Company – Sotto la coltre del racconto
Strutture ricorsive, scatole cinesi, racconto nel racconto: Company di Casey Affleck è qualcosa di più vicino a una nenia folk di un cantastorie vagabondo che a una narrazione lineare in una nevosa notte d’inverno. In concorso a Venezia 83, il terzo lungometraggio diretto dall’attore premio Oscar struttura il film inizialmente su tre livelli narrativi. Nella notte di Natale del 1975 una donna (Emily Alyn Lind) viene invitata a entrare in una casa dove si sta tenendo una festa. Qui inizia a raccontare la storia dell’anziano eremita Tom (Nick Nolte), che salva una ragazza (Caylee Cowan) dalla bufera di neve e che, dopo averla portata in casa, inizia a sua volta a raccontare le vicende di una coppia di agricoltori (Adelaide Clemens e Scoot McNairy). I due hanno accolto presso la loro tenuta un misterioso e turbolento giovane (Atticus Affleck), mentre lungo la frontiera si susseguono una serie di violenti omicidi.
È spiazzante Company, è un film che ti sorprende e ti prende in contropiede per la sua capacità di utilizzare archetipi della cultura folk statunitense, digressioni tipiche dei menestrelli (alla base della musica country), come storie sconfinate che vengono da un tempo lontano e che ci parlano di noi – pur tendendo all’assoluto. Ogni personaggio del film rivela, con l’avanzare della (sua) narrazione, traumi e dolori che cerca di esorcizzare proprio attraverso la parola. La parola, perciò, diventa antidoto alla sofferenza e strumento di una memoria che suggella il tempo.

Rabbia, frustrazione, sete di vendetta e abbandono sono sentimenti che attraversano tutti i personaggi del film e solo la condivisione (o la compagnia) di quel dolore sembrano avere un potere curativo che diventa traccia di un passato allo stesso tempo opprimente e di conforto. Un elemento rappresentato da un orologio da taschino, anche qui un simbolo tradizionale, eppure così incisivo nella sua rappresentazione.
La rivelazione e il plot twist verso il sovrannaturale, mediante uno dei più emblematici mostri della tradizione gotica popolare, è l’allegoria di una condanna insopportabile: la vita eterna è un fardello ed è sempre lì a ricordarci chi abbiamo perso e quanto dolore ci lasciamo dietro.

Un film a suo modo piccolo, di profonda intensità e attraversato da uno struggente desiderio di guarigione. A passo leggero gira Affleck, con una fotografia evocativa (firmata collettivamente da più DOP), campi lunghi pittorici e questa lieve malinconia che attraversa una struttura inizialmente complicata, ma che via via si dispiega in una commovente semplicità.
In quel mondo costantemente coperto di neve, quante storie si accavallano mentre risuonano le stesse sfumature di un’umanità che si moltiplica nella partecipazione dei sentimenti?
Parafrasando: quante strade e storie deve percorrere un uomo prima che sia chiamato tale?
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