Venice VR Expanded – Il concorso 2020 tra inclusività e distanza

Per il quarto anno consecutivo la Biennale di Venezia conferma il suo interesse per la realtà virtuale, organizzando accanto al ben più seguito festival legato alla cinematografia, il concorso dedicato ai progetti in VR. Il Venice VR Expanded (nelle edizioni precedenti della Biennale solo Venice VR) cerca di adeguarsi ai tempi puntando ad una dimensione “espansa”, fruibile al di fuori della laguna e interamente online, in assoluta coerenza con la natura del medium protagonista dell’evento, il visore per la realtà virtuale, implementandone le potenzialità e provando a creare un luogo digitale di incontro collettivo e alternativo: la Garden Area della piattaforma è stata infatti uno spazio dedicato ad incontri e discussioni a cui hanno potuto partecipare accreditati, produttori e giornalisti in una curiosa sostituzione della sede fisica degli anni scorsi, la Vr Island. Quarantaquattro i progetti presentati, di cui 31 in concorso, 9 fuori concorso e 4 sviluppati nell’ambito di Biennale College. La varietà delle esperienze proposte ha spaziato dal gaming al documentario interattivo: noi di Birdmen siamo riusciti a provare alcuni progetti, concentrandoci sui documentari.


Here

L’esperienza vuole ragionare sul luogo e in particolare su quello che noi identifichiamo come casa: allo spettatore, che viene proiettato inizialmente in una foresta paleolitica, non viene chiesta nessuna interazione con lo spazio virtuale, deve solo preoccuparsi di osservare i ripetuti quadri che si aprono nel suo campo visivo, nascenti cornici temporali che squarciano lo scenario iniziale, mostrando lo stesso spazio preso in esame nella sua veste contemporanea. Lo spazio rimane fisso, eppure cambia negli anni: dalla foresta paleolitica, si passa ad una foresta abitata da indiani d’America davanti ad un falò. Ma la stessa porzione di spazio anni dopo vedrà la costruzione delle prime case ottocentesche, poi contemporanee, in un avvicendarsi di abitanti che, ciascuno a suo modo, si relaziona con l’ambiente costruendolo e rendendolo familiare attraverso le proprie emozioni e i rapporti umani in esso stabiliti, in un risultato che appare calzante con le potenzialità e le caratteristiche del medium nella creazione di uno spazio altro. L’esperienza, basata sull’omonima graphic novel Here di Richard McGuire, dura circa 5 minuti, è prodotta da Intel Studios e Fifty Nine Production, con regia di Lysander Ashton.

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Un frame di Here
Om Devi: Sheroes Revolution

Un’esperienza ambientata nell’India contemporanea, un paese raccontato da tre donne, che con modalità diverse si battono per i diritti civili in una società in cui questi ancora vengono a fatica riconosciuti: la dottoressa e ginecologa Anjali, Shabnam, sopravvissuta ad un attacco con l’acido e Devya Arya aspirante sacerdotessa, e studentessa si pongono come modello per costruire una nuova società. Con il suo documentario, il regista Claudio Casale ha voluto mostrarci scorci di un paese in cui, nonostante il clima sia ancora largamente segnato dall’assoggettamento femminile, le donne si fanno interpreti e protagoniste di lotte e cambiamento. Se l’obiettivo di raccontare una realtà facendoci sentire alla stessa altezza dei protagonisti ha portato il regista ad optare per un racconto filmico a 360°, ci chiediamo in che cosa l’esperienza in VR si distacchi dall’esperienza filmica in 2D. Il progetto è prodotto da Sibilla Film, Alterawide e Kautilya Society, per una durata di 23 minuti.

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Frame del film Om Demi: Sheroes Revolution
Once Upon a Sea

Il documentario ci parla della situazione del Mar Morto, un bacino destinato a scomparire a causa della cattiva gestione del territorio, degli interventi umani e della conformazione del luogo. Il documentario si presenta come un’esperienza variegata, che mixa le ultime tecnologie della computer grafica e riprese a 360° fatte con droni, alternando una situazione immaginata ad una situazione reale, composta anche da testimonianze e interviste. Molto intelligenti le scelte di collocamento dello spettatore: posto in mezzo ad un mare in cui l’acqua si abbassa o sulla superficie di un terreno all’imminente collasso, è messo nella condizione di poter vedere il mondo da punti di vista inediti, stimolato nella sua dimensione sensoriale e spaziale. L’esperienza riesce dunque a coinvolgere in un documentario che si presenta come interattivo e al tempo stesso coinvolgente e informativo, grazie sicuramente all’esperienza biografica del regista Adi Lavy, che ha trascorso parte dell’infanzia sulle rive del Mar Morto con la madre. La durata è di 22 minuti ed è prodotto da Blimey e Intuitive Pictures.

