“Ma Cristicchi è sempre più blu…”

Nella poetica di Cristicchi, la canzone è un intermezzo felice tra due sipari. Ma quando il primo dei due sipari si alza, Cristicchi torna a essere il cantastorie, il matto de Roma, l’inconfondibile testa a cespuglio dalla quale personaggi, storie e musica fuoriescono come lapilli di un vulcano in eruzione. Simone Cristicchi, vero e proprio umanista contemporaneo, ritorna a teatro con uno spettacolo, in parte monologo, in parte dialogo, che racchiude in sé la vasta eredità narrativa alla quale l’artista romano ci ha abituato: i dimenticati, gli emarginati e in generale quei “matti” a lui tanto cari. Manuale di volo per uomo, andato in scena al teatro Manzoni di Milano dal 25 al 27 febbraio (qui l’elenco dei prossimi spettacoli in giro per la penisola), per la regia di Antonio Calenda, è, paradossalmente e come tutto il teatro di Cristicchi del resto, una catabasi, una discesa nelle profondità nell’abisso umano. Ma a differenza degli abissi “classici”, neri e sconfinati, l’abisso di Cristicchi è azzurro e limpido, un cielo percepito al contrario e solo man mano che ci avviciniamo alla fine realizziamo che il protagonista non ci sta spingendo verso il baratro ma ci tiene per mano mentre ci insegna a volare.

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Cristicchi è multiforme come i personaggi che porta sul palco. Non passano più di dieci minuti senza che il cantante passi da un personaggio all’altro

Ancora una volta il vero protagonista del teatro di Cristicchi è l’espressività del corpo. Raffaello, il narratore e unico personaggio presente sul palco, è un corpo goffo e imponente dal quale trasudano emozioni, prima in ordine sparso e confuse e poi via via sempre più nitide, quasi come se si guardasse un bambino che a poco a poco acquisisce sempre più autonomia nei movimenti. Raffaello è un bambino; un bambino di soli quarant’anni che deve venire a patti col suo passato e per farlo deve scendere nei luoghi bui e dimenticati della sua mente. Luoghi, dimenticati come lui e molti altri inquilini delle strade sudicie della Capitale, dove Raffaello gioca, cresce, impara un lavoro e trova pure il tempo di innamorarsi. L’amore, inteso proprio come “a mors”, il non morire, è qui espresso in diverse forme e declinato in molteplici oggetti. Il protagonista non definisce concetti ma espone oggetti: un registratore, un pennello, una pianta, un dolce e ancora il proprio corpo diventano, nello spazio che separa palco e pubblico, un ponte tra l’astratto e il concreto, tra la prosa e la poesia, un luogo d’incontro nel quale toccare con mano diversi spaccati di quotidianità di Raffaello.

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Cos’è la felicità? A volte può essere anche una voce registrata

Sempre con il corpo, l’autore ci manda un segnale: il blu del cielo, che il protagonista anela a raggiungere, si staglia, mentre la narrazione progredisce, sul corpo di Raffaello. Raffello è un imbianchino, un pittore di interni ma l’unico interno che rimane da colorare è proprio il suo, attraversato da luci e ombre eppure candido e intonso. A onor del vero sembra quasi di sentire Rino Gaetano sullo sfondo mentre decifriamo la storia di Raffaello. Chi vive per terra, chi ripara le macchine, chi vende i dolci, chi muore per strada…ma Raffaello è sempre più blu. Il linguaggio adottato dalla scenografia di Domenico Franchi è del resto essenziale e ridotto al minimo. Una stanza, bianca anch’essa, all’interno della quale Raffaello deve fare qualcosa di mai fatto prima: creare. Sì perché Raffaello è un matto; di quei matti che contano gli scalini mentre li salgono o di quelli che recitano a memoria slogan pubblicitari e si commuovono per un fiore che sboccia. Ma nella più totale solitudine, Raffaello deve venire a patti con un vuoto apparentemente incolmabile se non dall’azione creatrice che spinge un individuo a cercare la felicità. Poi, quando finalmente siamo pronti a spiccare il volo col protagonista, lo spettacolo finisce, o almeno finisce la vicenda di Raffaello e Cristicchi torna “Simone”, con una chitarra in mano e altre storie da raccontare, inclusa la sua.

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Monologo, dialogo o entrambi? E se è un dialogo, con chi?

Non so se Manuale di volo per uomo sia il miglior spettacolo di Cristicchi, ma certamente è il più autoriale. Un testamento di vita, opere e miracoli in continuità con la sua produzione musicale più recente; un invito a prendersi cura del prossimo, a esercitare lo stupore e a cercare la felicità fuori dai luoghi comuni e dalle convenzioni; un piccolo gioiello blu di slancio tanto umanista quanto umano.

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