Venice Immersive non si guarda indietro – Come è cambiata la realtà virtuale in dieci anni?
Venice Immersive, la sezione della Mostra del Cinema di Venezia dedicata interamente all’Extended Reality – con film ed esperienze in realtà virtuale, realtà aumentata e installazioni immersive – ha celebrato quest’anno il suo decimo anno di vita. Dal 2016, questo magico universo è ospitato sull’Isola del Lazzaretto Vecchio, diventata in breve tempo un luogo di riferimento per professioniste e professionisti di un’industria creativa che è in continua e rapida evoluzione, data la velocità con cui cambiano le tecnologie. Tenendo conto che dieci anni fa l’Isola era totalmente abbandonata e decisamente inospitale per le potenti ed esigenti macchine della VR, Venezia rappresenta un caso veramente eccezionale che sta già facendo scuola nel panorama festivaliero internazionale. Il festival di Cannes, per esempio, ha inaugurato nel 2024 la prima competizione ufficiale di opere immersive – chiamata, appunto, Cannes Immersive -, ma siamo ancora lontani dall’impegno della Biennale, che ogni anno riesce ad ospitare una quantità straordinaria di opere. La selezione, quest’anno, comprendeva ben sessantotto progetti, ma l’altro grande merito di consulenti, organizzatori e curatori è quello di riuscire a creare un terreno estremamente fertile di incontro e scambio tra pubblico, artisti, creatori, esperti, una realtà davvero stimolante.

L’edizione appena conclusa è stata particolarmente significativa perché ha rivelato un netto cambio di passo: il traguardo dei dieci anni è stata un’occasione per ragionare su come sia cambiato il mondo delle tecnologie immersive in tutti i suoi aspetti, dai dispositivi di accesso allo storytelling. Partendo da una constatazione fondamentale, e cioè che non è mai avvenuto ciò che si professava qualche anno fa – l’esplosione dei visori nel grande pubblico e la diffusione su larga scala delle tecnologie di realtà estesa – si può dire che l’elefante nella stanza, forse, fosse proprio il visore. Durante la conferenza stampa di Venice Immersive i due consulenti della sezione, Michel Reilhac e Liz Rosenthal, hanno osservato come i visori non siano mai stati visti positivamente, proprio perché troppo ingombranti, scomodi e fin troppo stranianti. In un primo tempo sembrava che fosse proprio quest’ultima la caratteristica attrattiva della VR, in quanto medium immersivo per accedere ad un universo completamente altro, mentre ora si sta andando nella direzione di un approccio più integrato, meno invasivo, più adatto alla vita quotidiana e che coinvolga maggiormente la dimensione spaziale e fisica nella fruizione.
Da quest’anno i visori non sono più l’unica strada praticabile, e infatti stanno lasciando spazio a dispositivi molto più piccoli, comodi e leggeri, degli smart glasses che sconvolgono meno la percezione dello spazio reale. Nello specifico, Venice Immersive ha usato il modello XREAL Aura di Google, portando in mostra due esperienze che sono state create appositamente in funzione dei nuovi dispositivi: in Nevatars e Galapagos: The Last Eden, il sistema di intelligenza artificiale di cui sono dotati permettono di avere un’interazione diretta con i personaggi della storia. Meno “immersione” nei mondi virtuali, ma un uso più interessante e consapevole dello spazio reale: molte più opere in mostra prevedono un più alto grado di coinvolgimento fisico, ma spesso senza l’uso del visore o dei controller, in modo da lasciare il corpo più leggero e libero di muoversi.

Lo storytelling nelle esperienze di realtà estesa si sta appoggiando sempre di più sul Location-based free roaming, il modello di distribuzione che al momento guida il mercato, con la diffusione in tutto il mondo di installazioni multiplayer in location specifiche che possono ospitare gruppi di decine di persone che attraversano insieme gli spazi virtuali e interagiscono tra loro e con i personaggi. Un esempio presente a Venezia 83 è il progetto Amsterdam 1652: The Hands of the City in cui l’utente è accompagnato nella storia della costruzione di Amsterdam da chi l’ha resa possibile, dalla gente comune. Un modo di trasformare la memoria culturale e la consapevolezza storica in qualcosa di attraversabile, vivibile, in modo inverso ma simile a quanto fa l’opera Empire at Sea di Peter Flaherty – risultato poi il progetto vincitore di Venice Immersive – immaginando uno scenario fantascientifico in cui degli scienziati climatici devono costruire un modello di vita sostenibile. L’intervento dei partecipanti, in questo caso, determina lo sviluppo della storia.

Mentre esempi come Empire at Sea riescono in modo molto coinvolgente e illuminante a far riflettere sulle tematiche più urgenti del mondo contemporaneo – il cambiamento climatico e le migrazioni – altre esperienze, a nostro parere, non sono state altrettanto convincenti. Parliamo di un progetto come Octopocalypse, un’esperienza parzialmente interattiva senza visore interamente creata dall’IA generativa, in cui tre persone si interfacciano dentro una specie di bunker con l’esemplare di una civiltà aliena responsabile dell’apocalisse sul pianeta Terra. La premessa è interessante, ma l’opera si riduce ad un racconto ultra emotivo per immagini che sono respingenti dal punto di vista estetico proprio perché su questo piano l’intelligenza artificiale ha sostituito del tutto il lavoro artistico umano. Il senso, tuttavia, di un’opera come Octopocalypse in selezione a Venice Immersive, è proprio quello di provare a immaginare i modi in cui costruiremo lo storytelling nel futuro prossimo e chiederci quanto e come siamo pronti ad accoglierli.

È chiaro, insomma, che le varie forme e linguaggi della realtà estesa stiano avviando una nuova fase, e che forse quel futuro in cui questi entrano a far parte della nostra vita di tutti i giorni è davvero vicino. Eppure, c’è un’ultima piccola osservazione da fare: nonostante Venezia sia la finestra privilegiata da cui osservare l’evoluzione dell’immersive, sembra che da parte degli artisti, del pubblico e della stampa italiana ci sia ancora un relativo disinteresse. Fermandosi a sorseggiare un caffè nel cortile del bellissimo Lazzaretto nell’attesa tra un’esperienza e l’altra, non si può non notare che la maggior parte degli avventori di questa sezione della Mostra non sia italiana, e in generale i media dedicano ancora pochissimo spazio a questo settore. Se davvero ci troviamo in un momento di svolta per l’applicazione della realtà estesa, forse dal prossimo anno potrebbe cominciare a cambiare questa percezione. Non resta che darci appuntamento sull’isola di Venice Immersive dall’1 all’11 settembre 2027.
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