Frame di Once Upon a sea
4 Feet High

Un interessante film in spagnolo che gioca con lo spettatore ponendolo in una condizione fisica particolare: la seduta. L’esperienza ci vuole portare nel mondo di Juana, diciassettenne in carrozzina che riesce a muoversi nello spazio solo grazie ad un joystick e all’aiuto degli amici. Il problema più grande della ragazza, nel delicato momento dell’adolescenza e del cambio di scuola è la scoperta della sessualità: condizionata dal rapporto con i coetanei e con il proprio corpo per Juana è difficile, ragazzina come gli altri, sentirsi come i suoi coetanei; questo il commento della co-regista, Rosario Perazolo Masjoan: «Essendo una donna con disabilità, mi è stata sempre negata la sessualità. Credo nell’importanza dei processi e degli spazi artistici che ci rivendicano, generano identità e fanno nascere un orgoglio collettivo». L’esperienza risulta essere efficace nella sua dimensione di identificazione empatica: lo spettatore, seduto su specifiche poltrone che possono ruotare attraverso l’input di un joystick è posto allo stesso livello di Juana e si trova a condividere con lei la seduta in carrozzina; lo spazio reale richiama quello virtuale, suggerendo impliciti paragoni e conseguenti riflessioni. L’esperienza dura 18 minuti ed è prodotta da Detona Cultura, Red Corner, ARTE France, Realidad 360 Argentina, Malditomaus Animation e VFX Mena Studio. La regia è affidata a Maria Belen Poncio, Rosario Perazolo Masjoan, Damian Turkieh.

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Frame di 4 Feet High
Kinshasa Now

In Congo ancora si crede alla stregoneria: Mike, quattordicenne viene accusato dalla matrigna e, rifiutato dalla famiglia, decide di scappare e vivere per strada, in una giungla urbana che deve imparare a vivere tra pericoli, furti, violenza e accettazione: troverà supporto in una gang di coetanei. Documentario crudo e agghiacciante, girato con attori che interpretano loro stessi: «volevo mostrare davvero la loro resilienza e la loro capacità di salvarsi» – commenta il regista, Marc-Henri Wajnberg – «oggi, questi bambini hanno un tetto e vanno a scuola». Lo spettatore, a mano a mano che la storia si sviluppa è chiamato a compiere alcune scelte narrative: vedere i ragazzini che si allenano o vederli ballare? Nel suo insieme il documentario appare molto vicino all’esperienza filmica: l’interattività prevista per lo spettatore è bassa e non rilevante ai fini dello sviluppo narrativo o del coinvolgimento emotivo; si potrebbe parlare di un’interattività che si realizza su carta ma senza che questa sia significativa per l’esperienza vissuta. Sicuramente si tratta di un documentario dal forte impatto, ma si può dire che sia riuscito? Che valore aggiunto apporta la scelta del medium della Realtà Virtuale rispetto al più classico filmato in 2D? Prodotto da Wajnbrosse Productions, RG Créatifs Associés, Wim Forceville, la durata è di 25 minuti.

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Frame dak film Kinshasa Now
Wo Sheng Ming Zhong De 60 Miao (One more minute)

Un documentario sulla pandemia in atto non poteva proprio mancare. Wo Sheng Ming Zhong De 60 Miao, raccoglie le testimonianze di persone e famiglie in diverse città della Cina blindata e deserta nella mattinata del 20 febbraio, data significativa anche per l’Italia: poche ore dopo si sarebbe scoperto a Codogno il primo caso di Covid-19. La particolarità dell’esperienza consiste nel fatto che raccoglie testimonianze realizzate da tantissime persone, sia professionisti sia amatori che avevano appena imparato a filmare in VR in un lavoro collettivo che vuole suggerirci come, nonostante il distanziamento sociale, si siano potute intrecciare le nostre esistenze, in una situazione in cui si è stati “insieme” malgrado la distanza fisica. Prodotto grazie ai social media e agli spazi di lavoro online, l’esperienza si identifica come documento di memoria collettiva in cui chiunque nel mondo può riconoscere il proprio vissuto. Prodotto da VeeR, MeDoc, Migu Video, Esurfing VR, Shanghai Fengyuzhu Culture Technology, il documentario dura 26 minuti, con regia di Wan Daming.

