Wax & Gold esplora la geografia della memoria | Intervista alla regista Ruth Beckermann
Nel giardino interno dell’Auditorium Parco della Musica a Roma, Ruth Beckermann si siede a parlare del suo ultimo documentario Wax & Gold, presentato tra le Proiezioni Speciali della Festa del Cinema di Roma, e poi successivamente, a Novembre, al Filmmaker Festival di Milano. Il film è film-saggio che mette a confronto la prospettiva europea e la realtà della capitale etiope Addis Abeba, utilizzando un hotel come spazio di mediazione e incontro.
Vorrei iniziare da un’espressione che ha usato all’interno del suo film e che mi ha colpito molto, ovvero la “geografia della memoria”. Può approfondire questo concetto? Cosa significa per lei?
Beh, credo che tutti abbiano dei luoghi importanti per la propria storia e la propria memoria, persino luoghi immaginari. Molto tempo fa ho girato un film su Vienna, Černivci e Israele. Questi sarebbero i luoghi più ovvi della mia geografia personale. Naturalmente, andare ad Addis Abeba è stato qualcosa di nuovo e di molto diverso. Tuttavia, dopo aver realizzato questo film, la città è diventata parte della mia geografia personale, in una zona “periferica”.
Mi sembra che questo film metta in discussione la nostra idea europea di Storia come concetto oggettivo, scolpito nella pietra, con il quale è facile trovare punti comuni. Di conseguenza, la Storia diventa quasi una barriera, un qualcosa che ostacola la costruzione di un terreno comune fra luoghi e culture diversi. Lei ha trovato un terreno comune quando era a Addis Abeba?
Penso di relazionarmi sempre in maniera onesta con le persone, anche quando ci sono delle barriere. Perché le barriere vanno accettate. Per questo che ho scelto di girare il film in un hotel. Prima di tutto perché ho sempre desiderato fare un film in un albergo, ma anche perché il divario tra me, in quanto donna bianca europea, e la gente del posto è sempre nel momento in cui giro un film in un paese africano. Tuttavia questo divario si riduce in un luogo come un Hilton hotel. Lì, ovviamente, con persone che leggono e parlano l’inglese, c’è sempre un terreno comune. Per me l’intero film è stato una sfida per riflettere sulla mia prospettiva europea, e sul mio sguardo europeo su una cultura molto diversa.

Crede che lo sguardo europeo consista in una sorta di rimozione di certi aspetti, di selezione su ciò che ci piace ricordare e dimenticare? Prendiamo ad esempio il discorso di Haile Selassie alla Società delle Nazioni, in cui è stato vittima di un boicottaggio da parte dei fascisti italiani. È un episodio che gli italiani hanno completamente rimosso, probabilmente per mantenere la nostra illusione di “Italiani, brava gente”. In quanto cittadina austriaca, quali pensa siano gli aspetti della Storia che il suo paese ha dimenticato? E quale pensa sia il motivo?
Lei è il primo intervistatore che menziona la parte italiana del mio film, il che è molto interessante. Come austriaca so esattamente cosa significhi non ricordare, perché fino alla metà degli anni 80 l’Austria ha detto al mondo di essere stata la prima vittima dei nazisti tedeschi. È stato solo con Kurt Waldheim, su cui in seguito ho girato un film, che le cose sono cambiate, e l’Austria si è finalmente assunta la responsabilità di ciò che ha fatto durante la Seconda Guerra Mondiale. Per quanto riguarda l’Italia, trovo molto interessante che la gente non ne parli, ancora oggi. C’è stato un libro di Francesca Melandri, Sangue Giusto, che è diventato un bestseller in Germania e in Austria. Eppure, tutti gli italiani con cui parlo non lo conoscono. Quindi devo chiederle io perché. Perché la gente non ne parla? Esiste ancora, vicino a Roma, un parco in memoria di Rodolfo Graziani.
Tornando su un aspetto precedente, nel film restiamo in hotel per la maggior parte del tempo, ma alla fine scendiamo per le strade e lì qualcosa cambia. Una volta che si cambia spazio, una volta che si cambia la posizione da cui si guarda, come cambia il suo approccio nel filmare le cose?
