Ink di Danny Boyle sbatte i mostri in prima pagina
Danny Boyle è tornato a Venezia per far tremare le pupille, inaugurando la Mostra del Cinema con Ink, un adattamento dell’omonima pièce teatrale firmata da James Graham – che scrive anche la sceneggiatura del film. L’inchiostro del titolo è quello che da decenni copre le pagine del celebre tabloid inglese The Sun, per anni al primo posto tra i quotidiani più venduti al mondo ma soprattutto simbolo di un giornalismo spietato e ultra-sensazionalista, capace di vendersi la moglie (sì, più o meno è quello che è successo davvero) pur di fare audience. Il film ne segue gli anni del decollo, in un’Inghilterra di fine anni Sessanta in cui esplodeva la cultura di massa e su cui cominciava ad affacciarsi qualcuno pronto a sfruttarla capitalizzando al massimo: Rupert Murdoch.

Le prime immagini mostrano l’incontro, avvenuto nel 1969 tra il magnate dell’editoria australiano e Larry Lamb, giovane giornalista dello Yorkshire, di umili origini ma dalle ambizioni sfrontate, capace di conquistarsi immediatamente la fiducia di Murdoch, che gli affida la direzione del quotidiano appena rilevato – il Sun, appunto. L’obiettivo è quello di trasformarlo in qualcosa di rivoluzionario, che sconvolga l’”establishment” dell’editoria e dell’informazione dominata all’epoca dal Daily Mirror, suo principale concorrente. Lamb, interpretato dall’esplosivo Jack O’Connell, è spinto dall’ossessione del riscatto da una vita da outsider, inseguito dallo spettro delle umiliazioni passate, e la sua presenza è tanto fascinosa quanto ingombrante agli occhi di Murdoch. Sul loro rapporto teso e morboso – reso benissimo sullo schermo dalle interpretazioni di O’Connell e Guy Pearce – si scrive il film di Boyle, che scorre velocissimo e frenetico in modo molto simile a come avviene la lettura di un tabloid: la rivoluzione grafica del Sun – conosciuto soprattutto per l’iconico font su sfondo rosso del titolo – sembra infatti trovare perfetta corrispondenza con le scelte stilistiche del film. Come l’inclinazione di trenta gradi del carattere stampato sul giornale, quello slancio in avanti sia grafico che metaforico tanto voluto da Lamb, il film alterna repentinamente inquadrature storte e riprese dall’alto, immagini grandangolari e primi piani sfocati, montaggi serrati di scene in bianco e nero, passaggi in grana vintage e altri dalle sfumature metalliche, mentre l’incessante rumore di fondo rende tutto ancora più incalzante.

Si potrebbe dire che Boyle sia il regista che meglio sappia rappresentare il consumo smodato – alcune scene di Ink richiamano inevitabilmente Trainspotting – ma soprattutto l’idea che la fruizione rapinosa del film stesso da parte dello spettatore vada di pari passo col consumo che facciamo tutti i giorni di altri beni e media, col conseguente esaurimento delle nostre risorse psicologiche.
Il The Sun di Lamb voleva intercettare il sentimento comune, i sogni e bisogni segreti di una generazione che stava scoprendo la libertà dei costumi e quella sessuale, dandogli il permesso di avere interessi frivoli per alleggerire la propria quotidianità, e trasformando il mondo esterno in una sit-com da seguire puntata dopo puntata. Anche sul piano narrativo, il film riprende l’impaginazione caotica e il linguaggio pop del tabloid, accostando un registro più comico e mondano – che traduce l’euforia della pop culture di fine anni Sessanta – alla tragicità del caso di cronaca nera realmente che a un certo punto travolge i protagonisti del film. Un modo, questo, anche di raccontare le mostruose ombre della creatura di Lamb-Murdoch.
Ink è quindi soprattutto una riflessione sulla natura, sui limiti e possibilità dei mezzi d’informazione, dal fenomeno del The Sun di Larry Lamb e la costruzione dell’impero sensazionalista di Murdoch fino alle forme contemporanee di consumo mediatico che ne sono derivate. Boyle gioca con uno dei suoi impeccabili marchi di fabbrica – il montaggio veloce e serrato – anche per riportare lo spettatore al presente, a quel bombardamento visivo e informativo da parte di televisioni e social che rende l’informazione qualcosa da consumare come merce qualsiasi.

Il personaggio, nel film, a cui è affidata la domanda chiave dell’opera di Boyle-Graham è Jules Davies, interpretata da una bravissima Claire Foy, l’unica a costringere Lamb a chiedersi se il giornalismo – e diremmo qualsiasi medium di informazione di massa – debba farsi specchio di una generazione o porsi piuttosto come finestra sul mondo. E se, in poche parole, sia più democratico dare alle masse l’illusione di contare, capitalizzando sulle loro emozioni, o forse aprire lo sguardo al confronto e averne rispetto umano, intellettuale e sociale. Da questo, e dalle conseguenze politiche a cui hanno portato decenni di sensazionalismo mediatico, mette in guardia la storia raccontata dal film di Boyle.
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