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Frame di Wo Sheng Ming Zhong De 60 Miao (One more minute)
Jiou jia (Home)

Un altro caso di perfetto dialogo tra reale e virtuale: l’esperienza prevede l’uso di una poltrona girevole e ci vede identificati completamente con l’anziana nonna di una numerosa famiglia. Il punto di vista è il suo in senso di visione ma anche di esperienza: l’udito è compromesso e, come la vista appannata, necessita di apparecchi esterni per poter funzionare correttamente. Una volta aggiustati con l’aiuto di un familiare possiamo fruire di un’esperienza incredibilmente immersiva, in cui i protagonisti si rivolgono direttamente allo spettatore/nonna in una chiamata in causa compromessa solo dal fatto di una lingua madre che non è la nostra: inevitabile l’impulso di alzare la mano per salutare i familiari che si allontanano o abbozzare un sorriso nel momento della foto di gruppo. Un’esperienza in conclusione riuscita, grazie alla chiamata in causa dello spettatore e dell’invito ad immedesimarsi favorito dall’aiuto della poltrona; la durata è di 18 minuti, prodotto da Kaohsiung Film Archive, Hsu Chih Yen Director Studios, Funique VR Studi, con regia di Hsu Chih Yen.

Frame di Jiou Jia (Home)
Meet Mortaza VR

Documentario poetico che ripercorre le tappe della fuga di Mortaza dal suo paese natale, L’Afghanistan. Condannato a morte, fugge all’età di 24 anni compiendo un tortuoso viaggio per approdare finalmente a Parigi, dove dopo 12 anni il ragazzo, diventato uomo, riesce a ricostruirsi una vita. Durante il viaggio veniamo a conoscenza delle paura, dei dubbi, dei sentimenti di solitudine e smarrimento che hanno caratterizzato il percorso, seguendo Mortaza in un percorso non solo spaziale ma emotivo, condividendo con lui una barca, un posto a sedere su un bus e in una camionetta. Come spiega la regista, Joséphine Derobe, il documentario fa parte di un’installazione più grande comprendente un walkthrough in realtà aumentata, che sarà completata nel 2021. L’esperienza risulta efficace ma se ne percepisce l’incompletezza. Forse una valutazione più precisa si potrà fare a installazione completata. Il documentario, della durata di 13 minuti è prodotto da Les Produits Frais, Dancing Dog Productions, Le Cube.

Moltissime le altre opere in concorso che, purtroppo, non siamo riusciti a vedere: una grandissima parte basate su animazione e interattività; a conferma del potenziale applicativo in ambito videoludico, uno dei giudici scelti per l’edizione di quest’anno è stato Hideo Kojima, autore di videogiochi (Metal Gear tra i più famosi) e sceneggiatore giapponese, dalla risaputa passione cinematografica. Accanto a lui, Celine Tricart, vincitrice l’anno scorso del Gran Premio della giuria per la migliore opera immersiva in VR, The Key, e Asif Kapadia, premio oscar per il documentario Amy.

Facendo una fotografia generale di quanto presentato al Venice Vr Expanded potremmo pensare ad un orientamento sempre più volto a esplorare le potenzialità del nuovo medium in ambito di animazioni e documentari interattivi. Non avendo invece a disposizioni dati ufficiali sull’affluenza, non possiamo dare un giudizio sulla fruizione di questa versione “espansa” del festival: nonostante il tentativo coraggioso e coerente di aprirsi al grande pubblico attraverso una innovativa piattaforma online, è stato possibile godere dei contenuti in presenza, in 15 appositi centri nel mondo di cui 3 in Italia – il Museo del Novecento di Mestre, il Laboratorio Aperto di Modena, il Laboratorio Aperto di Piacenza – con sessioni di un’ora e mezza al costo di 11 euro circa. Per partecipare al Venice Vr Expanded sono state necessarie dunque le seguenti condizioni: o il possesso di un buon visore (il cui costo si aggira attorno alle 400-500 euro) o l’abitare vicino ai fortunati siti di distribuzione. Un festival inclusivo dunque? Sicuramente il tentativo da parte dell’istituzione veneziana c’è stato; si deve fare i conti però con la diffusione attuale del visore, indubbiamente in crescita ma non ancora massicciamente presente sul territorio.


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