Una mano mozzata a Spokane: la grande drammaturgia britannica al Teatro Nazionale di Genova

Carlo Sciaccaluga porta in scena al Teatro Nazionale di Genova Una mano mozzata a Spokane, opera del 2010 di Martin McDonagh, salito alla ribalta di Hollywood con Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017).
McDonagh è certamente uno dei drammaturghi più apprezzati e dinamici degli ultimi anni, 
capace di instillare, anche nel testo teatrale, una personale atmosfera cinematografica per poter parlare dei temi di oggi, sempre con un tono esilarante e convincente nel suo essere eccessivo e assurdo; ci troviamo, infatti, catapultati in una stanza dalbergo di quart’ordine – gestito da un improbabile receptionist di scarsa tempra ma dai grandi sogni di gloria, in perenne attesa che nel suo hotel possa accadere qualcosa che lo renda l’eroe della situazione – nel corso di una contrattazione fra un uomo senza una mano e una coppia di spacciatori di marijuana che vogliono persuaderlo di avere esattamente la mano che cerca da 27 anni e per cui è disposto a pagare un lauto compenso.

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©Manuela Porchia

La messa in scena di Sciaccaluga è essenziale tanto nella regia quanto nella scenografia, in rosso e color lamiera, sempre o quasi in penombra. Lo spazio è, in questo modo, lasciato prevalentemente ai dialoghi e ai monologhi che delineano perfettamente quattro personaggi tanto improbabili quanto plausibili nel contesto che viene a concretizzarsi scena dopo scena, in un’escalation di gag tra il patetico, lo splatter e una buona dose di dark humour.     
L’opera non convince però del tutto e sembra non riuscire a dispiegare interamente il potenziale del testo, complice forse una traduzione che in bocca ai personaggi non risulta pienamente naturale, specie se ci si concentra su termini che ricontestualizzati in italiano perdono la loro ragion d’essere – uno su tutti viso pallido – o sul linguaggio scurrile, che pare in alcuni frangenti affettato e artificioso.
I personaggi, ma potrebbe anche essere un’impostazione dell’autore, restano piuttosto macchiettistici e non è sempre facile accedere al loro lato più umano, che se lasciato intravedere tra una gag e l’altra sarebbe risultato sì inaspettato, ma probabilmente più potente e in grado di dare maggiore originalità e tridimensionalità a personaggi altrimenti privi di molte sfaccettature. Si ha inoltre l’impressione che un botta e risposta più frenetico, fin quasi al parossismo, avrebbe dato più credibilità alle loro battute che sono invece rilanciate in un dialogo pacato che non dà conto della tensione del momento.

Una nota di merito, a livello tanto registico quanto interpretativo, per la resa del receptionist Mervyn, interpretato da Andreapietro Anselmi, in assoluto il più sfaccettato, approfondito e imprevedibile tra i personaggi. Lo spettacolo vale una visione anche solo per poterlo vedere in scena.

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©Manuela Porchia

Puntuali e azzeccati anche i commenti musicali, che spesso sottolineano e potenziano le situazioni di volta in volta comiche, assurde o ridicole sia accordandosi ad esse, sia per contrasto; ne è esempio una delle scene iniziali, dove colui che ha tutta l’aria di essere un sinistro individuo senza una mano racconta la sua storia accompagnato da una ninna nanna, la quale lo fa apparire come un padre di famiglia che dà la buonanotte a due improbabili figli-spacciatori.
In definitiva un adattamento godibile, coerente e organico di un’opera che Sciaccaluga ha il merito di aver portato al pubblico genovese. L’ora e mezza passa svelta e diverte, ma lo spettacolo, non portando l’attenzione sulle sfumature dei personaggi e sulle loro contraddizioni e preferendo invece una dinamica incentrata sulle singole gag, finisce per non lasciare grandi spunti di riflessione.

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