Il cinema per Francis Ford Coppola – Intervista a Mike Figgis, regista di ‘Megadoc’ | Venezia 82
Uno dei film più interessanti di Venezia 82 – passato in sordina nella sezione Venezia Classici – Documentari sul cinema – è Megadoc di Mike Figgis, il documentario sul making-of di Megalopolis di Francis Ford Coppola.
Megadoc è un regalo enorme per tutti i cinefili, per tutti noi che vorremmo sempre intrufolarci sui set, assistere alla magia del cinema e curiosare dentro il magma incandescente e abbacinante dei dietro le quinte. Mike Figgis, con la sua quasi invisibile Nikon, fa esattamente questo e lo fa sul set di uno dei film più monumentali della storia del cinema di uno dei registi più leggendari della storia del cinema.
Dopo l’emozionante visione del film abbiamo avuto l’opportunità di fare una lunga chiacchierata con Mike Figgis per entrare ancora più dentro la mente di Coppola, la sua visione, il suo cinema esondante e totalizzante.
A un certo punto durante il film dici a Francis che il set è invaso dal caos e noi abbiamo avuto esattamente la stessa impressione. Ma lui non era d’accordo. Come definiresti il suo caos?
Pensandoci ora capisco ancora meglio tutto quello che gli passava per la mente e quanto lui cambia continuamente idea. I suoi processi mentali li esplicita a tutti e tutti vanno nel panico. Così vedi questa troupe che si muove freneticamente e Francis che li guarda. Si mette lì a dirigere ed è come se dicesse “ora guardatemi sistemare tutto come un mago”.
Fare cinema è sempre più costoso oggi. Coppola ha messo tutti i suoi soldi per fare Megalopolis. Eppure vedere quanto scelga di utilizzare l’improvvisazione durante le riprese è davvero incredibile.
Sì, il suo stile è unico. È il modo di girare che c’era una volta e lui lo porta nel cinema contemporaneo, che non c’entra assolutamente nulla con l’improvvisazione. Il cinema contemporaneo è tutto programmazione; ogni singolo dettaglio è meticolosamente preparato in anticipo. Nei film della Marvel, la programmazione deve essere completa tre mesi prima delle riprese. E poi in post-produzione metti insieme ogni cosa per ottenere un puzzle perfetto. Lui era affascinato da questo sistema e pensava a come poterlo usare. Poi a un certo punto ha capito che non funzionava con lui. Quindi, sai cosa? “Tanti saluti, ho bisogno di improvvisare”.
Quello che mi interesserebbe moltissimo è vedere qualcuno come Scorsese o Francis improvvisare con un film dal budget molto più ridotto. Avrebbero decisamente più libertà.
Tra l’altro allora avevo scritto a Scorsese. Era un mio amico quando sono arrivato a Hollywood per la prima volta e volevo chiedergli qualcosa su Coppola. E ho aggiunto che se stava pensando di fare un altro film, avrei adorato essere lì a vedere. Adoro il suo modo di lavorare. Molto diverso da quello di Francis. Molto più conciso, direi. Ma i suoi film sono diventati sempre più grandi. Pensa a opere come Mean Streets quando aveva davvero un piccolo budget o anche Taxi Driver. Che capolavori.
Il mio punto di vista sul cinema contemporaneo è che sarebbe migliore se fossero ridotti i budget. Ci sarebbe più liberta e abbastanza soldi per sperimentare. La domanda dovrebbe essere: “Quanti soldi mi permettono di essere libero nel tempo che ho a disposizione?”

E le tecnologie oggi permetterebbero di fare ciò. Con pochi soldi si può comprare un’ottima camera che non sia ingombrante.
Esattamente. Infatti ho chiesto a Francis se avesse davvero bisogno di tutta quella roba, un equipaggiamento estremamente costoso e imponente. Sono cose che poi ti rallentano. E infatti spesso gli ha reso impossibile fare quello che voleva davvero fare. E si diventa impazienti con il tempo.
Megadoc racconta anche lo scontro tra il vecchio e il nuovo modo di fare cinema. L’improvvisazione e la creatività da una parte e la programmazione ossessiva dall’altra. Due mondi completamente diversi. E vediamo il risultato in Megalopolis, che è un film pieno di contraddizioni.
Avere dei budget così alti penso sia davvero un problema perché è difficile controllare così tante persone. Se sei Coppola puoi farlo, ma tanti altri grandi registi non ci riescono. Poi un grande budget viene spesso controllato dalla produzione e dalla compagnia che gestisce la produzione. Avranno sicuramente qualcosa da dire sul film. E immediatamente ti ritrovi stretto dai punti di vista di altre persone.
Francis ha deciso che non voleva queste voci intorno e si è finanziato il film da solo. Ma aveva comunque tantissime persone con cui avere a che fare. E’ un problema che aveva avuto inizialmente anche Scorsese con The Irishman.
La mia filosofia, infatti, è diversa. Se un pittore sta realizzando un’opera d’arte, la mia parte preferita è lo schizzo, il disegno preparatorio. Adoro i disegni di Matisse e Picasso. Quando l’opera aumenta e diventa più ricca penso che in parte perdi qualcosa di quella che era la spontaneità dell’idea. Questa è la mia filosofia: se voglio mantenere il controllo su ciò che faccio, devo fare in modo di tenere basso il budget. Così avrò più libertà compositiva. Credo sia questo l’equilibrio che i giovani filmmaker debbono trovare. Ma non è per nulla semplice.
