1984: nessuno schermo

Nato come romanzo quindi declinato, citato, omaggiato e ripreso in ogni possibile forma audiovisiva, dai film ai videogiochi fino alle serie TV, 1984 ritorna, grazie alla regia di Matthew Lenton, in un formato che è forse quanto di più simile e fedele possa esserci a quello originale. Non tanto per via della trasposizione in sé, la quale è sì fedele alla visione orwelliana ma non molto più della media degli altri adattamenti, quanto per una caratteristica che accomuna libro e teatro: l’assenza di schermi.

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Le scenografie sono il risultato di un attento lavoro di privazione, voluto per restituire al pubblico le atmosfere soffocanti del romanzo.

La sovra-presenza di schermi tipica della contemporaneità potrebbe intorpidire la nostra sensibilità, impedendoci così di provare il giusto grado di disturbo e disgusto che Orwell si è premurato di far avere ai sui lettori nel ‘49, un disgusto claustrofobico studiato chirurgicamente fino ai limiti del sadismo intellettuale, ma che oggi rischiamo di avvertire sempre meno, tanto è placida e accogliente la quotidianità digitale. Insomma, in un mondo dove gli schermi sono più numerosi di chi li usa, invitare un pubblico a esperire 1984 ancora una volta senza il filtro di uno schermo audiovisivo, cioè coerentemente alla sua visione originale, è di per sé un’impresa degna di lode. Sia chiaro, non che degli schermi effettivi nello spettacolo non manchino, ma essi sono appunto oggetti di scena, fondamentali certo ma non sufficienti a trasmettere l’orrore orwelliano.

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Grottesco. Nel senso etimologico del termine. Vere e proprie creature elementari e primitive, che vivono dentro il buio di grotte tanto esteriori quanto interiori. La «neolingua» orwelliana parte dai gesti dei loro protagonisti.

A dire il vero, l’idea stessa di “trasmissione” non rende giustizia all’operazione di restaurazione affrontata dal regista scozzese. Lenton compie prima di tutto un’opera di ricostruzione di spazi e corpi dove i primi sono inscritti geometricamente in una crudele quanto elegante sequenza visiva di rettangoli che culmina col famigerato occhio che tutto vede, mentre i secondi poggiano tutta la loro carica drammatica sulle performance fisiche dei protagonisti. Il risultato è una piacevole dicotomia tra geometria e anatomia, dove il corpo, altro elemento della contemporaneità inflazionato e abusato, si riscopre in tutta la sua purezza estetica, dominando la scena facilmente nelle scene d’amore tra Winston e Julia, ma dirigendola in una maniera più sottile in quelle più squisitamente narrative.

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Si hanno dei dubbi legittimi sulla presenza di una narratrice nella storia che è sia un personaggio, sia una messaggera dell’interiorità. Bisogna però avere la pazienza di arrivare fino alla fine, così da apprezzare pienamente il termine «psicopolizia».

Valutare 1984 potrebbe essere, al di là dei gusti personali, abbastanza semplice. Potremmo soffermarci sulle scelte di regia volutamente performative e avanguardistiche, specialmente all’inizio e alla fine, quando il pubblico cioè è letteralmente chiamato in causa, ma così facendo sottostimeremmo l’apporto della scrittura alla storia. Il picco più alto del lavoro di Lenton, pertanto, è raggiunto proprio nel primo atto, quando Luca Carboni (Winston, un tenero protagonista) mette in scena una prestazione fisica impeccabile: egli è immobile, davanti alla scrivania, mentre fissa il proprio diario, già di per sé un oggetto sovversivo. Il colore del vestito della narratrice, vero elemento di novità rispetto al romanzo, è rosso come il quaderno e ciò non può essere un caso. Mentre Carboni esegue la sua innaturale immobilità, Nicole Guerzoni condivide con noi il dinamismo mentale del protagonista, un groviglio di pensieri ansiogeni e catartici al tempo stesso.

In conclusione, il lavoro di Lenton è un lavoro di ricostruzione e restaurazione, in particolare di restaurazione gerarchica tra i vari livelli di percezione, sensibile ma anche morale. Seguendo pedissequamente la decostruzione misantropica di Orwell, Lenton mette in scena con coraggio un incubo universale che parla alle nostre coscienze intorpidite con spietata crudezza.

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