Una sfida fantascientifica al Postmoderno: “Arrival”

Arrival (2016), di Denis Villeneuve è un film interessante per una riflessione sul contemporaneo. Il genere in cui si colloca – la Fantascienza – è tradizionalmente uno di quelli più sperimentali, sotto tanti aspetti. Può servire da tavolo di prova e di esibizione degli effetti speciali più innovativi, ed essere anche un veicolo per esplorare approfonditamente alcune delle questioni più ancestrali che riguardano l’Uomo; nei casi migliori le due cose vanno di pari passo e funzionano molto bene insieme.

In un panorama contemporaneo enormemente connotato dall’esibizione euforica delle possibilità offerte dal digitale nel campo degli effetti speciali, può servire, talvolta, una briglia che riporti la Fantascienza alla sua declinazione più “umanistica” e riflessiva. Di fronte a una tendenza figlia del Postmoderno che considera questo genere cinematografico come il prescelto per un’intensa spettacolarizzazione, si trova un filone di nobili origini che parte con l’antenato Ultimatum alla terra (1951, Robert Wise), passa per gli spielberghiani Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) ed E.T. (1982) e arriva a Contact (1997, Robert Zemeckis). Arrival si colloca lungo questa linea, esprimendo anche una certa nostalgia per i capolavori che meglio di tutti hanno sintetizzato le peculiarità della Fantascienza, superando, talvolta, gli stessi confini di genere – 2001: odissea nello spazio (1968, Stanley Kubrick), Solaris (1972, Andrej Tarkovskij) e Blade runner (1982, Ridley Scott). Non si tratta di un caso isolato. Lo stesso atteggiamento “umanistico” presente in Arrival Villeneuve lo adotta, sebbene declinato diversamente, in Blade runner 2049 (2017), ma si riscontra più in generale osservando film recenti quali Inception (2010) e Intersellar (2014), di Nolan, o Gravity (2013, Alfonso Cuaron). Dall’altro lato si trova un gruppo di film che assorbe la dinamica del videogioco dentro al proprio linguaggio cinematografico e ne fa spettacolo d’intrattenimento (senza necessariamente escludere importanti spunti di riflessione culturale): Avatar (2009, James Cameron), Gamer (2009, Mark Neveldine e Brian Taylor),  Source code (2011, Duncan Jones), Oblivion (2013, Joseph Kosinski) Edge of tomorrow (2014, Doug Liman). Ovviamente quella esposta fin qui è una suddivisione di comodo e quasi manichea. Tuttavia è utile per capire quali siano gli estremi tra i quali continua ad altalenarsi la Fantascienza.

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Sicuramente Arrival privilegia gli elementi di riflessione sull’Umano, analizzando situazioni ricorrenti nel genere come la comunicazione con l’Altro e con l’Identico, la dialettica oppositiva conoscenza-paura (scienza-ragione militare) e la fiducia reciproca necessaria al funzionamento dei rapporti umani. L’aspetto più notevole del film, però, è il continuo sforzo di rendere tutto nel modo più plausibile, verosimile (oserei dire “Normale”) e ordinario. Lo sbarco degli alieni viene gestito razionalmente dai personaggi del film, con misure di sicurezza da protocollo come per  una qualsiasi altra emergenza. Lo straordinario viene normalizzato e inglobato dentro al regime dell’ordinario. Ciò non accade solo nella diegesi, ma anche su altri livelli, intaccando alcune delle soluzioni formali più tipicamente postmoderne. Innanzitutto gli effetti speciali non vengono marcati ed esibiti in modo sfarzoso, anzi, si amalgamano e si perdono dentro alle atmosfere di grande respiro dei paesaggi imponenti o delle navicelle. La presenza degli alieni è anch’essa sfumata e viene concessa alla visione dello spettatore in modo graduale e tutt’altro che epifanico. Gli “eptapodi” hanno una forma, infatti, difficilmente inquadrabile nelle categorie del noto: qualcosa di inquietante che può ricordare delle meduse, un ragno (forse i ragni inconsci di Enemy?) oppure una mano con sette dita. Certamente rivitalizza la memoria fastidiosa di Alien allo stadio larvale, simile a una mano (che uccide, mentre in Arrival scrive). Un ruolo non secondario nella normalizzazione della fantascienza lo possiedono anche le ambientazioni “da ufficio” che inseriscono il film in un immaginario cinematografico asettico e spersonalizzante che non è propriamente fantascientifico. Semmai ricorda i precedenti lavori di Villeneuve Polytechnique (2009), Enemy (2013) e Sicario (2015), nei quali l’individuo è sopraffatto e inghiottito da ambienti anonimi, labirintici ed estranei.

