Russian Doll: quando la vita gira per il verso sbagliato

Una Merida irriverente e affermata programmatrice di computer: ecco la protagonista di Russian Doll, una serie che, mescolando una trama alla Ricomincio da capo e una striscia di codici alla Source Code, vede la protagonista Nadia Vulvokov (interpretata da Natasha Lyonne) alle prese con un loop metafisico che la costringe a vivere più volte il suo tragicomico incontro con la morte.

Per nulla carismatica come Phil Connors né tantomeno disciplinata come Colter Stevens, Nadia comincia la sua avventura durante la festa per il suo trentaseiesimo compleanno, che abbandonerà per andare alla ricerca di Semolino, il suo adorato gatto scomparso da ben tre giorni. Una volta vistolo vicino al parco della città, [spoiler] Nadia attraversa la strada senza prima controllare che non arrivi nessuno, finendo con l’essere investita da un taxi a tutta velocità e morire irrimediabilmente sul colpo. Beh, in realtà c’è un piccolo errore: non proprio irrimediabilmente; al posto di precipitare all’Inferno o trascendere al Paradiso, si ritrova ancora una volta alla sua festa di  compleanno e da quel momento, mentre elabora numerose teorie e cerca altrettante risposte, incappa in vari incidenti mortali che la riportano sempre al punto di partenza.

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Ma la ricetta non sarebbe completa, senza un co-protagonista con il quale condividere il medesimo destino: ecco quindi Alan, che affronta la sua condizione con ben altra attitudine, decisamente più “passiva”. A differenza di Nadia, Alan si limita a indagare le circostanze che è costretto a rivivere più e più volte, in maniera quasi morbosa, senza interrogarsi sulla ragione che lo ha portato a vivere quel loop. Si tratta di un personaggio che fa da perfetto contraltare alla personalità scoppiettante e determinata di Nadia, ma che purtroppo si limita a seguirla e a eseguire i suoi comandi, proprio come il protagonista di un videogioco. Proprio per questo motivo, è un personaggio che non funziona nell’universo di Russian Doll, dove tutto è movimentato, dove la morte è letteralmente dietro l’angolo. Il mondo gira in tondo, ma senza Alan.

In quest’atmosfera dissacrante, cinica e anticonformista alla Quentin Tarantino, tra una buona dose di citazionismo diretto dei grandi “maestri del loop” e una morale della favola degna di The Game – «Sono stato drogato e lasciato morto in Messico e tutto quello che ho ottenuto è questa stupida maglietta» –, Nadia cerca di trovare l’errore comune nel codice della sua vita e di quella di Alan, scovando l’evento che ha lanciato l’input per avviare un loop che, di volta in volta, genera dei glitch sempre più allarmanti, come la scomparsa di persone care ad entrambi e il deperire di fiori e frutta circostanti.

Proprio in questa ricerca emerge l’aspetto dramedy della serie: la crescente esasperazione di Nadia rende la serie all’inizio divertente, sarcastica e schietta, ma progressivamente si fa anche drammatica, facendo riemergere traumi più o meno rimossi del passato. La commistione dei generi dà origine a una serie che, purtroppo, rischia di fare la stessa fine di The Game: l’ottimo intento sfugge di mano, rischiando di diventare a tratti quasi indeciso, dati i numerosi interrogativi che rimangono aperti alla fine dei soli otto episodi di questa prima (e unica?) stagione. Questo emerge soprattutto nel personaggio di Alan, del quale conosciamo solo la sua “piccola” tragedia – il tradimento della sua fidanzata, nullo rispetto al passato che Nadia ha condiviso con la madre – e ci è ignoto il passato, in parte anche il presente, nonché la natura del suo disturbo psicologico molto poco latente.

Soprattutto è assente una spiegazione logica al perché siano stati coinvolti proprio lui e Nadia in questo loop, invece di altri individui: un caso su un milione, una coincidenza, oppure una trama già scritta? Davvero la vita equivale a un videogioco, come pare suggerire la sottile analogia che Nadia e Alan ci mostrano nel momento in cui si trovano alle prese con un livello difficile da superare?

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Dal punto di vista registico, vale la pena guardare Russian Doll: Leslye Headlant, la veterana del comedy Jamie Babbit e la stessa Natasha Lyonne garantiscono un buon prodotto dalla suggestiva struttura. Le inquadrature non lasciano nulla al caso, ma anzi il più delle volte lanciano degli spunti allo spettatore che la sceneggiatura manca di colmare – perché è sparito proprio il pesce di Alan? Perché alla fine l’unica a rimanere alla festa è proprio Maxine?

Il finale ha tutto l’aspetto di una conclusione, ma proprio per questo anche a pensarci un attimo vengono in mente, come una sorta di sgradevole retrogusto, tutti i punti rimasti in sospeso. Venticinque minuti a episodio vale la pena spenderli, se si vuole guardare qualcosa di interessante che non sia eccessivamente impegnativo, ma se si ha una mente brillante e fantasiosa risulterà difficile non cedere alla tentazione di colmare i numerosi buchi con possibili fanfiction e prequel-sequel della serie.


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