Peccato dovrebbe avere più fiducia in Emanuela Fanelli | Venezia 83
Nell’epoca dell’ingombrante e spesso mal funzionante cancel culture, immaginare in prima persona uno scandalo capace di terminare la tua carriera e rovinarti la reputazione è contemporaneamente un atto di comprensibile paranoia e di macabra autoironia. Con Peccato, l’unica serie presentata all’83° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, l’attrice e comica Emanuela Fanelli ci chiede di fare proprio questo: di credere in un futuro dove lei non è diventata la nostra nuova Anna Marchesini, dove lei è considerata una “stagionale”, che ha avuto il suo momento di gloria e ora a malapena ti ricordi come si chiama. Il suo unico crimine è stato semplicemente, come capita spesso per le persone buone come lei, fidarsi della persona sbagliata al momento sbagliato per far sì che nel 2049 il suo nome “non avesse più nulla a che fare con lo show-business”.
Costretto dai suoi debiti a realizzare un documentario su Emanuela Fanelli (anche se lui preferirebbe di gran lunga tessere un ritratto del rapporto tra Elsa Morante e Alberto Moravia, come ci ricorda fin troppo spesso), il giornalista Malcolm Pagani parte per la Valle d’Aosta, ora un cantone svizzero e non più regione italiana, per intervistare l’attrice, ritiratasi lì ormai tredici anni per condurre una placida esistenza insieme a un marito che non sembra amare più di tanto. La conversazione con la stessa Emanuela Fanelli è accompagnata da immagini di repertorio e talking heads dal mondo dello spettacolo, tra amici e nemici dello scombussolato tentativo di ricostruire la sua vita, tra chi la ricorda con piacere (uno su tutti il critico Gianni Canova, anche se sembra attribuirle i successi di Virginia Raffaele) e chi con astio (Paola Cortellesi che nel futuro immaginato occupa un ruolo sorprendente).

Disponibile su HBO Max dal 2 ottobre, Peccato, diretta da Valerio Vestoso, parte da un curioso what if, ma dimostra presto di avere poco altro materiale persino per occupare sei puntate dalla durata di circa 30 minuti l’una. Il cosiddetto “tirante”, il processo annunciato nel primo episodio e che trova una sua reale discussione solo sul finale, è un’impalcatura fragile per un simile guazzabuglio di pop culture italiana, che tocca i David di Donatello, casi di plagio, Striscia la Notizia, interviste da Fabio Fazio, un Gabibbo che vaga senza ragione alcuna, l’inclusività forzata nella serialità contemporanea e tanto (troppo) altro. Il problema principale di Peccato è difatti una bulimia continua di riferimenti e di battute, queste ultime spesso ripetute allo sfinimento (il riferimento è soprattutto al segmento riguardante Tullio Solenghi che alla quinta volta che viene ripreso ti viene anche da dire “basta”) come se fosse l’unico modo per far ridere il pubblico. La ripetizione è un aspetto su cui la serie ironizza – un tormentone improbabile rese particolarmente insopportabile la partecipazione di Fanelli a un programma televisivo – senza rendersi conto di appiattire ogni personaggio-persona reale intervistata a un’unica e banale fisima.

Peculiare è anche il trattamento della stessa Emanuela Fanelli – nella triplice veste di attrice protagonista, co-sceneggiatrice (insieme a Vestoso e e produttrice – da parte della serie. Peccato finisce spesso per addomesticare la sua logorroica comicità e, in una serie che corre come un treno, finisce spesso per non lasciarle tempo di essere molto semplicemente Emanuela Fanelli. Il tempo è un altro fattore cardine di Peccato: in quei 30 minuti la sceneggiatura cerca di inserire quanti più personaggi, situazioni, battute possibili senza lasciare tempo allo spettatore di digerirle e comprenderle appieno. È una mitragliatrice continua e questo è un modus operandi comico che funziona solo se tutte le battute sono sufficientemente forti, mentre qui la potenza è ristretta sì e no a tre momenti per puntata. Odiamo fare facili giochi di parole con il titolo, ma è un peccato che Peccato abbia sprecato un’intuizione così giocosa per una simile cacofonia, dove le risate scarseggiano e il racconto risulta privo di una reale direzione fin dal primo episodio. A volte basterebbe evitare l’assurdo worldbuilding di un mondo che ci interessa relativamente conoscere e avere molto semplicemente più fiducia nella propria protagonista, perché Emanuela Fanelli sa far ridere, lo sappiamo molto bene, e qui, fagocitata da mille ghiribizzi, non ha lo spazio – non inteso come minutaggio, ma come valenza narrativa e comica – che dovrebbe avere in una serie simile.
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