Her Private Hell è la sfilata tutta horror e glitter delle ossessioni di Refn
Se c’è una cosa che non si può certo contestare a Nicolas Winding Refn è la sua capacità straordinaria di creare mondi e atmosfere ipnotiche, seducenti eppure inquietanti, sostenute da una fotografia estrema e bellissima. A dieci anni esatti dall’ultimo lavoro per il grande schermo, The Neon Demon, questa estetica iper glamour e fantascientifica di ambienti e personaggi scolpiti dalle luci psichedeliche del neon è ormai l’inconfondibile cifra stilistica dell’autore. Her Private Hell porta all’estremo tutto ciò che definisce il cinema di Refn, anzi ne è proprio un film-vetrina, l’ostentazione esasperata di un virtuoso dell’immagine che ci trascina insieme a lui nell’abisso delle sue ossessioni, nel suo inferno personale, appunto. Tornato dietro la macchina da presa dopo un’esperienza di pre-morte dovuta ad un pericoloso arresto cardiaco, bastano infatti pochi minuti di visione per capire che il private hell del titolo è quello dello stesso Refn, più che di Elle – interpretata da Sophie Thatcher – protagonista di questa allucinazione di quasi due ore in cui incontra ansie, paure, e il riemergere di conflitti irrisolti.

Elle è un’attrice, un’icona dello spettacolo in un mondo futuristico notturno illuminato soltanto da pulsanti luci al neon, e deve fare i conti con la gelosia logorante per l’ex migliore amica Dominique, diventata sua matrigna dopo aver sposato il padre, mentre la sua nuova giovane co-star Hunter le ronza attorno come una mosca. E poi, la paura della morte sottoforma di un leggendario mostro della notte chiamato Leather Man, che si narra vaghi per le strade di questa misteriosa e vuota metropoli cyberpunk in cerca della figlia perduta, uccidendo con guanti di diamanti appuntiti le donne che incontra. Parallelamente, si svolge in Giappone l’altrettanto nebulosa linea narrativa del soldato americano Private K – interpretato da Charles Melton – assillato dalla necessità di trovare la figlia, forse preda dell’uomo di cuoio all’inferno. Nel cercarla, incontrerà lungo il percorso anche la Yazuka, che sfida in spettacolari scene di arti marziali senza scordarsi di pettinarsi i capelli: più un pretesto per Refn di firmare qualche citazione dalla storia del cinema che una reale necessità narrativa, ma è sicuramente la trama thriller più coinvolgente del film. Anche le sequenze di incubi e apparizioni del Leather Man dagli edulcorati echi lynchani, con il persistente accompagnamento musicale firmato da Pino Donaggio, sono un piacere per l’occhio, ma non bastano a reggere un film che sacrifica tutto sull’altare della forma, che ha il sapore e il colore falsamente gratificante dello zucchero filato: accattivante alla vista, ma si scioglie subito in bocca.

Her Private Hell è un’overdose di stile e bellezza tanto attraente da respingere, un horror confezionato come un oggetto di lusso in vetrina da contemplare senza alcun trasporto emotivo – guardare ma non toccare! – popolato di personaggi più simili a statue greche che esseri umani. Tutto il cast recita come se ogni sillaba dovesse per forza trasudare sensualità, ogni gesto una posa da passerella o copertina di Vogue, rendendo il film una sequenza di immagini perfette per uno spot pubblicitario d’autore. Del resto, da The Neon Demon il vocabolario visivo di Refn è già da manuale, con quella palette oscillante dal fucsia al blu – la straordinaria fotografia di Magnus Nordenhof Jønck – i glitter, strass per occhi, abitini futuristici ispirati a quel Barbarella di Roger Vadim che è immancabile riferimento per un film dettato dal male gaze. La sua forza attrattiva è più simile a quella esercitata da un brand, e probabilmente chi si occupa della promozione e distribuzione del film ha la fortuna di trovarsi un’ottima base per la campagna marketing. Refn è assolutamente consapevole di tutto questo, lo è da quando ha iniziato a firmarsi con l’iconica abbreviazione NWR – che diventa by NWR vicino al titolo dei film, in uno sfrontato inno all’autorialità – con un font creato appositamente per lui e usato indistintamente fuori e dentro il suo cinema: nella scena d’apertura del film, l’insegna del Tower Hotel in cui si svolge parte della trama ha questo stesso carattere. È il tentativo narcisistico e dichiarato di costruirsi una singolarità ed estenderla oltre l’opera in sé, proprio perché l’arte è innanzitutto apparenza, stile e atteggiamento. E se questo forse ricorderà a qualcuno un noto pittore pop americano, basti pensare che per il primo materiale promozionale del remake di Maniac Cop – previsto per il 2027 – Refn ha pubblicato su Instagram l’immagine ripetuta di una lattina di zuppa Campbell, con la sigla del suo nome e il titolo del film…

Her Private Hell diventa un’esperienza quasi frustrante, una fiaba fuori dal tempo e dallo spazio, tutta forma e poca sostanza, eppure non si riesce a condannare del tutto, perché in fondo Refn eleva ad arte quella disconnessione di immagini, visioni, trame e suggestioni che è simile al sogno e al contempo a quel bombardamento visivo di tutti i giorni che ci rende ossessionati dalla nostra immagine. Il suo cinema è specchio delle sue personalissime brame, ma inevitabilmente riflette anche qualcosa del nostro stesso narcisismo.
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