La Vita Nascosta – Hidden Life – Terrence Malick e il coraggio di una scelta

La vita è strana, e così il cinema. Cinque sale in tutta Italia? Bisogna sapersi accontentare. La Vita Nascosta – Hidden Life esordisce in concorso al Festival di Cannes nel 2019. Si tratta dell’ultimo film di Terrence Malick, accolto dalla critica internazionale con benevolenza generalizzata. Non succedeva da un po’. Girato come da copione in epoca preistorica, estate 2016, e sottoposto all’estenuante valzer della sala di montaggio (tagli, ripensamenti, varie ed eventuali). Le difficoltà pratiche ci sono ma chi può, se ancora è possibile in sala se no in streaming quando sarà, trovi il modo di vederlo. Dopo qualche anno confuso e al netto di una durata importante (173 minuti), torna a valerne la pena. La Vita Nascosta – Hidden Life segna il ritorno dell’autore americano a una vitalità artistica e di contenuto, e cosa ancor più importante, a una struttura narrativa più convenzionale. Pur mantenendo il suo cinema un’impronta impressionista e filosofeggiante. Nonché una capacità di lavorare suggestione dopo suggestione ai fianchi del grande tema: l’uomo, la natura e il conseguente legame. Il soggetto stavolta è un’incredibile storia vera.

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Se di biopic si tratta, come spesso accade con il cinema di Malick le cose non sono poi così semplici. L’eccezionalità della vicenda storica di Franz Jägerstätter, contadino austriaco che forte del solo appoggio della moglie Franziska rifiuta di combattere per il Terzo Reich, è bilanciata dall’assoluta marginalità storica del protagonista. La Vita Nascosta – Hidden Life è la grande storia di un piccolo uomo. Il retroterra cattolico può spiegare ma fino a un certo punto l’obiezione di coscienza mossa in faccia a Hitler. La Chiesa fa poco o nulla. Arriverà solo molto più tardi, nel 2007, la beatificazione ad opera di papa Benedetto XVI. Solidarietà sociale in senso stretto neanche a parlarne. La piccola comunità di montagna di cui Franz è membro rispettato fino al gran rifiuto sceglie il compromesso e resta fedele al Reich, senza troppa convinzione. No, il senso per il sacrificio di questo eroe riluttante e improbabile va cercato altrove. E appunto è in questo altrove che Terrence Malick trova la sua personalissima scintilla.

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Non si può non parlare dell’interpretazione del tedesco August Diehl, che dà volto e corporeità ai tormenti del suo protagonista con sereno nervosismo (!), evitando di citare la partner femminile, l’austriaca Valerie Pachner. Orgogliosa e tenace, nel suo sguardo si raccoglie pura poesia contadina. I due sono marito e moglie sullo schermo, e lo sono con sconcertante convinzione. L’amore che lega Franz alla compagna è tenero e incrollabile, e forse l’espressione più traducibile sul piano concreto di quel sentimento di comunione con la vita che giustifica una simile posizione. Morale e pratica. Tanto essenziale, tanto scomoda. Ma non basta.

Non basta il pacifismo a spiegare l’intransigente rifiuto della violenza. Non basta il fervore religioso, l’attaccamento al villaggio e ai ritmi della vita contadina. No. Franz Jägerstätter volta le spalle alla guerra e ai suoi mandanti perché scegliere altrimenti significherebbe mettere in gioco troppo. Non è possibile capire pienamente cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Chi il carnefice, chi la preda. Navigare senza bussola, imbracciare le armi costituirebbe un inaccettabile turbamento dell’ordine delle cose. Il propulsore di questa condotta esemplare è una devozione incrollabile nei confronti di tutto ciò che esiste, un’armonia naturale e incorruttibile con la vita. Il respiro puramente malickiano di questa vicenda è più che sufficiente a catturare l’attenzione del regista che realizza così il suo miglior film dai tempi di The Tree Of Life. Magari non un film perfetto, ma una netta inversione di tendenza rispetto alle ultime uscite.

Abbandonata per il momento la contemporaneità confusamente destrutturata (perché poco capita) dei discutibili To The Wonder e Song To Song, e del meno tremendo Knight Of Cups. Tra l’altro il prossimo film dovrebbe parlare di Gesù dunque si continua con il trend consolidato, e questo è un bene. Terrence Malick ritrova nel passato non troppo remoto di La Vita Nascosta – Hidden Life le giuste coordinate spazio temporali per raccontare ancora una volta le due vie aperte all’uomo dalla vita. La via della materia o dell’infelicità e della lontananza dalla grazia. E la via della natura, dello spirito e dell’armonia. La seconda metà della storia, più statica e contemplativa, gioca con il tempo e si concede qualche libertà in più dal punto di vista narrativo. Forse è il solo frangente in cui è facile intuire la pressione esercitata dall’autore sulla vicenda storica per costringerla a aderire al massimo livello alle sue preoccupazioni estetiche e morali. Non siamo ancora tornati del tutto Terrence, ma ci siamo quasi. Per fortuna.

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