Altrettanto labirintica è anche la costruzione (o meglio de-costruzione) narrativa del film. Tutto quello che accade e che noi vediamo è filtrato dallo sguardo della protagonista, Louise Banks. La linguista americana acquisisce gradualmente padronanza del linguaggio alieno, ottenendo anche la capacità annessa di viaggiare nel tempo – resa formalmente attraverso la giustapposizione di piani temporali differenti e inizialmente non ricostruibili. Emerge di nuovo un emblema del genere fantascientifico declinato, però, secondo le esigenze del film e scollegato dall’humus postmoderno nel quale era nato. La decostruzione narrativa serviva ai film postmoderni per far perdere qualsiasi appiglio di senso e verità al loro interno, veicolando nella forma quella stessa premessa teorica che prevedeva la fine delle “grandi narrazioni” classiche; in Arrival, invece, il viaggio nel tempo ha la funzione opposta. Oltre a essere giustificato diegeticamente attraverso l’ipotesi della relatività linguistica di Sapir-Whorf, fa parte di un percorso di significazione: la narrazione svela il senso delle immagini iniziali e dell’intero film proprio perché funziona in modo destrutturato. Le immagini apparentemente memoriali che subentrano durante il film sono frutto della coscienza della protagonista, capace di entrare con la mente in fasi diverse della propria vita. Il viaggio nel tempo, allora, si configura come una percezione diversa della temporalità da parte della coscienza di Louise e la destrutturazione narrativa rispecchia nella forma proprio quel diverso funzionamento della sua mente. Il film, in sostanza, tematizza diegeticamente il proprio funzionamento e la forma narrativa adottata viene caricata di un significato trainante. Il tempo è vissuto come circolare dalla percezione della protagonista e corrisponde alla forma della scrittura degli eptapodi.

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Poco e niente viene concesso allo spettacolo puro; molta, invece, è la focalizzazione sulla normalità delle azioni ripetute dai personaggi, sulle sessioni di incontro con gli alieni e sulle emozioni della protagonista. Sono le attese e i tempi morti ad essere valorizzati nel film, creando l’atmosfera lenta e riflessiva che permea la vicenda. Se osserviamo Interstellar, molto vicino ad Arrival per la funzionalità narrativa della circolarità del tempo e della destrutturazione del racconto, l’idea di fondo è la stessa: giustificare la presenza di quella circolarità attraverso un’ipotesi fisica realistica interna al film per conseguire un senso. Inoltre, anche nel film di Nolan è particolarmente marcata la componente umanistica della fantascienza. Tuttavia, Arrival è decisamente più radicale nell’abbandonare le dinamiche prettamente spettacolari, riuscendo anche a tratteggiare una drammaticità sottile nell’espressione della vena psicologico-emotiva dei personaggi.

Villeneuve nel complesso riesce ad asciugare molto bene il proprio film dalle connotazioni di genere più rigide. Emergono con decisione i tratti stilistici del regista e la non trascurabile esigenza realista che ha perseguito continuamente nei propri film, pur muovendosi spesso in generi fortemente codificati. L’autore canadese sembra, dunque, aver trovato nella Fantascienzafortemente revisionata dalla sua personale e schietta visione registica – il proprio genere d’elezione, visti anche gli esiti raggiunti con Blade Runner 2049 e l’annuncio di un lavoro su Dune.

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