Un hotel è un posto in cui arrivano tante persone da diverse parti della società: chi lavora, chi viaggia, chi si incontra per un caffè, ci sono addirittura persone che vengono al club di nuoto interno con le loro famiglie, dalla città. Quindi è un luogo pieno di sorprese e di incontri. Molto tempo fa ho girato un film in una mostra, ed era anche quello un luogo chiuso, nel quale, come in un dramma da camera, arrivavano tante persone diverse e tante storie che non ti aspetteresti. Poi come una sorpresa, o uno shock, si esce. Dal punto di vista drammaturgico, credo sia affascinante stabilire un luogo per lungo tempo, dando agli spettatori l’illusione che non usciranno mai. Ovviamente, volevo mostrare i cambiamenti che stanno avvenendo nella città, il lato bello e il lato malandato della vita ad Addis Abeba. Durante la notte, vediamo questi posti sfarzosi che rappresentano l’Addis Abeba moderna, che sta diventando qualcosa come Dubai o altri posti simili. L’ho trovato affascinante. La prossima settimana vedrò quanto la città sia cambiata ancora, quando ci tornerò per presentare il film.
Il modo in cui descrive questi spazi mi sembra quasi una metafora anche per l’identità europea stessa. È quasi come se noi europei fossimo confinati in questo, diciamo, hotel, (ancora una volta, la geografia della memoria). E poi, una volta usciti dall’hotel, cerchiamo di andare oltre la nostra visione della storia. È lì che arriva lo shock. Per esempio, il pianista italiano che racconta di aver iniziato a parlare con degli etiopi cercando in qualche modo di scusarsi per i massacri compiuti dagli italiani. E gli etiopi rispondono: “Oh, non preoccuparti, fa parte della storia”.
È un altro tipo di shock ancora: noi europei vogliamo sempre preservare il vecchio, ma loro no. Loro vogliono andare avanti. È scioccante ma è anche grandioso. Senti un’energia straordinaria.

Quello che ho visto nei dialoghi che ha avuto con molti degli abitanti del posto, è che la maggior parte di loro riesce a interpretare il proprio passato in un modo molto personale. Probabilmente molto più di quanto facciamo noi europei.
Penso sia perché non studiano la Storia a scuola nella maniera con cui la intendiamo noi europei. Innanzitutto, dopo Haile Selassie, c’è stata quell’orribile dittatura comunista, che ha cancellato ogni insegnamento della Storia. Stanno ricominciando lentamente, sebbene persino Abiy, l’attuale presidente, ha introdotto molta censura. Tuttavia, sono molto orgogliosi del loro passato. Perché non sono mai stati una colonia, e hanno cacciato via gli italiani. Hanno una cultura molto, molto antica e di altissimo livello, ma legata a un passato più mitico che contemporaneo. Quindi non è Storia in senso stretto, ovviamente. Penso che sia qualcosa di più spirituale.
Come conduce le interviste con i personaggi?
Sono molto spontanea nel mio approccio. E mi concentro molto sulla persona che mi sta di fronte. A volte cerco di deviare la conversazione, ma non preparo più le domande. Lo facevo molti anni fa, ma ora sono più libera.
Ha mai incontrato delle resistenze quando chiedeva di aspetti più controversi, come per esempio il libro di Ryszard Kapuściński (Il Negus. Splendori e miserie di un autocrate) su Hailè Selassiè, che in Etiopia è profondamente mal visto.
No, non c’è stata alcuna reticenza nel discutere su questo tema. L’unica persona ad avere un problema, non solo con il libro ma con le riprese, è stata la principessa. Ha esitato perchè odiava davvero quel libro, anche se non so se l’abbia davvero letto. Sono molto curiosa perché vedrà il film la prossima settimana. Vedremo cosa succederà.
Si ringrazia l’ufficio stampa Emanuela Bruschi per aver reso possibile questa intervista.
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