ancora vivi, ma potrebbero non superare l’anno, morire il giorno dopo la fine della storia in cui abbiamo potuto spiarli.

Un film che a parte qualche lieve scricchiolio, non cade nella facile trappola della retorica, e racconta una storia come tante, già vista, ma mai così. È forse presto per parlare di nuova pietra miliare del cinema di guerra, ma 1917 è un film che personalmente vorrei rivedere subito.

Credo di aver battuto le ciglia davvero troppe volte, e non potevo permettermelo.


Per vedere com’è stato realizzato 1917, clicca qui.

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Roger Deakins tra i ciliegi in fiore, sul set di 1917

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