A tu per tu col diavolo – Intervista a Michele Riondino

Dopo più di cento repliche in tutta Italia, Il Maestro e Margherita arriva al Teatro Fraschini di Pavia che si riempie di spettatori di ogni età curiosi di assistere all’allestimento del celebre romanzo omonimo che ha stregato intere generazioni di lettori. A dar vita alla regia di Andrea Baracco un numeroso cast di interpreti che con grande maestria si sdoppiano per popolare la scena dei bizzarri personaggi del capolavoro di Bulgakov (qui la nostra recensione dello spettacolo). Su tutti svetta Woland, il diavolo, interpretato da Michele Riondino. Irresistibile illusionista, esperto di magia nera, testimone oculare dei più importanti eventi storici e affascinante intellettuale: il diavolo che prende vita in questo spettacolo è poliedrico, sfuggente, seducente, a tratti bestiale. Poco prima dell’inizio delle prove abbiamo avuto la possibilità di fare un’intervista a Michele Riondino ed ecco cosa ci h raccontato.

Ieri (durante la chiacchierata con la compagnia avvenuta al Caffè Teatro ndr) si è detto che, per qualche strano motivo, gran parte di noi ha letto Il Maestro e Margherita prima dei vent’anni e lo considera un testo importante per la propria formazione. Che ruolo ha avuto per te e che cosa hai pensato inizialmente quando ti è stato proposto il ruolo di Woland? Com’è cambiato il tuo rapporto con il romanzo da quando hai iniziato a lavorare a questo allestimento?

Ho amato molto Il Maestro e Margherita, ma non è stato un dei miei romanzi di formazione. Con questo testo ho avuto un rapporto in due tempi: l’ho letto e mi è piaciuto, ma senza troppo coinvolgimento. Poi l’ho ritrovato in Accademia con un insegnate  che l’aveva già portato in scena: ce l’ha fatto rileggere e ci abbiamo lavorato un po’ (più per sua passione che per utilità teatrale, a dire il vero…). Quando mi è stato proposto ho trovato divertente la chiusura del cerchio dal momento che me lo chiedeva un altro regista dell’Accademia (Andrea Baracco ndr) che insieme a questo insegnante l’aveva  già approfondito: mi divertiva molto la coincidenza. L’ho riletto e a quel punto ho iniziato a immaginare il personaggio in maniera più precisa:è descritto perfettamente nel romanzo, ma è anche vero che ti offre diversi spunti. Il diavolo l’abbiamo visto e letto in mille modi: è uno di quei personaggi che ti dà la possibilità di attingere a più fonti. Per questo ruolo ho studiato molto film di Sokurov Faust; l’ idea di quel Mefistofele lì mi ha dato lo spunto per cercare di restituire un personaggio molto fisico: quello era grasso, non aveva sesso, era fatto strano, tondo, aveva un odore fortissimo. Questa fisicità espressa attraverso la voce e la postura, la reazione della gente al suo passare mi hanno dato l’idea iniziale per esprimere la componente dell’inganno che per me era importane: il diavolo è il principe dell’inganno e si prendere gioco degli uomini, nel romanzo, come nella Bibbia e nella Divina Commedia (la stessa legge del contrappasso è una forma di presa in giro). Per deridere qualcuno l’elemento inevitabile è il ghigno che si lega all’idea comune che abbiamo del Joker che non ho preso in considerazione come riferimento, però inevitabilmente Joker è un diavolo e si prende gioco di Batman e degli abitanti di Gotham City. Non è il mio Woland che è simile a Joker, ma è Joker che è simile al diavolo.

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In un bel manuale intitolato Curarsi coi libri. Rimedi letterari per ogni malanno (Ella Berthoud e Susan Elderkin) questo romanzo è consigliato come cura a un disturbo decisamente assillante: essere dei perfettini. Spesso uno spettacolo riuscito ha un effetto ben più dirompente di un libro: a chi consiglieresti in particolare quest’allestimento de Il Maestro e Margherita?

Secondo me questo spettacolo fa bene a chi conosce il teatro e va spesso a teatro: questo allestimento non strizza l’occhio al contemporaneo, non usa supporti che non siano analogici e quindi per chi ama il teatro è uno spettacolo che si lascia guardare e che sorprende per la semplicità.

Nel romanzo di Bulgakov Woland compare in una Mosca immobilizzata dall’afa e dalla censura sovietica e porta scompiglio ovunque dimostrando quanto la vita sia terribilmente e meravigliosamente imprevedibile. Se il diavolo dovesse ripresentarsi oggi, dove apparirebbe secondo te?

