Latrati e bestemmie. Licia Lanera e Bulgakov fra ironia e disperazione

Perché io sono un lupo racconta Bulgakov nell’estratto della lettera indirizzata alle massime autorità dell’URSS che apre Guarda come nevica. 1. Cuore di Cane, sul palco del Teatro Fontana nello scorso weekend. Lo spettacolo è solo il primo capitolo di una trilogia firmata Licia Lanera che affronterà tre autori russi e tre stili diversi (Bulgakov con Cuore di cane, Čechov con Il Gabbiano e le poesie di Majakovskij) unificati dall’onnipresenza della neve.

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Perché io sono un lupo: recitato a sipario ancora serrato e luci semiaccese. Poi: la neve, il latrato di un cane, il corpo di Lanera che si moltiplica e si contorce. Il palco è intimo come una camera da letto: lei, una sedia, una lampada, la lunga gonna bianca, la maschera che la fissa nel volto un po’ stanco di un vecchio. La musica elettronica di Tommaso Qzerry Danisi, unica altra presenza umana in scena, a fare da contraltare sonoro dell’intera narrazione. La trama ritmica e visiva che salda lo spettacolo in un discorso solido e liquido allo stesso tempo sono le luci di Vincent Longuemare che ora si fanno abat-jour, ora alba, ora apocalisse. Cuore di cane di Lanera è un’opera scarnificata, un corpo di cui sono rimaste solo interiora o il tracciato delle arterie, così che sia impossibile non riconoscerla e allo stesso tempo le sia concesso di parlare una lingua più dolorosa e più affilata.

Il quadro si fa forse più completo pensando che lo spettacolo nasce come adattamento per la radio. Si struttura quindi come una lettura a voce alta, come la cugina cinica e grottesca delle fiabe sonore che giravo istericamente nel mangiacassette. Quello che rimane dell’opera del grande romanziere russo è il dialogo serrato fra i personaggi che Licia Lanera – unica e molteplice interprete – alterna e dirige come se vivessero dentro di lei da molto tempo. Ancora: la musica di Qzerty che non accompagna ma aggiunge, risponde con la puntualità e la forza di un coro greco. Tolta la mimica facciale, sempre coperta dalla maschera, tolti gli abiti, tolti gli oggetti di scena, quello che rimane è il corpo, è il testo, è la voce che si sgretola e si ricompone in una moltitudine.

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«Io ho bisogno di dire delle cose – afferma l’attrice nella breve intervista che segue lo spettacolo – ma ho imparato che se non trovo le parole posso trovare un testo, un autore che ha già detto quello che mi serviva molto meglio di come avrei potuto farlo io». E cosa dice il Cuore di cane di Bulgakov?

In breve: Il dottor Filip Filipovič Preobražesnskij vive in aristocratico eremitaggio nel suo grande appartamento, guadagnandosi da vivere con il narcisismo dei vecchi moscoviti che, nel tentativo di rinnegare la propria età, si fanno impiantare organi animali. Il professore, però, mira a scoprire la chiave del ringiovanimento tramite trapianto dell’ipofisi. Prima cavia: Pallino, un cane bastardo recuperato dalla strada. L’insperato successo dell’operazione prende presto una piega indesiderata: il nuovo organo trasforma Pallino nella grottesca caricatura di un uomo, che cammina, che urla, che bestemmia ed esige i documenti per iscriversi al Partito. La creatura è deforme, inarrestabile, incontenibile: è un incubo, un incubo, un incubo, un incubo, un incubo. La litania finale accompagna l’avventura dell’uomo-cane Pallino verso il più tragico e inevitabile degli epiloghi.

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Il testo è cinicamente ironico. Una controballata sovietica che non risparmia nessuna delle parti in gioco. Nella versione di Lanera il pubblico non smette di contorcersi dalle risate. Eppure, dalle rovine di questa società messa a nudo, non sembra potersi salvare nessuno: che ne ricaviamo dunque? Quali sono le parole che Licia Lanera ha trovato in Cuore di cane? Dal foglio di sala:

Attraverso il grottesco, già presente nel testo originale, e che viene spinto all’estremo nella riscrittura di questo monologo, viene evidenziata la miseria di una società che ha perso la coscienza politica. È dunque dell’oggi che si parla in questo spettacolo, di noi qui nel 2018, del qualunquismo, della deriva delle idee, dell’imbarbarimento o meglio dell’imbastardimento di una comunità.

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Di nuovo, la voce, le parole e i loro temibili poteri (e possibili perdite) diventano la chiave di lettura della protagonista e regista: parole strozzate, urlate, cantate, sussurri e implorazioni. Perché nell’era dell’ipercomunicazione e iperinformazione il linguaggio è merce e insieme moneta di scambio di cui sentiamo l’insopportabile fardello. Perché nell’era delle fake news e degli slogan, il linguaggio, creatura del nostro raziocinio, come l’uomo-cane di Filip Filipovič, si piega alla sua tragicomica sconfitta.

Ci rimane, per fortuna, sul palcoscenico, il corpo senza età, senza espressione e senza sesso, le parole ripetute all’infinito come tremende ninnananne, l’impressione che di tutti i discorsi, le voci e i racconti quello che rimane davvero, che comunica dalle profondità dello spettacolo, sia tutto ciò che non si può afferrare, comprendere, spiegare.

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