Fenomenologia della decostruzione – Viaggio nell’animazione del TUC 2026
Che siano formiche giganti in processione, ragazzi di periferia assaliti da cani randagi o programmi segreti di società aliene iper-tecnologiche, la sezione Animazione del Torino Underground Cinefest 2026 interroga su un trittico esistenziale implacabile: costruzione, smontaggio, ricostruzione. Che cosa resta in piedi quando un ordine – urbano, corporeo, religioso, psicologico o mentale – comincia a cedere? Il tragitto va dall’esterno all’interno, dall’asfalto di una città alla pelle di un corpo, fino alle stanze di una mente che non sa scegliere.
Il piatto forte di Plat de résistance (Belgio/Francia, 2024) di Marie Royer e Zinia Scorier è un’animazione che prende vita da testimonianze reali. Le forme grezze, l’alternarsi di gesso e pastelli, le linee nette e le campiture piatte sono generate partendo dalle registrazioni sonore raccolte nel 2020 negli orti occupati tra Digione e Besançon. Il segno ruvido, debitore del manifesto militante e della serigrafia, dà forma alle voci. Coltivare, cucinare insieme, redistribuire si propongono come un’architettura alternativa, eretta contro la logica del mercato e del capitalismo. Costruire un equilibrio con piante e animali diventa atto di resistenza, si contrappone ad una spersonalizzante e monocromatica distruzione da parte dei promotori immobiliari. A differenza del claustrofobismo vegetale di Alice nel Paese delle Meraviglie o di The Congress, qui le formiche, la potenza dei semi e le piante riportano colore e gioia nella città, in una simbolica marcia sul grigiume e su esistenze nascoste dietro alle tende.

Con Missing Parts (Ungheria, 2025), film di diploma di Tamás Rolfesz alla MOME di Budapest, la decostruzione trasla dall’urbanistica alla corporeità. In un’antica civiltà immaginaria che evoca le culture indigene delle piramidi, i prescelti vengono gettati in un pozzo sacrificale per compiacere gli dei. Il guerriero Ashkii sopravvive e scopre, nelle viscere della piramide, una base aliena dove i corpi vengono smontati. Sono trattati come dei veri e propri depositi di arti anatomici, staccati e riattaccati da una specie venerata come divina. Tuttavia, le «parti mancanti» del titolo non si riferiscono solo a quelle corporee, ma piuttosto evocano una decostruzione di tipo religioso e morale. Le credenze popolari e i riti sacrificali si rivelano un dispositivo di sfruttamento, linfa diretta che alimenta il grande organismo extra-terrestre e le sue logiche incomprensibili. Tra l’immaginario pseudoscientifico degli «antichi astronauti» e l’horror cosmico di ascendenza lovecraftiana, Rolfesz costruisce una mini-epopea dall’estetica videoludica in cui il vero elemento di terrore non è la distruzione fisica ma il crollo di certezze granitiche.

In Randaghi (Italia, 2025), i fratelli Enrico ed Emanuele Motti rappresentano la rovina di questo sistema ormai smascherato. Nico e Livio si incontrano per caso in una campagna che ha l’aspetto di una discarica, fumano, vandalizzano, finché un branco di cani non li costringe alla fuga. La distruzione fisica, che si tratti di oggetti fisici o persone, è sempre resa da un tratto rosso stilizzato su sfondo nero. Ma comanda soprattutto una distruzione mentale, nichislista, che trova il suo emblema in una slot machine: «hai perso 🙁». Una sconfitta comunicata da una macchina, con un’emoticon al posto della tragedia. Lo stile coincide con il degrado, tra personaggi animati a scatti e fondali dipinti quasi immobili, in un’estetica del brutto rivendicata fin dal titolo sgrammaticato e dal nome della casa di produzione, WeHateYouTV.

Con Skin (2025) di Feng Haokun la decostruzione si sposta sulla superficie stessa del corpo. Cinque momenti frammentati (un appuntamento, un esame, una relazione finita, un colloquio di lavoro, un lutto) sono tenuti insieme dal rituale di staccarsi la pelle. È un disturbo ossessivo-compulsivo che deforma la realtà percepita dal protagonista: la pelle, confine tra sé e mondo, diventa materia da smontare, e il racconto stesso procede per strati, come spellato. In questo caso, non si ha più un nemico esterno né un dio da smascherare, ma la decostruzione è intima, viscerale, e per questo, la più difficile da ricomporre.

Il percorso di decostruzione introspettivo accompagna per l’intera durata anche Spacetime Chronicles (Italia, 2025) di Stefano Bertelli, unico lungometraggio della selezione. Un viaggio mentale nelle coordinate di uno spazio-tempo asettico e sfuggente. Fred, ragazzo qualunque tra esami e paura di volare, insegue fino a Tokyo una donna incontrata per caso, ma ogni piano viene sventato da un caso sempre più improbabile. Aerei che si schiantano al suolo, vomito che travolge un’intera scuola e crolli di edifici sono delle immagini metaforiche per trasmettere la disgregazione delle certezze, delle aspettative, della possibilità di pianificare l’esistenza. Non a caso, lo stile animato costituisce la prova materiale di questa precarietà. Bertelli e Riccardo Orlandi, infatti, costruiscono personaggi, edifici e immaginari completamente in carta, realizzando dei solidi low-poly piegati a mano e animati a passo uno, e utilizzando delle minuscole cariche esplosive per i ralenti, proprio per trasmettere questa matrice esistenziale comune di fragilità. Non si sa se l’approdo è un carpe diem o un cumulo di scatole di ricordi sotto le macerie, oppure se proprio nella carta, che si strappa e si ripiega, la ricostruzione resta possibile.

Messi in fila, questi cinque sguardi proposti dal Torino Underground Cinefest ci ricordano che l’animazione non è mai un esercizio neutro, ma un radicale cantiere di decostruzione. Realizzare immagini significa, infatti, già prendere posizione su ciò che può essere costruito, smontato e, forse, ricostruito.
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