Se prendiamo spunto dal romanzo e dal paradosso che usa Bulgakov, cioè quello di dare al diavolo il compito di restituire agli uomini un’idea del divino, un Maestro e Margherita contemporaneo – se proprio dovesse scomodare qualcuno per scendere sulla terra – forse chiamerebbe in causa Gesù Cristo in persona. Se il diavolo vuole far capire ai moscoviti che sono vittime di un sistema caratterizzato dal pensiero unico stalinista, oggi Gesù Cristo potrebbe dimostrare agli uomini quanto sono ipocriti nella loro idea di cristianità e quindi m’immagino più un Gesù Cristo che prende a schiaffi le persone.

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Nel finale di questo spettacolo c’è un elemento di sorpresa: per te idealmente come si conclude la storia del Maestro e Margherita?

Considerando che il finale del romanzo è riscritto postumo dalla moglie di Bulgakov è una parte della storia che si può toccare. Nello spettacolo l’idea era di dare a Woland la possibilità di sovvertire la volontà divina che nel romanzo invoca la fine di questa coppia: Azazello offre  al Maestro e a Margherita una coppa di vino avvelenata e i due sono vittima di un omicidio. Qui invece mi piaceva molto l’idea di Letizia (Russo, autrice dell’adattamento teatrale ndr) e Andrea di un diavolo che si prende gioco di dio e, anziché uccidere i due amanti, li spinge al suicidio, perché così davvero saranno dannati e si uniranno a lui. Secondo me è molto interessante perché altrimenti non si spiegherebbe perché il diavolo accetti di sottostare alla volontà divina: è tutto un gioco di scatole cinesi, di paradosso nel paradosso e trovo che sia una soluzione efficace, anche se forse nello spettacolo si perde un po’ dato che ne veniamo da tre ore di recitazione.

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La tua formazione attoriale ti ha portato a lavorare non solo in teatro, ma anche al cinema e in televisione. Tra tutti i progetti a cui hai preso parte quali sono quelli che più ti stanno a cuore e per quale motivo?

Eh…come si fa a decidere? Io ho la fortuna di poter scegliere, chi fa questo lavoro spesso non ce l’ha e quindi deve ripiegare o accettare il compromesso. Le cose che non ho scelto sono le prime che ho dovuto fare per incominciare un percorso di crescita e poi tutto il resto è venuto bene. Negli anni dell’Accademia ho avuto la fortuna di vedere molti spettacoli che non mi son piaciuti, quindi la prima cosa che ho individuato di me stesso è stato quel che non mi piaceva. Poi ho dovuto fare quel che non mi piaceva e da lì è iniziato un percorso che mi ha fatto incontrare registi e progetti a cui non mi sono voluto sottrarre. Lavorare con Bellocchio, Risi, Vicari, Emma Dante… secondo me sono tutti risultati di no che ho detto e di tante cose che ho visto e che non ho apprezzato. Forse qualche cosa me la sarei aspettata diversa, però non rinnego niente.

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«Birdmen Magazine» tradizionalmente si occupa di Cinema, Serie e Teatro. Eccezionalmente, però, il prossimo cartaceo sarà interamente dedicato a Venezia e conterrà uno speciale di arte in occasione della Biennale Arte 2019. Un film, una serie, uno spettacolo e un’opera d’arte che ami?

Come spettacolo sicuramente scelgo Totò principe di Danimarca di Leo di Berardinis, perché mi sconvolse. Erano gli anni dell’Accademia e vedevo grandi interpreti che però non riuscivano ad attrarmi del tutto, quando invece una sera andai a vedere lo spettacolo di questo regista che non conoscevo, trovai il teatro che volevo fare e da quel momento iniziai a cercarmi registi e interpreti che lavorassero in quel modo. Lo spettacolo con Emma Dante che ho fatto è proprio un risultato di quella scelta. Film è difficile perché sono diversi, sono tantissimi… Se proprio devo, scelgo un genere e un’epoca: gli anni 70-80 del cinema italiano e quindi Rosi, Petri e l’accoppiata con Gian Maria Volonté. Todo modo, La classe operaia va in paradiso, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto: questi sono i film di cui sono ancora schiavo e che non riesco a non prendere in considerazione ogni volta che partecipo a un lavoro. Per l’arte un altro di cui non riesco a liberarmi e che uso molto è Hopper e tutta la sua produzione. L’idea di prendere un attimo e mettere l’azione fuori dal quadro, di ritrarre la reazione dei personaggi a ciò che accade fuori è teatro puro. Le serie non le amavo molto, ma devo dire che Breaking Bad mi ha fatto fare pace con l’idea della serialità.

Dopo la foto di rito con l’ultimo numero di «Birdmen Magazine» salutiamo Michele e lo lasciamo al trucco: il diavolo si prepara a stregare il pubblico.

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