Un Bon Petit Soldat e le Risorse (dis)Umane
Stephan Brizé torna al Festival di Venezia 2026 con Un Bon Petit Soldat, che sembra aggiornare la sua amara riflessione sul mondo del lavoro in una parabola mai così arresa e pessimista. Potrebbe considerarsi un quarto capitolo, un’appendice della sua trilogia del lavoro, composta da La legge del mercato (2015), In guerra (2018) e Un altro mondo (2021). Tre ritratti umanisti e indignati, quasi antropologici nel restituire con minuzia e impegno le storture del capitalismo, che trovavano in Vincent Lindon un soggetto perfetto, degno erede dei protagonisti battaglieri di Ken Loach ed Elio Petri.
È emblematico che in Un Bon Petit Soldat, ritroviamo il feticcio Lindon come spietato CEO, antagonista deliberatamente immorale, narcisista, biecamente votato al profitto: un re-casting che è anche una metafora. Nel suo ultimo film, Brizé impedisce cinicamente qualsiasi occasione di redenzione, come a dire che non esistono davvero i “buoni” dentro un sistema che per sopravvivere, ti obbliga ad aderire alle sue storture (un concetto che anche le lotte domestiche e simboliche del cinema di Park Chan Wook e di Bong Joon incarnano benissimo, seppur con strategie più espressioniste).

Dopo la raffinata e struggente digressione sentimentale de Le occasioni dell’amore, torna a dirigere Alba Rohrwacher, questa volta guardando ai temi a lui più cari. Carla Moretti, metodica e ambiziosa responsabile delle risorse umane appena assunta in un colosso assicurativo francese, anello di congiunzione tra l’indifferenza dei capi e la ricattabilità dei sottoposti, è un ruolo che dota il talento di Rohrwacher di sfumature linguistiche ma soprattutto caratteriali inedite. Nella sua protagonista, Brizé coglie le contraddizioni dell’individuo a confronto con la violenza dell’ingranaggio capitalista. La donna rispetta e divulga gli stessi standard tossici che la schiacciano, vittima e al contempo veicolo di un sistema che valuta l’umano in base a produttività e risultati. Una de-sensibilizzazione sociale che passa dall’ufficio alla vita privata, in cui le relazioni affettive e filiari sono vissute solo attraverso schermi e videochiamate.
È un film impeccabilmente ancorato al suo tema sacrosanto, quasi teoretico nell’esattezza con cui restituisce con efficacia le derive del turbo-capitalismo: Brizé in purezza, alle prese con ciò che sa fare meglio. In questa sua giustezza potrebbe nascondersi il rischio di una programmaticità che sono le sfumature e la rotondità della scrittura dei personaggi a riscattare, i sentieri imprevisti con cui Brizé dota il suo sguardo impegnato di un inedito – e arreso – tono tragicomico: le imbarazzanti sessioni di team-building a mani in aria, l’imbarazzo un po’ poetico di uno spot da ripetere più volte, il cringe delle esecuzioni perfette di bambini prodigio, l’horror di nevrotiche ripetizioni di geometria. Tutti ritratti pungenti, satirici, grotteschi eppure realistici del disagio che è il contemporaneo, tutte scene che confermano come meritato il premio vinto da Un Bon Petit Soldat per la Miglior sceneggiatura a Venezia83.
Come consapevole di un deterioramento sociale ormai irrimediabile, Brizé, mai così caustico, si abbandona alla distopia più realista possibile: l’umano come risorsa da indicizzare attraverso le sue perfomance. Nel film, la necessità di una continua prestazione, mina la capacità di una reale percezione per una protagonista isolata, lontanissima dall’Altro. Oltre a rappresentare l’abitudinario horror di una performance lavorativa ininterrotta come già facevano altri (Tutta la vita davanti di Paolo Virzì, A tempo pieno di Eric Gravel) restituisce questa stortura attraverso l’alienazione di un soggetto in balia della sua ambizione. Quella di Carla è una vertigine di corsi di formazione, riunioni, colloqui tanto forsennata da accavallare suoni e immagini, scollando dal qui e ora protagonista e spettatori, continuamente aggrediti da deadline, messaggi audio, conversazioni future, passate, schedulate.

In quest’ultimo Brizé, il tentativo di cogliere la deriva dell’oggi, non può che passare da una riflessione sul mediale. Non solo i tanti schermi tra(mite) cui vive la sua Carla, ma anche l’ossessione per il racconto mediatico del mondo del lavoro, il suo auto-falsificarsi o svelarsi tramite una precisa estetica digitale. La performance deve essere soprattutto una performance visibile, misurabile, apprezzabile. Per questo, nel film, ogni schermo, ogni contenuto digitale, ogni spot in cui auto-incipriare l’azienda, ogni video in cui denunciare mobbing, diventano possibilità di promozione o licenziamento (sia aziendale sia famigliare). In questo, Un Bon Petit Soldat contiene uno scarto sulla trilogia del lavoro: non più solo una riflessione sull’ingiustizia, ma anche sulla retorica attraverso cui ce ne deresponsabilizziamo. Un video girato di nascosto, il volto di un figlio reso interfaccia, uno spot di washing inclusivo.
Mentre allo stile trasparente e osservativo dei film di Brizé ne subentra uno più irrequieto e soggettivo, ai protagonisti devotamente “giusti” di Lindon, subentra la caratterizzazione attualissima di una preda del sistema che è sua volta predatrice: una protagonista non solo giusta, non solo buona. Rifratta dal montaggio, dal free jazz martellante della colonna sonora e dal continuo alternarsi di fredde sale riunioni e rigidi desktop shot dei suoi dispositivi digitali, l’esistenza stessa della Carla Moretti di una straordinaria Rohrwacher arriva a ridefinire i codici tradizionalmente mimetici del cinema dell’autore francese. Come se anche Brizé, come tanto cinema europeo contemporaneo, avesse capito che il mero realismo non basta più, nel momento in cui la realtà diviene lentamente distopica, letteralmente incredibile.
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