La forma biografica dell’ironia inglese: “A very English scandal”

Cosa accade se si mette insieme lo showrunner che nel 2005 ha ridato linfa vitale a Doctor Who, l’attore simbolo delle commedie romantiche anni ‘90 e una delle più discrete personalità gay del cinema del nuovo millennio, il tutto mescolato ai fatti di uno scandalo politico che ha messo in luce più di una contraddizione nella morale del Regno Unito?

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La risposta è stata trasmessa in tre episodi sugli schermi della BBC a maggio di quest’anno ed è arrivata nelle case delle famiglie SKY meno di due settimane fa.

A Very English Scandal è la messa in forma più completa possibile di un continuo cortocircuito: la storia (vera, anche se novellizzata da John Preston) prende le mosse nel Regno Unito di metà anni ‘60, periodo in cui l’omosessualità era punita come reato; in questo delicato contesto, che vede anche rappresentato il dibattito per il superamento di certe leggi, il deputato liberale Jeremy Thorpe (Hugh Grant) viene minacciato da un suo ex amante, Norman Josiffe (Ben Whishaw), di diventare oggetto pubblico di scandalo, dato che quest’ultimo è intenzionato a raccontare della loro relazione.

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Se la vicenda muove attraverso un’escalation abbastanza coerente di tensione e tentativi di risoluzione (si passa dal pagare il silenzio, fino al distruggere le prove e al tentato omicidio), quello che continuamente colpisce nelle tre ore di visione è l’onnipresenza di quello che potremmo chiamare “filtro British”: il tema dell’omosessualità, il rischio di vedersi distrutta la carriera, la scelta di matrimoni di comodo e persino la decisione di far uccidere un uomo sono tutti raccontati nella più perfetta e serena forma di politeness inglese, con un linguaggio freddo, corretto, educato e forbito, con un accento costantemente misurato e musicalmente impeccabile. Lo humor inglese non potrebbe apparire più sublime che in questo (crime) drama in tre episodi, tutti classicamente dotati di cliffhanger e struttura solida e scolastica, nella perfetta tradizione della BBC.

Il plauso va, prima che agli interpreti, sicuramente allo showrunner Russel T. Davies, protagonista indiscusso della rinascita di Doctor Who nel 2005, capace di inserire con delicatezza e sobrietà tematiche queer alle volte molto esplicite, nonché di costruire trame inattaccabili dal punto di vista della continuità e della caratterizzazione quasi teatrale dei personaggi. I suoi Jeremy e Norman sono personaggi unici, perfettamente inseriti nel loro contesto culturale, con unicità linguistiche, caratteriali, espressive… Attraverso ogni loro azione e parola sono raccontati i decenni più caldi della rivoluzione culturale britannica, posta da entrambi i punti di vista.

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Ulteriore grande pregio, da attribuire in generale alla produzione quality di genere del Regno Unito, è il riuscito tentativo di presentare al pubblico un prodotto trasversale, che racconti situazioni ritrovabili in più tipologie di serialità contemporanea, dalla spy story al procedural da tribunale, dal dramma romantico alla fiction in costume. Davies incastra in un tessuto testuale ogni elemento in modo da rispettare i dettami più classici e sempre attuali della BBC (informare, educare, intrattenere), aiutato dalla perfettamente coerente colonna sonora di Murray Gold (anch’egli firma indiscussa del successo di Doctor Who).

Pochi i cali, da attribuire più che altro ad alcuni interpreti evidentemente inevitabili (Eve Myles non sembra mai riuscire ad essere abbastanza convincente, eppure è sempre lì) e a momenti leggermente troppo rapidi causati dal formato davvero breve, che comunque non fanno scadere la totalità della tenuta del prodotto, capace senza dubbio di risuonare anche negli anni a venire.

In un epoca in cui il bio-drama sembra aver ripreso piede sia al cinema che in televisione, questa miniserie si fa, in sintesi, portatrice dell’idea che raccontare una persona o un fatto è soprattutto raccontare il modo in cui il filtro del mondo ne dettava la vita e la percezione. A Very English Scandal è esattamente quello che il titolo promette, dal primo dialogo fino all’ultima, geniale, frase dei titoli di coda. La sottile ed educata ironia inglese, niente di più, per fortuna.

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