Harmonie – Viaggio identitario animato | Intervista a Bertrand Dezoteux
A metà tra un pianeta selvaggio alla René Laloux e un rigurgito postmoderno da brainrot memetico, il mondo di Harmonie dell’artista Bertrand Dezoteux rappresenta una delle novità cinematografiche più intriganti del 2025.
Jésus Perez, 33 anni, arriva sul pianeta di Harmonie, ed è il primo essere umano a farlo. Il suo obiettivo? Scoprire il nuovo mondo su cui è appena atterrato con la propria navicella tra le creature, lingue nuove, congegni, meccanismi e ambienti disparati, in un viaggio di scoperta che si fa insieme trascendentale e fisico; in una parola: esistenziale. Harmonie è più di un mondo fantastico, è un concetto ideologico e di scoperta identitaria, dove il primo a essere messo in discussione è la figura culturale occidentale per antonomasia, svestita dei suoi stessi panni iconografici. È la scrittura di una nuova cultura attraverso gli occhi di una voce universale, racchiusa in un Gesù Cristo che fa a patti con un Altro e un Oltre.
Prima assoluta al 35° FID International Film Festival Marseille nel 2024, il film in Italia è atterrato invece prima al BAff Festival di Busto Arsizio e poi a Fantasmagorie – Piccola rassegna di cinema d’animazione a Lecco. Abbiamo fatto due chiacchiere con il regista Bertrand Dezoteux (classe 1982), tra l’altro al suo primo lungometraggio, dopo diciassette anni di militanza nell’arte contemporanea.
Con Harmonie ti sei approcciato per la prima volta al lungometraggio, attraverso tra l’altro un progetto molto coraggioso. Come e quando è divenuto realtà?
Il progetto è iniziato nel 2018 in occasione di una personale nei pressi di Parigi. Ho voluto esplorare ulteriormente qualcosa che avevo solo toccato nei miei film precedenti: finzione narrativa, world building e creazione di personaggi. Fino a quel momento, avevo sviluppato tecniche (suono, tecnica cut-up, materiali d’archivio) che ho sfruttato al posto della scrittura tradizionale e della struttura narrativa classica.
Nella sua forma primitiva, Harmonie era un insieme di elementi allo stesso tempo narrativi ed estetici ispirati dalla letteratura (Ursula Le Guin), film (Arrival), fumetti (Aldebaran), quadri (Bosch) e serie tv (The Twilight Zone). Questi riferimenti hanno unito e dato coerenza tramite il racconto, mentre l’approccio “collage” ha creato deliberatamente delle lacune nella narrazione; infatti, le incognite o le domande che solleva il mondo di Harmonie non hanno una vera e propria giustificazione. Il film lavora più come un incrocio di riferimenti culturali e industriali sui temi del viaggio, della fantascienza, e della figura dell’eroe, in un dialogo che li espone e la riconfigura con esse.
Sono tornato al progetto tre anni dopo con il secondo episodio. Per dare all’intera operazione un ritmo seriale e per andare oltre al puro contesto referenziale, ho dovuto adottare degli step radicali: ho lasciato stare alcuni temi narrativi e riferimenti canonici (che erano come delle “grucce” immaginarie), e mi sono concentrato sulla crescita del protagonista e nel qui e ora, le sue condizioni introspettive dopo la storia. Ciò ha dato una maggior precisione psicologica e un senso di deriva al viaggio dell’eroe.

L’ambiente è diventato anch’esso una chiave importante della storia. Nell’animazione 3D il muoversi e l’abitare lo spazio è un tema centrale. L’esperienza del personaggio dipende dalla configurazione spaziale del contesto in cui è inserita.
Alla fine, ho abbandonato il formato seriale, che mi sembrava inadatto, e l’idea di rendere Harmonie un film è venuta fuori naturalmente.
Per rendere realtà tutto questo, ho contattato Catherine Aladenise, editor con esperienza nell’animazione cinematografica, e quando le ho proposto di lavorare al film ha detto di sì. Collaborare con lei è stato un dono, ho imparato molto dal suo modo di vedere le immagini e pensare alla struttura del film. Un risultato del nostro lavoro è stata l’idea di usare i capitoli per riconfigurare e redistribuire gli episodi in maniera differente. Abbiamo anche fatto tagli audaci di venticinque minuti, che per l’animazione è molto. Ho inoltre eseguito una revisione generale dei primi venti minuti, includendo nuovi set e nuovi personaggi.
Sono grato che hai menzionato il coraggio che è servito per produrre il film. Ci ho messo quattro anni della mia vita e una buona parte dei miei risparmi!
In quanto artista abituato a diverse modalità di fruizione del pubblico (gallerie e mostre d’arte), come è stato approcciarsi alla distribuzione cinematografica?
In questa fase della mia carriera, dopo aver sperimentato così tanto con i cortometraggi (molti dei quali ignorati dai festival), è stato un piacere veder finalmente presentato in un contesto cinematografico il mio film. Ha dato un significato pieno al lavoro svolto e proiettare Harmonie a un festival ha offerto inoltre il miglior ambiente possibile all’opera.
Infatti, presentare film nelle gallerie o nelle mostre è un’esperienza spesso frustrante. A parte rare eccezioni in quelle poche istituzioni molto importanti, le condizioni in cui presentano gli artisti sono misere: proiezioni scadenti, sedute non adeguate, audio rovinati dall’eco, squadre tecniche che mancano d’esperienza. In più i video sono mandati in loop, con gli spettatori che spesso entrano quando il film è a metà e vedono l’inizio o solo la fine. Le opere sono, in un certo senso, sfigurate. È estenuante, soprattutto se si considera quanto sforzo si impiega nella realizzazione di un film (in particolare per il suono, che richiede una ricerca specifica).
Con Harmonie, ho voluto offrire una forma che non richiedeva didascalie o una mediazione, cosa che spesso ci si aspetta nell’arte contemporanea. Il problema è che c’è un panorama incredibilmente variegato se si parla di cinema e videoarte, ma è tutto contratto sotto le logiche del mercato.

