Finché morte non ci separi – Ricchi e poveri

In parte horror, in parte black comedy, in parte critica sociale, Finché morte non ci separi (Ready or Not) di Tyler Gillett e Matt Bettinelli-Olpin rifiuta di diluire il suo senso recondito nell’ambiguità delle sfumature. Piuttosto sceglie di catturare l’attenzione dello spettatore puntando sulla forza di uno shock fisico e emotivo messo al servizio di una narrazione indiavolata. Qualsiasi accenno, e ci capiterà di incontrarne, a motivi e contenuti più profondi resta a galleggiare in superficie e di questo non dovremmo lamentarcene troppo. Giusto? Sin dal principio è chiaro che la seduzione di Finché morte non ci separi è essenzialmente emotiva, prima ancora che cerebrale. Ciò detto, un vago senso di frustrazione inquina almeno in parte il piacere che scaturisce dalla visione di questo peraltro ben congegnato gioiellino horror, sorretto da una credibile prova d’attrice della sua protagonista, la splendida Samara Weaving.

Finché morte

Samara interpreta Grace, una ragazza della classe media sposata al rampollo di una eccentrica e odiosissima famiglia di multi milionari dei giochi da tavolo. Per effetto del più improbabile dei colpi di scena (se teniamo a mente lo standard di una prima notte di nozze), la povera Grace si trova coinvolta in incubo splatter quando il giovane sposo la convince ad assecondare una bizzarra tradizione di famiglia. Il clan Le Domas infatti, per doveroso omaggio al business familiare, prevede sempre che l’ingresso di un nuovo membro nella piccola e esclusiva comunità sia vincolato al superamento di una sorta di battesimo del fuoco. Bisogna pescare una carta, leggerne il contenuto, cioè l’indicazione di un certo tipo di gioco da tavolo o giù di lì, e poi darsi da fare. Tutto molto semplice, a meno che il destino non combini lo scherzetto di mettere in mano al malcapitato neofita la carta che non dovrebbe uscire mai, e che ovviamente è quella che tocca in sorte alla protagonista. C’è scritto sopra “hide and seek”, nascondino, e va presa, ehm, alla lettera. Di conseguenza, da mezzanotte fino all’alba, l’obiettivo di Grace sarà di sopravvivere all’assalto di un branco di psicopatici armati di asce, balestre e fucili da caccia.

Finché morte 3

Non ci meravigliamo, di questa dannata follia omicida, una volta intuite le ragioni nascoste. Perchè la regia di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett fa nomi e cognomi e quindi decide di chiarire una volta per tutte che la radice del problema è l’annosa questione del conflitto di classe. Dietro ogni grande ricchezza un grande delitto, un patto con il diavolo dalle clausole piuttosto stringenti. L’inclinazione omicida dei Le Domas rappresenta il bisogno del ricco di difendere i propri privilegi – costi quel che costi – e se il povero vince, tanto peggio per lui, perché a quel punto si troverà costretto a trasformarsi nello stesso mostro corrotto da cui ha tentato di fuggire. Quale sia l’esito di questa prova di morte, per la malcapitata protagonista, non intendiamo certo rivelarlo. Samara Weaving adatta il ritmo della sua intepretazione al battito del film, mescolando umorismo, afflato politicamente-scorretto, orrore e violenza. La sua prestazione sa di futuro, nel genere e fuori. Spiccano fra gli antagonisti un buon Adam Brody debosciato-ma-con-un’-anima e una diabolica Andie MacDowell.

Finché morte 2

Intendiamoci, la chiarezza espositiva del film e quel che si può pensarne, è deliberata. Non ci troviamo di fronte al caso di una materia da romanzo mortificata dall’incapacità dei suoi realizzatori di ragionare per sottigliezze. Se Finchè morte non ci separi è così esplicito nel parlare di famiglia/denaro/società/amore e morte, è perche il duo Bettinelli-Olpin/Gillett assegna al pensiero il ruolo di mero sostegno dell’azione. E da questo punto di vista il film funziona: ha un buon ritmo, diverte, dosa con mestiere paura e suspense. Ma le profondità di significato appena sussurrate e mai veramente approfondite, l’indisponiblità a velare anche solo in parte le motivazioni dei protagonisti costringono il film a fare inevitabilmente i conti con il fantasma di quel Get Out (2017), regia di Jordan Peele, che di abbinamento tra azione e discorso di qualità resta un modello ineludibile.

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