It Ends è la terza corona del cinema Gen Z
Durante uno dei film più rilevanti della stagione cinematografica corrente, Obsession, il quasi esordiente Curry Barker (alla sua opera seconda contando un primo lungo uscito su YouTube) inserisce un momento di scrittura lucida e consapevole: il protagonista Bear, maschera di un inetto giovane uomo del 2026, affronta le difficoltà nel gestire la sua relazione-maledizione amorosa rivolgendosi all’anonimato fluido di un thread di Reddit (un tempo, invece, avrebbe cercato un affidabile consiglio amicale). Quel rapido passaggio, anche abbastanza irrilevante nella più ampia struttura narrativa, rappresenta una prova della coscienza profonda con cui un giovane gruppo di nuove leve del cinema americano sta decidendo di raccontarci le nevrosi della generazione Z.
È ironico quindi che l’esordiente Alexander Ullom abbia deciso di aprire proprio un thread su Reddit per rispondere alle domande di fan e curiosi in merito al processo che lo ha portato a realizzare il suo primo lungometraggio, It Ends. Una sorta di dialogo implicito tra le due produzioni, che procede tanto sul piano filmico quanto nelle sue estensioni extratestuali, trasformando il duetto in una conversazione a tre con l’altro grande esordiente di quest’annata: il classe 2005 Kane Parsons, già divenuto uno dei volti più promettenti dell’horror, grazie alla trasposizione sul grande schermo degli spazi liminali delle Backrooms, nati, ancora una volta, su ispirazione di leggende made in Reddit.

In questo platonico ménage à trois, il film di Ullom vuole essere il più teorico nel suo posizionamento editoriale: una definizione coerente delle tappe fondamentali per il racconto della Gen Z al cinema, di come riuscirci con mezzi economici ridotti e idee originali sviluppate in maniera tecnicamente efficiente. Impresa certo non facile, perché chiede di sfruttare al massimo le risorse a disposizione per ritrarre volti non ancora pienamente definiti.
Nel racconto Sul far del giorno, dalle Cosmicomiche di Italo Calvino, si fa riferimento alla graduale presa di coscienza di sensazioni e oggetti prima inesistenti, quindi indefinibili, di conseguenza ignoti: «un’espressione senza significato […] ma che acquistò un significato nello stesso istante in cui fu detta, cioè significò la sensazione che cominciavamo a provare». Questa è la bravura di Parsons e Barker. In veste di canonizzatore ancora più estremo e astratto nella sua trattazione, anche Ullom si adopera per costruire immagini che possano veicolare fenomeni sociali ancora in stadio neonatale: è così che il film inizia a significare le sensazioni che proviamo.

It Ends racconta di quattro amici appena diplomati e un’ultima notte, un giro in auto tutti assieme prima di separarsi. La premessa malinconica si trasforma presto in una movimentata paralisi contesa tra il sogno lucido e l’incubo a occhi aperti: i quattro rimangono a guidare lungo una strada senza fine dove sembra impossibile trovare una svolta (nel percorso e nell’esistenza) e non è concesso fermarsi. Le soste, infatti, sono rapidamente seguite da assalti di creature imprecisate pronte a colpire violentemente i malcapitati.
Il concetto di partenza è chiarissimo nella sua ricerca allegorica di derivazione nietzschiana e nell’interesse anzitutto simbolico, soltanto in un secondo momento emotivo. A esclusione di alcuni momenti di fortissima angoscia e di un continuo e nauseante senso d’oppressione, non si aderisce troppo da vicino all’etichetta dell’horror: si avanza invece nelle zone d’ombra tra thriller, surreale e drammatico racconto di formazione.

Il percorso della macchina è scandito da dialoghi quotidiani, alternati a profondi scambi esistenziali. Gli amici protagonisti si ritrovano presto a cercare una chiave di lettura, anche improbabile, per la loro condizione: il personaggio collettivo, l’intera generazione di cui si fanno interpreti, inizia quindi a immaginarsi come parte di un asettico sistema purgatoriale in cui sono mandati a compiere un genuino pentimento. È la riscoperta di una trascendenza a loro precedentemente estranea, una spiritualità a cui sono obbligati dall’irrealtà in cui vivono.
Tra primi piani claustrofobici ed esterni della vettura, caratterizzata anche dal sonoro nel suo incedere, veniamo guidati attraverso una vita eternamente vuota e ripetitiva; un loop impossibile da sfuggire e sviluppato in micro pratiche routinarie, dalla meditazione all’allenamento a una sessione di urli liberatori. I personaggi iniziano a perdere la percezione delle proprie esigenze biologiche, insensibili a sonno, fame e istinto sessuale: lo stile di vita contemporaneo trasforma la febbricitante esaltazione dei giovani nel moto necessitato di morti viventi romeriani, che avanzano però senza una meta tangibile. L’importante è non fermarsi per evitare gli attacchi delle creature che emergono dal bosco.

La prima parte del film ha come limiti l’anonimato dei volti attoriali e le caratterizzazioni approssimative: sembra che i personaggi siano asserviti al concetto, riconfermando un interesse spiccatamente teorico. In realtà, anche questi aspetti vanno reinseriti nel quadro metaforico: da blocco monolitico inscindibile e indistinguibile, la generazione protagonista inizia a connotarsi gradualmente di ansie comuni, ma interpretate individualmente. Dall’entità collettiva di partenza, emergono degli individui capaci di discernimento e di scelta autonoma in merito alla propria permanenza nel girone infernale della strada senza fine, ovverosia nella vita di stancante e immotivato dinamismo a cui siamo costretti. Il pretesto orrorifico è quindi asservito in modo naturale a un solido racconto di formazione: il viaggio è quello della maturazione da gruppo a somma di individui; la scoperta è nel coraggio e nella maturità delle proprie scelte, anche laddove comportino l’allontanamento necessario a viverle nel rispetto del sé più vero e intimo.
Se la conclusione non è straripante, ma molto sobria, quasi anticlimatica, occorre però riconoscere che il film raggiunge un ottimo picco quando si afferma di non poter vivere «nelle pause di novanta secondi»: il movimento dei protagonisti è talmente continuativo da aver reso la vita una pausa, occupando il resto del tempo con le vanità della coazione a ripetere; una brillante interpretazione del doomscrolling, morboso paradigma comportamentale a cui sembra impossibile sottrarsi.

Resta però il fatto che in novanta minuti di avvilimento e distacco emotivo, questo esordio ha l’audacia di proporre una via positiva (come dichiarato nel già citato spazio di Reddit). Senza schierarsi troppo platealmente, accoglie le reazioni dei personaggi di fronte alla loro esperienza traumatica. Sottolinea tanto la possibilità di cambiare strada anche quando mancano svolte di senso e la direzione è una soltanto, quanto quella di andare avanti a guidare proprio perché non c’è un senso e non ci sono altre direzioni: nei diversi approcci che i protagonisti rappresentano, la cesura dalla sicurezza nella condivisione forzata delle proprie ansie è forse la maturazione più completa che si possa desiderare.
Ce lo dice il giovane Ullom che, insieme agli altri due enfant prodige Barker e Parsons, stabilisce il paradigma teorico del cinema Gen Z. Un cinema dall’estetica pulita, schematico e intelligente, ancorato a forti concept metaforici e a buone soluzioni tecniche che li sviluppino entro budget compatti: un sapiente lavoro di intellettualizzazione del genere – horror, ma non soltanto – come superficie su cui far riflettere una generazione a cui si offrono sovrabbondanti stimoli di alta qualità.
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