L’Orlando Furioso di Davide Livermore è il sonno del senno che genera il brainrot
Dopo sole tre stagioni teatrali – anzi, due e mezzo – mi ritrovo a scrivere nuovamente di un Orlando Furioso in scena a Genova, questa volta al Teatro Nazionale per la regia di Davide Livermore. La volta prima è stata per Orlando d’Amore Furioso, testo brillante di Emanuele Conte che dell’Ariosto cercava di restituire – rendendolo accessibile su più livelli – il senso sincero prima ancora che il senno. Nel caso dell’adattamento scenico di Livermore, l’accessibilità è solo la prima delle tante cose che si perdono in quasi due ore e mezza di alienanti declamazioni in ottave che si traducono in un monumentale atto edonistico di dissennato autocompiacimento. Quasi tutto, in questo Orlando Furioso, concorre fin dall’inizio a mettere a disagio un qualsivoglia sguardo spettatoriale consapevole, portando inevitabilmente a chiedersi quale possa essere lo scopo più o meno profondo di un tentativo così farsamente grottesco e pacchiano di riempire un palcoscenico.

Sia chiaro, nell’imbastimento della macchina scenica sono evidenti molte qualità delle maestranze chiamate a contribuire alla resa complessiva: il lavoro di luci è indubbiamente straordinario, come lo è l’estetica delle illustrazioni di Francesco Calcagnini – che dici Livermore, la prossima volta facciamo fare a lui l’immagine della stagione del Teatro invece che generarla artificialmente? – e l’effetto scenico del cavallo Brigliadoro, direttamente estrapolato dall’Equus di Carlo Sciaccaluga. Sarebbe straordinaria anche la mastodontica scenografia, se non fosse letteralmente un’installazione statica e pretestuosa che resta immutata per quasi 150 minuti. Al contempo, non si può che lodare lo sforzo costante dei musicisti in scena, nonostante la spesso dubbia risonanza della colonna sonora col rappresentato, come non si può che restare oggettivamente ammirati dall’impegno titanico degli interpreti nell’imparare a memoria un fiume di versi decisamente ostici. Ma lì ci si ferma.

E ci si ferma perché tutto questo non basta. O meglio, perché tutto questo, pur “facendo scena” non è necessario perché quella scena sia effettivamente abitata dall’atto teatrale. Non basta la carcassa di mezzo aereo per fare una scenografia se questa non dialoga con l’azione, non basta una memoria eccezionale se le battute poi sono recitate in modo meccanico, con tanto di “a capo” tra un verso e l’altro, rompendo il ritmo naturale del poema e di fatto rendendo pressoché incomprensibile l’avanzamento della vicenda. E non basta costruire una cornice narrativa così eternamente già vista per fingersi attuali, soprattutto quando questa cornice rende pretestuoso e totalmente non pertinente il testo stesso a cui si attinge: intorno a quella carcassa d’aereo abbattuto poteva svolgersi qualsiasi altra storia come nessuna; nulla è stato aggiunto al racconto di Ariosto e nulla vi risuona attraverso. Sì, certo, l’aereo è in parte la rappresentazione concreta dell’ippogrifo di Ruggiero per il viaggio salvifico di Astolfo. Ma la pretestuosità è al contempo così esibita e così anestetizzata che risulta disarmante e tutto quel che rimane è un suppostone metallico a far da quinta a cambi di costume così tristemente malcelati.

È come se Livermore avesse volutamente tradito l’efficacia naturale del poema di Ariosto, forzandone la ricerca di “messaggi” con il risultato di fare il giro e diventare problematico. Prendiamo Rodomonte: questo guerriero saraceno violentatore che tenta di stuprare Angelica è blandamente trasformato in una macchietta bambinesca che gioca fallicamente con un ombrello sminuendo vergognosamente uno degli atti più crudeli al mondo e declassandolo a birichinata da scuola media. La stessa scelta di portare sul palco solo attrici – salvo tenere il ruolo del narratore/maieuta/Ariosto saldamente in paternalistiche mani maschili – crea un’inutile confusione, accentuata dai troppi personaggi e da un’Orlando (perdonate l’apostrofo) che arriva a confondere la propria provenienza. Ovviamente non si pretende qui che l’assonanza con Virginia Woolf fosse voluta o cercata, certo è che la sovrapposizione omonimica non aiuta e rimarca la superficialità con cui sono state prese molte scelte di rappresentazione.

Peccato, perché se si fosse insistito di più su Orlando e si avesse dato respiro unicamente a quella mezz’ora di perdita del senno – che arriva dopo 100 minuti di scatole per rendersi invisibili, giganti malcelati, barbe finte, pelo vero e borse della spesa Carrefour – si avrebbe avuto un sincero crescendo scenico tutto deputato alla fortissima presenza attoriale di Linda Gennari, che in quella sequenza è al contempo soggetto e oggetto del desiderio, capace di incarnare il punctum fisico ed estetico della vicenda. Peccato che quel barlume di buon teatro venga diluito in un mare sfiancante di siparietti che sfiorano spesso il tenore da recita scolastica, cuciti insieme da passaggi a là Piccolo Principe troppo cresciuto che nulla hanno a che fare con il mosaico narrativo intessuto da Ariosto.

Il teatro di Livermore torna quindi qui a farsi edonistico esercizio di auto-stile, raccogliendo raffazzonati stimoli iconografici senza porsi il problema di armonizzarli in un’estetica, rincorrendo un linguaggio che si racconta come “giovane”, ma che fa l’effetto di un sessantenne vestito da ragazzino o che ne imita i modi di dire: cringe, al meglio; patetico, al peggio. Sarebbe stato più in sintonia con la sensibilità contemporanea scegliere di portare sul palco le etnie effettive dei personaggi – che sono qui invece sì donne, ma tutte bianchissime – o giocare maggiormente su aspetti naturalmente sensibili del testo, invece di forzarne altri non pertinenti. È un peccato perché è evidente che nella volontà di potenza tutta egoriferita di produzioni simili si percepisce comunque il mestiere di chi vi mette mano, facendo ancor più arrabbiare per le continue e reiterate occasioni sprecate e per la cecità generale. Certo, resta difficile per uno spettatore arrendersi all’idea che quei 40€ di biglietto non valgano almeno un applauso; è più facile accettare che se qualcosa sta su quel palcoscenico, allora va bene così: saremo noi a non averla capita…

Sarebbe il caso, in coda, ricordare a Livermore e al Nazionale che, insieme allo zelo per la segnalazione dei finanziatori degli spettacoli, ci vorrebbe anche un po’ di cura per il proprio pubblico: da nessuna parte è segnalato che durante lo spettacolo sono presenti giochi di luci intermittenti che potrebbero causare disturbi a persone fotosensibili o che soffrono di epilessia. Lo facciamo noi qui, sperando non debba ricapitare.
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