Vedere il mio lavoro in un cinema mi ha dato molto, ma è tutt’altro mondo: i difetti di produzione (quelli non intenzionali) vengono a galla più chiaramente, soprattutto per quanto riguarda il ritmo del racconto. Ciò mi ha portato a sottovalutare le mie stesse opere, ma allo stesso tempo è stato molto più entusiasmante. Preferisco di gran lunga continuare su questo sentiero ed entrare tra la cerchia di cinefili: nei cinema il pubblico è attento, entusiasta, non si perde un singolo dettaglio.
Harmonie è soprattutto un grande viaggio, sia lisergico che introspettivo. Uno dei punti a favore del film, in un certo senso, è che si può viaggiare in uno spazio infinito e inesplorato. Cosa ne pensi?
È un’osservazione molto interessante. Le persone pensano che per creare le mie opere, io faccia uso di sostanze, ma non è assolutamente vero! Vivo una vita praticamente monastica, e forse anche questo è un modo a suo modo radicale di viaggiare. Infatti, ho recentemente realizzato che i miei sogni spesso si allineano esteticamente con i lavori 3D che faccio: per i colori, personaggi, e nel modo in cui ci si può muovere liberamente attraverso lo spazio a velocità vertiginose. Sono viaggi mentali intensi e allucinatori. Ho coltivato questa sensibilità per i sogni per lungo tempo, e spesso ha preso il sopravvento sulla logica narrativa. A questo si aggiunge che posseggo una memoria eccellente per i sogni, al punto tale che mi hanno anche sopraffatto; ho dovuto infatti addirittura fare uno sforzo per dimenticarli e guadagnare un po’ di distanza da essi. In qualsiasi caso, Harmonie non è una sequenza onirica. Quando lavoro, compongo con gli strumenti digitali, parole e suoni che appartengono al presente.
Per tornare alla tua domanda: sì, c’è un autentico senso di vertigine, fisica ed esistenziale, quando realizzi che siamo soltanto una macchia che fluttua nell’universo. È lo stesso escamotage che guida il protagonista, tra la banalità del suo corpo e del suo stato, nel grandeur della sua missione (per non parlare della vastità dello Spazio in cui si muove). Ho letto che Paul Klee definiva lo stile come un attitudine della natura umana attraverso il qui e l’oltre. Il film mette in pratica questa idea dell’essere umano catturato tra metafisica e contingenza, e probabilmente non è una coincidenza che il protagonista ha degli attributi simil-Cristologici. È come sospeso tra il paradiso e la Terra.
Infatti quello mostrato nel film è letteralmente un nuovo mondo, con creature e logiche sue. L’unica cosa “umana” è Gesù. Perché questo personaggio in particolare?
Non c’è una ragione specifica, anche io sto cercando un’interpretazione in merito. Inizialmente, mi sono semplicemente chiesto: “Se ci deve essere una persona mandata nello Spazio per rappresentare l’umanità intera, chi potrebbe essere?” Dovrebbe essere uno famoso (a noi Terrestri), la quale dottrina trascende le categorie umane tradizionali, qualcuno che abbia in un certo senso già un piede nello Spazio. Avevo due candidati, e uno tra questi era Gesù, dove però la sua supposta universalità è declinata con un tocco di ironia.

Ma, ci tengo a precisare questo punto, il personaggio nel film non è Gesù Cristo. È francese, il suo nome è Jésus Perez, ed è una persona realmente esistita: si tratta infatti di un uomo (l’unico con quel nome) che ho conosciuto quando ero piccolo. Aveva tra l’altro i capelli lunghi, e mi sono spesso chiesto se il suo aspetto simile a Cristo riguardasse in parte il fatto che si chiamasse proprio come lui.
Gesù è anche un corpo situato culturalmente. Il film in generale è un test di quel corpo con cui gli alieni entrano in relazione, e di un’immagine, ovvero un modello 3D basato su un’icona di bassa risoluzione presa da internet. Christian de Portzamparc una volta disse che l’architettura occidentale è infestata dal corpo di Cristo e le sue proporzioni influenzano una sorta di standard, un modello. Harmonie gioca con quel modello, anche se intende farlo smontandone i pezzi.
Il film è fantastico, per la sua esagerazione immersiva e l’animazione inventiva. Hai in programma altre opere?
Sì, ho iniziato a lavorare a un nuovo film. Ha molte cose in comune con Harmonie: è ambientato sulla Luna, la culla dello Sci-Fi, dove l’idea di una colonia spaziale è diventata più che realistica oggi. Svilupperò questo progetto durante un residence di un anno, che inizierà a settembre, alla Casa de Velázquez a Madrid.
Per finire, una domanda ormai di “rito”: durante la tua carriera hai lavorato molto con la grafica 3D, vedi l’insorgenza dell’IA come una minaccia o come un nuovo strumento per il mondo dell’arte e del cinema?
È un nuovo strumento, potremmo definirlo così. Personalmente, ho abbracciato l’obsolescenza tecnologica dall’inizio. Nel senso che il mio primo corto (Le Corso, 2008) assomigliava esteticamente molto a un Nintendo 64 del 1996. Diciassettenne anni dopo le mie grafiche sono più che altro vicine all’estetica dei primi videogiochi per la PS3. Sono insomma ancora molto lontano dalle spiagge dell’IA.
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