La grandezza di Coppola è proprio nel riuscire a controllare queste visioni enormi, questi film a budget elevatissimi. E, come lui, riuscivano a farlo altri giganti come David Lean, Kurosawa, George Lucas e Bertolucci.
Un’altra cosa interessante del documentario è il rapporto con gli attori, in particolare quello con Shia LaBeouf che è davvero divertente, a tratti esilarante. Ed è curioso vedere anche il rapporto che questi attori intrattengono con la tua camera.
Ho capito ben presto che potevo avere un rapporto stretto con Shia perché è uno che ha bisogno di parlare. Ed è stato molto onesto in quello che diceva. E’ una sorta di terapia per lui. Come attore ha bisogno di esternare le sue frustrazioni. Il problema era mantenere il giusto rispetto verso Francis e la sua visione.
Qualcosa di simile è avvenuto con Jon Voight. Fin dall’inizio ho stabilito una connessione con loro, una buona amicizia direi. Non era facile trovare un giusto equilibrio tra il fare articolare i loro pensieri e non interferire con il lavoro sul set. Ho dovuto tenere sempre a mente che il mio ruolo era documentare, non commentare. Non dovevo avere un mio punto di vista, ma essere una mosca sul muro. Avevo solo la possibilità di scegliere cosa filmare e sperare che quando li avrei messi insieme avrebbe funzionato con l’aggiunta di un mio commento.
Francis ha mai chiesto la tua opinione su qualche scena o tu gli hai offerto qualche consiglio?
No, mai. Ma adoravo fargli domande su quello che stava succedendo.

Tornando agli attori e al tuo rapporto con loro. Adam Driver è il protagonista del film, ma nel documentario è veramente poco presente. Sembra timido o comunque introverso. In generale mi è sembrato che ci fosse una differenza consistente nel modo di stare sul set tra la vecchia e la nuova generazione di attori. Mi sbaglio?
Non penso sia qualcosa di generazionale. Sto leggendo un ottimo libro scritto da un grande direttore della fotografia, Jack Cardiff, che ha lavorato con Hitchcock e John Ford. Parla costantemente del suo lavoro con gli attori: alcuni sono più chiusi, altri più aperti. Quindi non penso sia davvero cambiato qualcosa.
Tuttavia, mi viene in mente che Brian Cox ha detto qualcosa a riguardo a proposito di Succession. Ha detto che era davvero difficile recitare con uno degli attori che rispettava il metodo (Stanislavskij, ndr). Beh, di questo tipo in Megalopolis c’era Dustin Hoffman, il grande Dustin Hoffman. Uno dei più grandi di sempre, ma mi ricordo una volta in cui Laurence Olivier, quando lavoravano insieme, gli disse “Hai mai provato a recitare piuttosto che essere un personaggio?”.
Insomma, ci sarà sempre uno scontro tra questi due diversi modi di intendere la recitazione. Sono entrambi validi. Ma sono lo specchio delle diverse società in cui sono nati.
E poi c’è anche un’altra cosa. Ultimamente sto lavorando molto in Asia e adoro avere a che fare con bravissimi attori che non conosco e di cui non conosco il background. Invece quando lavori nel sistema americano ognuno ha la sua personalità. Shia LaBeouf arriva con la sua nuvola di negatività. Jon Voight è un repubblicano che adora Trump. Adam Driver arriva fresco delle esperienze con Ridley Scott e Michael Mann e quindi ha quelle influenze. Aubrey Plaza veniva più dalla commedia. Quindi creare un mix di tutte queste personalità all’interno del sistema degli studios in America è davvero complicato.
Di recente ho visto Hearts of Darkness, il documentario che racconta il making-of di Apocalypse Now. È un’esperienza incredibile, ancora più folle, visto che quasi tutti mettono a rischio la propria vita per realizzare quel film. Per Coppola il cinema è più grande della vita?
Sì, è decisamente qualcosa che va aldilà della vita per lui. Quando lavori con lui sai di avere a che fare con qualcosa che va oltre. Tra l’altro viene da una famiglia estremamente interessante. Un padre che era un famoso musicista e un fratello intellettualmente incredibile (il padre di Nic Cage). Lui parte come underdog in questo contesto e poi diventa il membro di successo della famiglia. Ha una personalità unica; potrei stare per giorni a guardarlo mentre lavora.
A Francis interessa soprattutto il processo. Non gli interessa granché del risultato. Perché potrà sempre dire “lo cambierò, rifarò il montaggio”. Per lui un film non è mai finito, continua sempre a rimontarli, anche nella sua testa.
Per concludere vorrei farti una domanda su di te. Hai qualche progetto in corso?
Sì, ho tre progetti in lavorazione al momento. Un dramma psicologico americano a budget veramente basso: per ora siamo in pre-produzione. E’ ambientato in una stazione di rifornimento durante una sola notte.
Poi una serie TV che sto scrivendo basata sul mio primo film, Stormy Monday, con lo stesso cast. Sting e Sean Bean quarant’anni dopo, a Newcastle!
E poi sto facendo qualcosa di completamente sperimentale a Tokyo e Seoul con soltanto me e gli attori, nessun’altro. Nessuna troupe.
E il documentario su Scorsese?
Non l’ho più risentito. Ma, chi lo sa, se mi chiamasse domani, io sarei pronto a partire con la mia Nikon.
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