A Bit of Light di Ali Asgari e il fuori campo della lotta iraniana
Dopo la partecipazione al concorso Orizzonti nel 2025 con Divine Comedy, Ali Asgari torna alla Mostra del Cinema di Venezia – questa volta in corsa per il Leone D’Oro – con un’opera drammatica eppure luminosa, come dice il titolo: A bit of Light. Scritto insieme allo sceneggiatore che l’anno scorso aveva firmato Un semplice incidente di Jafar Panahi, il film è un ritratto “piccolo” – per la lunghezza, di appena ottantasette minuti, e per l’umiltà di una storia che non ha bisogno di grandi impalcature per essere raccontata – ma decisamente politico dell’Iran contemporaneo, dove la libertà di espressione è repressa nel sangue e la cultura non riesce quasi a respirare. La distribuzione italiana è a cura di Teodora Film e, dopo il passaggio a Venezia, arriverà nelle nostre sale a partire dal 1° ottobre.

Un po’ di luce – quella degli affetti famigliari e della responsabilità etica verso un Paese in cui, in fondo, nutre ancora speranza – potrebbe essere quanto basta ad Arash per fermarsi e dare una seconda possibilità alla vita? Interpretato da Misagh Zareh, che abbiamo visto recentemente nel Seme del fico sacro, il protagonista è un medico di Teheran che ha deciso di suicidarsi, avendo perso la forza di reagire a uno Stato che gli è nemico, che lo ha arrestato, che gli ha perquisito e chiuso lo studio per aver curato i manifestanti feriti dalle forze dell’ordine. Nelle prime immagini del film, Arash è preoccupato da alcune piccole incombenze prima di lasciare il mondo: trasferire tutte le piante del suo appartamento a quello delle sorelle, illustrare al fratello come ci si prende cura del suo gatto. Il film ruota infatti soprattutto attorno al tentativo non semplice di comunicare la decisione alla famiglia, in ultimo alla madre, lo scoglio più difficile. Arash è attraversato da una fredda determinazione tale da fargli trascorrere gli ultimi giorni con una calma piatta – lo sguardo di Misagh Zareh è quasi imperturbabile – che gli consente di assaporare gli ultimi atti di convivialità con i suoi cari: in questo, è dichiaratissimo il richiamo al capolavoro del suo connazionale Abbas Kiarostami, Il sapore della ciliegia, e non si coglie soltanto nel tema centrale del film ma forse in particolare nella volontà di inserirsi in una tradizione cinematografica iraniana dove tanto, tutto avviene fuori campo.

Soprattutto con il bellissimo Divine Comedy dello scorso anno, Asgari è stato capace di confermarsi, molto rapidamente, come un maestro delle battute fulminanti, del sarcasmo tagliente e del black humor sulla situazione socio-politica del suo paese. Questi aspetti non mancano del tutto neanche qui – si fa ripetutamente riferimento con ironia alla volontà di Trump di bombardare l’Iran – eppure perdono un po’ di sagacia, risultando in un film volutamente più silenzioso e contemplativo, che lascia più spazio all’introspezione, con lentissimi movimenti di macchina sui personaggi, a catturare lo stato d’animo doloroso che accomuna un Paese intero. Non c’è un’esplicita rappresentazione della violenza del regime, né un discorso forte sulla censura, la delicata situazione politica resta ai margini del conflitto intimo del protagonista, ma è comunque inevitabilmente presente, dalla supplica da parte di una madre di curare ancora il figlio ferito nelle proteste – e qui il dilemma morale che si legge negli occhi di Arash vale più di molte parole – alle finestre scotchate per evitare che i vetri vengano frantumati da potenziali bombe americane, fino alla scena in cui il protagonista assiste ad uno spettacolo teatrale clandestino.

Limitandosi a considerare la scrittura del film – asciutta e ridotta all’osso anche ovviamente per motivi di sicurezza – forse A Bit of Light non è l’Asgari più incisivo, ma poco importa del risultato espressivo quando la capacità di mordere si misura nel coraggio stesso di realizzare un film politico in una situazione come quella che attraversa l’attuale Iran. Il solo atto di andare in giro con una macchina da presa è di grande valore, quando la censura sopprime ogni voce non allineata, e così fare e dare visibilità a film coraggiosi come questo e come Naza – anch’esso in concorso a Venezia e vincitore del Premio Speciale della Giuria – significa, davvero, credere nel cinema.
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