Marie Antoinette compie 20 anni – Il Settecento non è più stato così punk
The problem of leisure / What to do for pleasure (Il problema del tempo libero / Cosa fare per il piacere) canta Jon King, frontman del gruppo britannico Gang of Four sui titoli di testa di Marie Antoinette, la rappresentazione in chiave punk e modaiola della Versailles settecentesca firmata da Sofia Coppola. Non poteva esserci introduzione più azzeccata alla giovane regina di Francia che viene mostrata subito dopo: mollemente sdraiata su una dormeuse, intinge languidamente un dito in una delle tante torte rosa pastello che torreggiano accanto a lei e poi guarda sfacciatamente dritto in camera. Fin dai margini del suo film, Sofia Coppola sfoggia un’estetica squisitamente pop e glamour che si alimenta di un uso volutamente anacronistico della musica, delineando uno sguardo personale e profondamento contemporaneo sulla figura della regina di Francia, l’ultima, prima che la Rivoluzione le tagliasse la testa.

Terzo e ultimo capitolo di una trilogia dedicata a giovani donne inquiete alla ricerca difficile e spesso dolorosa della propria identità, il film è un progetto ambizioso che nasce in un momento particolarmente fortunato della carriera di Coppola. La regista si è già imposta all’attenzione internazionale con il suo primo, delicato lungometraggio, Il giardino delle vergini suicide, e trova la consacrazione definitiva con l’acclamato Lost in Translation, che le vale un Oscar per la miglior sceneggiatura originale e la nomination per la miglior regia (vinta quell’anno da Peter Jackson con Il Signore degli Anelli – Il Ritorno del Re).
A partire dalla lettura della biografia di Antonia Fraser, Maria Antonietta. La solitudine di una regina, che costituisce il punto di partenza del film, Sofia Coppola decide di adottare il punto di vista esclusivo di Maria Antonietta: non il personaggio storico che tutti conosciamo, ma una giovane ingenua e inesperta della vita che a 14 anni si ritrova all’interno di un matrimonio senza amore, nell’ambiente ostile e artificioso della corte francese, in un ruolo non desiderato e che non era preparata a ricoprire.

A ben guardare, questa regina settecentesca si comporta proprio come un’adolescente moderna: reagisce all’insoddisfazione coniugale trovando un’amante e alle rigide costrizioni di corte con feste e shopping sfrenato. L’eccesso, la stravaganza, la decadenza diventano un tentativo di fuga da quella gabbia dorata che continua a considerarla una straniera, “l’austriaca”. Così, in una delle sequenze più belle del film, le note della canzone I Want Candy dei Bow Wow Wow accompagnano la frenesia bulimica della regina e delle sue amiche: scarpe, broccati, gioielli, champagne, golose creazioni di pasticceria, fiche da gioco d’azzardo rigorosamente color pastello e, addirittura, un paio di Converse viola sfilano sullo schermo in un montaggio serrato a tempo di musica.

L’ossessione di Maria Antonietta per il proprio aspetto non è, in realtà, una semplice velleità femminile o una spia della sua ottusa superficialità, ma un estremo tentativo di riappropriarsi del proprio corpo. Sofia Coppola pone fin da subito al centro del film un discorso sul corpo femminile: la scena che accompagna i titoli di testa richiama infatti uno scatto del francese Guy Bourdin, realizzato negli anni Settanta per una campagna pubblicitaria commissionata dallo stilista di calzature Charles Jourdan. Nella fotografia che ispira Coppola, una modella giace languidamente su un sofà, nella stessa posa di Maria Antonietta, mentre una cameriera le sistema la scarpa.

In molti lavori di Guy Bourdin il corpo femminile viene sessualizzato e ridotto a un mero oggetto; un corpo inerme, apparentemente privo di vita, di cui è possibile disporre liberamente. È, dunque, attraverso questo iniziale parallelismo che Sofia Coppola carica di senso il corpo di Maria Antonietta: merce di scambio tra due nazioni, corpo pubblico piegato alle esigenze riproduttive, oggetto di crudeli illazioni che lo vogliono frigido e, al contempo, associato a una sessualità sfrenata e scandalosa. Coppola è ben consapevole che, all’epoca della monarchia assoluta in Francia, il corpo della regina non le appartiene: investito di una dimensione divina, esso è proprietà del popolo. Lo si vede chiaramente in un’altra delle sequenze celebri del film, quella della toilette mattutina, in cui la regina attende, nuda e infreddolita, di essere lavata e vestita davanti alle sue numerose dame, in balia di una rigida e complessa etichetta di corte.

La messa in scena, dunque, non è mai neutra né priva di significato, ma si carica di valori simbolici e quasi psicologici, rispecchiando e amplificando il punto di vista della protagonista. Inizialmente, come una fantasia adolescenziale, il film si apre con un trionfo di rosa e di colori pastello, nei costumi, nei merletti e nei fiocchi, nella glassa dei dolci e nei fiori, ma con il mutare della protagonista anche la fotografia e i costumi cambiano progressivamente, diventando via via più neutri e infine più cupi.

Marie Antoinette ripercorre il periodo che va dall’arrivo della giovane Delfina a Versailles nel maggio 1770 all’ottobre 1789, quando la folla parigina inferocita trascina la famiglia reale a Parigi. La morte della regina non viene raccontata; Sofia Coppola sceglie infatti di chiudere il film con l’inchino di Maria Antonietta al popolo, individuando in questo gesto il compimento del percorso del personaggio da adolescente smarrita a donna matura e regina di Francia, nel momento che segna, di fatto, la fine della Monarchia. Anche nella chiusura la Storia resta fuori campo: la cornice storica, per quanto accuratamente ricostruita, non è dunque che il dispositivo attraverso cui prende forma un racconto intimo ed esistenziale, il coming of age di un’altra ragazza smarrita che, come Lux Lisbon e Charlotte prima di lei, deve imparare a farsi largo nel mondo.
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