Un volto sfregiato al tempo della chirurgia estetica – Marvel’s The Punisher

L’articolo contiene spoiler, segnalati a tempo debito da parentesi quadre.

Ci si è chiesti a lungo del perché Netflix stesse cancellando alcune serie Marvel, e da parte nostra si è tentato di dare una risposta. Se è reale la possibilità che Daredevil, Jessica Jones, The Punisher e co. vengano recuperate dalla nuova piattaforma Disney, la situazione non si fa meno complicata, meno preoccupante. Già, perché la seconda stagione di The Punisher si conferma di grandissimo livello, così come altri prodotti Marvel-Netflix recenti (su tutti Daredevil) e solo la possibilità di non vedere più, fra gli altri, il bel faccione di Frank Castle può di grazia tenere svegli la notte.

Ad ogni modo, cancellazione o meno, la serie va guardata, in primo luogo perché le stagioni possono considerarsi auto-conclusive (cioè non lasciano narrativamente punti di sospensione, cose non dette/non fatte, al massimo allusioni a una continuazione), in secundis perché anche se mutilate, banalmente, varrebbe senza dubbio la pena guardarle. Marvel’s The Punisher è in pratica ciò che chiunque si aspetta da una serie su un ex marine furioso con un sacco di disponibilità di armi da fuoco, cioè botte e stragi, gente in fin di vita, esplosioni. Ma non solo.

Abbiamo già parlato della prima stagione. Accennando alla grande qualità di sceneggiatura; all’atmosfera dark; alla “politica”; ai temi “sociali” eccetera. Il che inserisce The Punisher nel pantheon della serialità Marvel, senza alcun dubbio. Questa seconda stagione però si gioca tutto ciò che aveva conquistato con la prima: la trama, volgarmente, è più sciolta, meno stringente e in qualche modo meno convincente, forse anche con qualche approssimazione (si chiederanno i più, [Spoiler]: non sarebbe stato carino, almeno, tirare il filo dell’amore per Frank, pizzicato durante l’ep. 1?). L’inserimento del cattivo intriso di cattolicesimo, poi, non sembra scartare di molto uno degli stereotipi del contraddittorio, ammazzo ma lo faccio in nome di Dio (ma Pilgrim – interpretato da Josh Stewart – è azzeccatissimo, per di più personaggio originale della serie, non presente nei fumetti); e non aiuta parlare di omosessualità un po’ superficialmente, allo stesso modo di trame politiche, di riabilitazione psicologica e fisica e via discorrendo. Meno convincente si è detto, ma solo a posteriori, perché la visione scorre in piena, senza dubbi di sorta.

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In breve, un accenno di trama: Frank, per qualche minuto Pete, vive un parziale idillio con una barista appena conosciuta (ma noi [Spoiler] dalla prima scena sappiamo quale sarà la fine della puntata: fucilate) ma non può fare a meno di difendere una pulzella in pericolo. Dal casus belli apparentemente minimo si scatena un caos gigantesco, si svela progressivamente un complotto nazionale. A questa prima traiettoria in parte centrifuga rispetto a New York si somma il problema, perché lo è, assolutamente metropolitano della riabilitazione fisica e psicologica di Billy Russo, con l’agente Madani che non può fare a meno di mettere ansia a chi la circonda.

La questione è una: Marvel’s The Punisher ha un ritmo del tutto inedito per la serialità, surclassa persino i fasti di GOT, quando ci s’aspettava una strage a puntata. In sostanza: non esclusivamente colpi di scena, ma dispositivi di suspense, intensità emotiva, violenza esplicita e implicita, mescolanza di dimensione onirico-allucinatoria e non, il tutto con una regia assolutamente servizievole, con pochi pochissimi scarti, ad esempio in alcuni campi lunghi atipici per il tipo d’azione messa in scena. Significa impossibilità di staccarsi dallo schermo, preoccupazione zero di nutrirsi e di lavarsi, significa vuoto totale alla sua conclusione. La tensione costante della serie è sconvolgente, frutto di una scrittura senza dubbio elaboratissima. Niente da dire, poi, per i combattimenti – nonostante si tratti in fondo di un supereroe, se pure atipico, e con ciò la sua “vittoria” risulti chiarissima, l’azione sembra imprevedibile, dannatamente furiosa, infernale, trascinata, sanguinolenta, soprattutto non convenzionale.

Avrei forse [Spoiler] cercato di sfregiare un tantino di più il bel faccino di Billy Russo, soprattutto ripensando a come il caro Frank l’abbia passato con cura sopra uno specchio infranto, di come l’abbia letteralmente levigato come farebbe un falegname su un tozzo di legno con la carta vetrata. Invece, ed è d’accordo anche la sezione sceneggiatori a quanto pare, in fondo i chirurghi hanno preservato il fascino di Ben Barnes, forse per questioni di share, chissà.

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L’unica nota fastidiosa della serie è forse la colonna sonora “parlante”, cioè ridondante (più che didascalica), che non soltanto attraverso le note ma anche per le lyrics ripete il contenuto emotivo o semplicemente il contenuto delle scene. A parte questo appunto, la serie è consigliatissima.

In questa seconda stagione non è da tacere, in somma, un plauso alle new entry del comparto attoriale, su tutti Giorgia Whigham in Amy Bendix e il citato Stewart in John Pilgrim, ma non serve dire altro. Prima che scompaia, correte su Netflix per un po’ di sana e catartica violenza con The Punisher.


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