Orchestrazione pop per corpi e lingua: “Ragazzi di vita” di Massimo Popolizio

di Filippo Congionti e Francesco Melchiorri

Massimo Popolizio torna alla regia con l’adattamento drammaturgico del primo romanzo di un poco più che trentenne Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita, edito da Garzanti nel 1955. Attraverso il testo Pasolini dipinge il ritratto di un gruppo di adolescenti appartenenti alla classe del sottoproletariato romano nel secondo dopoguerra, giustapponendo esperienze tragiche e momenti goliardici che contraddistinguono la vita agra sorretta da espedienti finalizzati alla mera sopravvivenza dei protagonisti.

Emanuele Trevi, curatore della riduzione scenica, tenendo conto della complessità della materia, costruisce un copione puntualmente fedele al testo e alla lingua di Pasolini. L’attenzione drammaturgica, coordinandosi con il lavoro attoriale e di regia, si rivolge più alle istanze descrittive che a quelle concettuali dell’opera, costruendo uno spartito linguistico atto a trasbordare lo spettatore nel contesto originale del romanzo: la dimensione linguistica del romanesco, più che fattore storico sociale rimanda a un’atmosfera vitale, a un clima entusiastico, a quell’aura di dinamismo esuberante intrinseca nei personaggi pasoliniani. La scrittura di Trevi mantiene il carattere episodico del romanzo, pur riuscendo a costruire un tessuto scenico organico le cui fila sono tenute dalla figura del narratore in scena, interpretato da Lino Guanciale, al contempo collante, spettatore e attivo partecipante: vi si può riconoscere a tratti quel Pasolini narratore, regista, che si aggira curioso per le borgate; o un apparente lettore del romanzo, talvolta partecipe, talvolta distante.

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L’intero cast, spesso incalzato dal narratore stesso, compone nel complesso una viva partitura fisica che riempie e dà vita tanto alle ambientazioni storiche quanto alle vicende, attraverso vere e proprie coreografie arrangiate e messe a punto al fine di materializzare un ritmo comune, cuore pulsante della coralità scenica. Nel quadro d’insieme, al contempo, spiccano le singole fisionomie del cast, che denotano un attento e scrupoloso lavoro in fase di selezione, ottenendo una restituzione fedele dei volti e dei corpi come referenti dell’immaginario pasoliniano collettivo. La meticolosa attenzione evidenziata però, prorompendo dalla cabina di regia fin all’interno di ogni singolo reparto, pur desiderando la realizzazione compiuta di uno spazio e un tempo romanzeschi e pur tuttavia tangibili, rischia a tratti di cadere nel tranello scenico da essa stessa teso, cristallizzando in un impulso estetico spettacoloso l’anima del romanzo.

La forza intrinseca nella pièce, collegandosi più all’aspetto iconografico che a quello concettuale o intellettuale, risiede maggiormente in quel virtuosismo declinabile nei molteplici segmenti scenici, tra loro perfettamente incastonati. Tale premura, apparentemente didascalica, risulta però giustificabile alla luce di alcune informazioni ottenute nel corso dell’intervista realizzata con Sonia Barbadoro, attrice appartenente al cast (qui l’intervista completa), la quale ha chiarificato come l’intero processo di allestimento sia stato costantemente supervisionato da un rappresentante legale degli eredi di Pasolini, intervenuti al fine di garantire una costante fedeltà filologica della rappresentazione al romanzo.

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Se la scenografia, volutamente scarna e al contempo piena delle fisicità attoriali non colpisce direttamente l’occhio spettatoriale, pur nutrendosi ad intermittenza delle incursioni video di due conclamati video artist quali Brinchi/Spanò, peculiare risulta invece la scelta registica dell’alternanza fra terza e prima persona nella recitazione, in un continuum di parola e gesto che si avvale di uno sguardo propriamente romanzesco, addirittura cinematografico: primi piani sulla singola, ricercata azione e campi lunghi che riconducono al contesto e alla situazione generali.

Anziché narrare, si potrebbe dire, Ragazzi di vita di Massimo Popolizio mostra, raffigura, rappresenta, profilandosi come un assortimento di suggestioni illustrative: volti e fisicità sono strumenti di un’orchestra che si spende in una melodia fluida e di grande incisività spettacolare. Uno spettacolo carnale, corporale, dove la partecipazione spettatoriale si lega alla “cosmetica” teatrale più che ai contenuti morali. Uno slancio creativo, un veemente impulso artistico dal quale traspare tutto un modo o, più precisamente, una maniera di fare teatro: un teatro nerboruto, muscolare e in fin dei conti estetizzante.

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