The Other Bennet Sister e il diritto di essere semplicemente Mary
La colpa di Mary Bennet è essere nata in un romanzo che ha insegnato qualcosa in più sulle donne dell’800 e alle donne delle generazioni future, senza aver contribuito attivamente né alla storia né al messaggio che porta. Tutti conosceranno Orgoglio e Pregiudizio, vuoi perché hanno letto il romanzo di Jane Austen, vuoi perché hanno visto almeno uno dei film o sceneggiati che ne sono stati tratti. Tutti ricorderanno Elizabeth Bennet e Mr. Darcy, Jane Bennet e l’amore per Mr. Bingley, Lydia, la sorella minore che fugge con Wickam, e Kitty, succube di Lydia. Chi si ricorderà di Mary, le terza in ordine di nascita delle cinque sorelle, penserà a lei come un elemento di disturbo, che si nasconde dietro ai libri e cerca l’approvazione della famiglia con frasi altisonanti e spesso fuori luogo.
A dare spessore al personaggio di Mary, che Austen in qualche modo aveva buttato via, ci ha pensato Janice Hadlow con un romanzo edito per la prima volta nel 2020, The Other Bennet Sister (in italiano La sorella dimenticata). Hadlow parte proprio dalle lacune di Austen per approfondire la complessità di Mary, le conseguenze del confronto continuo con le sue sorelle e soprattutto il fatto di essere – per definizione sociale – poco desiderabile, in un contesto in cui il matrimonio era spesso l’unico mezzo di sopravvivenza per una donna. Partendo dal romanzo di Hadlow, la BBC ha prodotto nel 2026 l’omonima serie diretta da Jennifer Sheridan e Asim Abbasi, che ha debuttato in Italia su Sky e NOW.

The Other Bennet Sister racconta in dieci episodi la vita di Mary (Ella Bruccoleri) prima e dopo la morte del padre. Ripercorriamo cioè in parte Orgoglio e Pregiudizio da una diversa prospettiva, e guardiamo poi le Bennet lasciare Longbourn, la residenza di famiglia, quando dopo la morte del padre non c’è nessun uomo ad ereditare il patrimonio. Saranno la vita di Mary e della madre a cambiare radicalmente, dal momento che le altre quattro sorelle sono sposate e hanno quindi una propria casa e un proprio vitto. Partendo da questa premessa, il romanzo e la serie si dividono in due parti: Mary che vive con la sua famiglia ricercandone continuamente l’approvazione, e Mary che parte per Londra chiamata dagli zii, per poter essere l’istitutrice dei loro figli. Londra è il mezzo con cui Mary si emancipa dal paragone con le sorelle e dai rimproveri della madre, e inizia a scoprire di più di sé stessa e del proprio ruolo all’interno della società.
L’importante è comunque sposarsi
L’esclusione di Mary non nasce realmente da un difetto, quanto da un sistema che trasforma la femminilità in una competizione permanente. Nell’Inghilterra dell’800, il matrimonio non è una promessa romantica, ma l’unico modo per garantire alle donne una stabile posizione economica e sociale. In quest’ottica, ogni gesto compiuto da una donna ha il fine ultimo di compiacere l’uomo e qualsiasi altra donna è un’avversaria da battere. La libertà della protagonista comincia proprio quando queste equazioni smettono di apparirle inevitabili. Il matrimonio può avere una componente romantica e soprattutto – in un mondo in cui essere desiderata dagli uomini è il vero obiettivo da raggiungere – Mary scopre di avere delle carte da giocare senza passare per il cliché del brutto anatroccolo che dopo un invadente makeover scopre di essere cigno.

La forza di The Other Bennet Sister consiste proprio nel non condannare l’elemento del matrimonio: sarebbe stato assurdo pensare che Mary non avesse in fondo il desiderio di avere un marito. Pur raccontando l’evoluzione di una giovane donna che riesce a comprendere le proprie potenzialità e a sognare di avere una vita godibile, The Other Bennet Sister rimane fedele a un mondo in cui il lieto fine continua a coincidere con un amore romantico. Insomma Mary è tante cose, ma rimane una donna dell’800 che sogna di essere come le altre.
Il costo della semplificazione
La storia funziona meglio quando non pretende di dimostrare che Mary fosse sempre stata speciale, ma suggerisce che nessuno dovrebbe essere costretto a esserlo. Sicuramente il romanzo conserva una profondità in più rispetto alla serie, che sia per tempi che per modalità ha bisogno di essere più veloce e di inserire elementi di comicità ed espedienti narrativi di cui non abbiamo bisogno nel libro. Il romanzo di Hadlow e la serie BBC condividono il desiderio di correggere un’asimmetria narrativa, lo schermo, però, rende più visibile la tensione fra fedeltà al mondo austeniano e sensibilità contemporanea.

Ma in generale l’esperimento di tradurre tutto in un linguaggio più immediato riesce con moderato successo: i personaggi sono simpatici, la storia è facile da seguire e l’aspetto romantico rende tutto più intrigante, tant’è vero che il ritmo inizia ad essere serrato dopo il trasferimento di Mary a Londra, mentre i primi episodi scorrono più faticosamente.
Rimane una domanda scomoda: per restituire dignità a chi è stato relegato ai margini della società o semplicemente di un romanzo, dobbiamo davvero trasformarlo nel protagonista di una storia di successo? Mary merita qualcosa di più della rivincita sociale. Merita di esistere anche quando non è brillante, desiderata o approvata. Ed è in questa possibilità, più che nella promessa romantica, che la sua storia trova una ragione autentica.
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rossana