Show, don’t tell #1 – Personaggi: Gabriele Di Luca e la fame di futuro

Show, don’t tell è una rubrica sulla drammaturgia contemporanea che si articola in quattro sezioni: 1-personaggi: drammaturgia che ha il suo cuore nella caratterizzazione dei protagonisti; 2-riscrittura: drammaturgia basata sulla rielaborazione di testi già esistenti; 3-trama: drammaturgia incentrata sulla concatenazione di eventi; 4-linguaggio: drammaturgia costruita su canali comunicativi eccentrici, anche non verbali.


Il primo appuntamento è dedicato a Gabriele Di Luca, drammaturgo di Carrozzeria Orfeo, che fa dello studio del personaggio il centro della sua scrittura teatrale.

Tutto comincia, come sempre, nella Grecia antica; più precisamente, come quasi sempre, nell’Atene del V secolo a. C.: qualcuno racconta storie scritte per la collettività, storie che da qualche parte già esistono, ma che possano, letteralmente, parlare alla polis. Lo stesso spirito muoverà la scrittura di Shakespeare, capace di intercettare tutte le fasce sociali mantenendo intatte profondità emotiva e spirito dissacrante. I grandi maestri sapevano bene che scrivere per il teatro significava scrivere per il grande pubblico, o, con una formula per noi forse più accettabile, scrivere per tutti. Questo, nel teatro odierno, difficilmente avviene. Cosa è successo nel frattempo? Le sperimentazioni novecentesche, nel tentativo di abbattere certi canoni, hanno fatto del linguaggio espressivo il centro d’interesse, producendo risultati dalla forza strabiliante, che però solo raramente sono stati in grado di smuovere le masse, che, complice l’avvento di cinema, televisione e internet, soprattutto negli ultimi anni, hanno cominciato a considerare il teatro come qualcosa di difficile, lontano, noioso. In Italia però la lezione di autori come De Filippo e Fo non è rimasta del tutto inascoltata e nuove drammaturgie cominciano a far capolino dietro la montagna di rivisitazioni, riscritture e mezze scritture.

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Lo scorso mercoledì 26 giugno 2019, al teatro Elfo Puccini di Milano, gli allievi della Civica Scuola Paolo Grassi hanno potuto incontrare Gabriele Di Luca, drammaturgo della compagnia Carrozzeria Orfeo, da dieci anni attiva in Italia con spettacoli che hanno nella scrittura il loro centro propulsore, in grado di portare a teatro un pubblico sempre più ampio. I testi di Di Luca fanno ridere, di gusto, ma soprattutto raccontano storie, in cui i personaggi, mossi da una volontà “vorace di futuro”, incarnano pulsioni e aspettative che facilmente riconosciamo come nostre: che si tratti di una distopia in cui i derelitti, privati dell’acqua, fanno fronte comune per vendicare un’ingiustizia (Cous Cous Klan) o di una catena di incontri in una bettola dimenticata da Dio (Animali da bar), ciò che aggancia il pubblico è la vicinanza con le figure che si muovono sul palcoscenico. Questi personaggi parlano la lingua della tv, quella degli immigrati o della borghesia decadente, la lingua della strada, ma, racconta l’autore, nascono tutti da lui, da un lavoro maniacale di ricerca multi-tasking, che attinge dalla grande Letteratura e dalle cronache contemporanee, muovendosi tra idee che poco alla volta nascono, si trasformano e si intrecciano fino a formare il copione.

Di Luca concepisce il teatro come un luogo che, senza snaturarsi, può tornare ad accogliere il pubblico che aveva perso, quello che per tanti anni ha preferito restare a casa davanti alle serie televisive, senza distacco snobistico, ma anzi riconoscendo la qualità di questi prodotti, che, nei casi di maggior successo (Breaking bad, Shameless, per citarne alcune), denotano qualità drammaturgica degna di un capolavoro. In questo senso riportare la scrittura al centro del fatto teatrale si è rivelata la scelta vincente. Assistiamo, durante gli spettacoli di Carrozzeria Orfeo, a storie in continua evoluzione, in cui gli eventi si susseguono vorticosi, in un perfetto bilanciamento tra trivialità e grottesco fino a raggiungere picchi di tragicità e nichilismo che ben descrivono lo spirito di questi tempi.

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Il tutto però è continuamente attraversato dalla comicità, spesso generata dalla sproporzione tra aspettative e risultati, come nel caso dell’arabo Mezzaluna (Cous cous Klan), che per ottenere l’approvazione del padre deve fingersi un terrorista: l’elemento comico è la chiave di volta con cui l’autore, già dalle prime battute, crea con il suo pubblico un chiarissimo codice comunicativo, giocando sui luoghi comuni fino all’esasperazione. Ridere di un personaggio per poi commuoversi quando viene alla luce il suo lato nascosto, come nel caso di Mirka, sboccatissima madre in affitto ucraina di Animali da bar, è peraltro il cardine dell’umorismo pirandelliano e, anche in questo caso, l’autore dimostra di aver ben presente la lezione dei maestri. Nei loro confronti però Di Luca non si pone con servilismo: il suo obiettivo è raccontare il mondo contemporaneo, con le sue contraddizioni, le sue grandi speranze. La ricchezza degli elementi che costituiscono questa visione consente ai suoi personaggi di diventare frammenti di un specchio in cui è possibile riconoscere barlumi di umanità, anche quelli di cui sempre più spesso finiamo per dimenticarci. Proprio come dice Amleto ‹‹uno specchio che mostri alla virtù il suo vero aspetto, al vizio la sua vera immagine; e d’ogni età e di interi cicli storici, impronta e forma››.

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