In equilibrio tra teatro e ciclismo con “Tempi maturi” al Cineteatro Volta

Continua la rassegna teatrale del Cinema Teatro Volta di Pavia con lo spettacolo Tempi maturi, scritto da Allegra de Mandato e diretto e interpretato da Emanuele Arrigazzi. La serata si apre con un intervento da parte della FIAB (Federazione Italiana Amici Biciclette), sull’importanza di rivalutare la bicicletta come mezzo non solo di ausilio nelle attività del quotidiano, ma di scoperta.

Una scoperta che ha a che fare con il sé ma anche, e soprattutto, col territorio; sembra forse un intervento inusuale, questo, prima dell’inizio di un monologo teatrale?

La risposta a questo quesito è chiara sin dall’inizio della messa in scena. Emanuele Arrigazzi, attore ed appassionato ciclista, è sul palco. Tre rulli metallici sostengono la sua bici ed il suo compito per tutta la durata dello spettacolo è principalmente uno: pedalare. Per circa un’ora il testo della De Mandato viene portato sul palco con uno sforzo fisico, un movimento, che per quanto intenso non ha alcuna destinazione reale. Alcune luci sottolineano precisi momenti di questo intenso flusso di coscienza con molta attenzione: design studiato attentamente da Fabrizio Visconti che, col nostro attore, ha contribuito a creare la messa in scena di questo testo.

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Emanuele Arrigazzi pedala ed il discorso del suo personaggio tocca, per tappe, vari punti della propria coscienza: il dialogo ha a che fare con i legami famigliari, con la paura, la presa di responsabilità che la vita, la maturità in senso stretto, impone ad ogni persona di affrontare. Gli interlocutori che incontra sono molteplici e si inframezzano tra quelli morti, come il padre o il suo compagno di scalate in bicicletta, e quelli che, vivi, hanno toccato la sua vita solo per poco; le donne, il calciatore, i colleghi di una vita col successo in tasca. Il monologo invece ci dipinge un uomo che, in tasca, ha solo e soltanto una immobilità costante quanto pesante.

«Io sono uno che quando ha paura si ferma, guarda, non reagisce»

Il ciclismo, in questo senso, sembra voler quasi sfondare quella paralisi che la paura crea e, mentre l’ascesa continua, le parole del protagonista si fanno dense. Al tema della malattia, infermità contrapposta alla forma fisica eccelsa del nostro ciclista, si aggiunge quello del riscatto. Le terze voci vengono concretizzate da un sapiente uso delle luci che creano ombre interessanti con la figura del ciclista, come a creare un fuori campo teatrale. Non sempre, però, le parole della drammaturga riescono a plasmarsi con efficacia nella prestazione fisica del suo attore; spesso i termini si perdono in uno sforzo fisico che, per quanto interessante, dimentica la sostanza di ciò che sta portando sul palco, alternando emozione ad un effetto paragonabile ad una lettura del testo ad alta voce, privo di particolare pathos.

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La partecipazione emotiva aumenta solamente con la velocità dei pedali del ciclista, in un’energia cinetica che dà sfogo a se stessa solamente col tempo; e, proprio nel tempo, insieme allo svelarsi della tossicità nella vita dell’uomo, cogliamo anche un po’ dell’emozione che il testo, tra i suoi alti e bassi, vorrebbe trasmettere.

«Io non sono mai stato sereno.
Ciò che sembra sano invece è marcio.
Non so nemmeno quale sia il mio meglio.»

Il protagonista,  inizialmente del tutto unito alla sua bicicletta, un tutt’uno bionico e fisico compenetrante ad essa, finalmente trasmette i suoi sentimenti distaccandosi dall’ammasso di ferraglia che sta guidando. Così scopriamo un uomo ancora diverso, arrabbiato con tutti e con se stesso, e che delle tappe inconcludenti della propria vita fa una marcia verso qualcosa di davvero importante. La sua, alla fine, non è più una scalata verso il nulla, il movimento è sempre statico per chi guarda, ma non lo è veramente per chi ascolta. La morte, che come una calamita “gli si era appiccicata addosso”, diviene speranza per una nuova vita; i discorsi del padre, le menzogne del calciatore, la tossicità di tutti i suoi rapporti improvvisamente pare trasmutarsi in qualcosa di nuovo. Emanuele Arrigazzi, sudato ed affaticato, con uno sprint finale volge al termine della corsa incalzando il pubblico e facendo crescere la tensione emotiva che ci anticipa la fine del monologo stesso:

«Non puoi impedire alle cose di succedere:
puoi solo impedire a te stesso di essere presente.»

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Quando i tempi sono finalmente maturi la vita prende corpo in qualcosa di nuovo che lascia spazio alla speranza. Il nostro protagonista si trova finalmente ad interpretare il ruolo centrale nella sua vita e comprende l’importanza di essere presente a se stesso ed a ciò che gli sta accadendo. Il testo di Allegra de Mandato è un intreccio di diverse esperienze di un’umanità statica e in movimento, che non sempre è chiaro, ma che sicuramente ha un potenziale emotivo molto interessante. Lo sport ed il teatro che si intrecciano in senso stretto altro non vogliono essere che una grande metafora di quelle ossessioni e paure che animano la vita di ogni essere umano, tra menzogne, ansie ed inciampi. La caduta è sempre lì, a portata di attore e di pubblico, ma la sfida sta proprio in questo: creare un equilibrio che consenta a tutti, a chi vive ed a chi guarda, di essere sia partecipi del movimento che spettatori della storia di una vita simile a tante altre, ma unica nel suo genere.

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