Look Back di Kore’eda e del perché l’arte è sempre necessaria
Look Back, di Hirokazu Kore’eda – in concorso a Venezia 83 – è già la terza versione di un’opera che è stata prima manga, poi anime, ora live action. Kore’eda racconta di essersi imbattuto nel manga di Tatsuki Fujimoto nel 2021, sfogliandolo per caso in una libreria della stazione di Shinagawa. Sulla copertina, un artista mostrato di schiena, intento nel suo lavoro. Kore’eda viene immediatamente catturato da quel punto di vista estetico, poiché sembrava offrirgli proprio ciò di cui sentiva il disperato bisogno: un punto di vista su chi crea arte, un punto di vista (forse) risolutivo.
In piena pandemia, il regista tentava di affrontare una profonda crisi artistica: se il cinema non veniva considerato a buon diritto un’attività essenziale, un bene di prima necessità sacrificabile in caso di emergenza, che senso aveva davvero, continuare a fare cinema? La parola emergenza, allora, scatenava il dubbio ma pareva sostenere anche la soluzione, perché Look Back si muove attorno ai pre e postumi di una tragedia, e quando l’emergenza sbuca peregrina senza alcun preavviso, l’ arte sembra essere l’ unica cosa in grado di resistere.

Al centro di Look Back ci sono Fujino e Kyomoto, due ragazze unite da una passione per il disegno e inizialmente separate proprio dal modo in cui vivono questa passione. Fujino è estroversa, competitiva, abituata al riconoscimento dei compagni; Kyomoto, al contrario, vive ritirata nella propria stanza ma possiede un talento capace di incrinare improvvisamente le certezze dell’altra. Quella che nasce a distanza come una rivalità a senso unico si trasforma, poi, in un sodalizio creativo.
In Look Back Kore’eda insiste molto sul carattere relazionale della professione artistica e anche della fase dilettantistica: l’artista non è mai in moto solitario quando crea, anzi, crea meglio quando entra in contatto con l’ altro e si lascia contaminare da oggetti artistico eterogenei. Ma è anche il punto debole del regista giapponese, quella naturale postura relazionale che è l’unica via per crescere e emanciparsi dallo stato infantile. Famiglie biologiche e famiglie scelte, legami che si formano e si disfano, persone che diventano ciò che sono attraverso altre persone, tutto il cinema di Kore’eda parla di rapporti emotivi non gerarchici anche nel perimetro del condizionamento sociale, e in Look Back trova terreno fertile perché la storia di formazione e la storia di formazione artistica cammino parallele.

L’adattamento animato diretto da Kiyotaka Oshiyama nel 2024 aveva già tradotto il manga di Fujimoto in un’opera cinematografica estremamente fedele. Più che reinventare il materiale originale, Oshiyama ne aveva cercato un equivalente attraverso le possibilità specifiche dell’animazione: il tratto volutamente irregolare, la mobilità dei corpi, il mutare degli sfondi, trasformavano il gesto stesso del disegnare nella materia del film. La fedeltà alle tavole di Fujimoto diventava quindi una meta-riflessiome sul linguaggio pittorico: la storia di due mangake instancabili rappresentata attraverso la loro stessa arte, rendendo palpabile, quasi matericamente, il processo della loro stessa creazione vitale. Un cortocircuito tra le bambine e il loro alter ego cartaceo che sarà poi il deep core del loro vissuto.
Kore’eda fa un passo ulteriore nella rappresentazione. Fujimoto gli aveva raccontato che un mangaka esperto riesce a riconoscere l’abilità di un assistente persino dal suono con cui traccia una linea sulla carta. Kore’eda sceglie allora di slittare finemente dalla comunque imprescindibile presenza in quadro del disegno alla compresenza con esso del suono. Il regista costruisce allora una parabola sonora del gesto creativo: prima il rumore incerto di una penna, poi due penne, poi il tratto che acquista sicurezza fino al passaggio al digitale. Forse troppo prudente e conservatore, oltre questa svolta sonora, Kore’eda è così fedele al manga da risultare poco autoriale nel suo adattamento. Il rischio – soprattutto per chi ha già visto l’ anime – è quello di osservare pazienti, e con una certa pigrizia, una bella storia già vista.

Resta indubbio che è quando l’arte si confronta con la morte che si manifesta il vero spirito dell’opera. Look Back è un racconto eroico dove l’immaginazione vince l’irreversibilità, e lo fa, nel secondo atto, proponendo una linea narrativa nella quale le cose sarebbero potute andare in un altro modo. Niente di più familiare per il cinema, che per sua stessa natura è l’Ade schermato in cui continuano a muoversi creature morte, consegnate al passato o alla memoria, ma vive lungo la durata della proiezione.La mangaka è l’Orfeo di Look Back, che nel tentativo di ridisegnare i contorni di un’anima incorporea fallisce perché le sta volgendo lo sguardo per ritirarla, perché si guarda indietro (look back), eguardare indietro è contemporaneamente ciò che permette all’artista di conservare imbalsamato l’oggetto morto e ciò che gli impedisce di riportarlo davvero indietro. C’è anche un rimando al suo Monster, a quella corsa nel verde di Minato e Yori che è in fin dei conti un’ alternativa, un paradiso incerto, ma che qui è sopravvissuto alla terapia visiva: L’immaginazione non annulla il dolore ma produce uno spazio nel quale la realtà può essere riorganizzata, reinquadrata.
Look Back è letteralmente “guardare indietro”, ma c’è anche il back, la schiena, l’immagine sulla copertina del manga originale e l’inquadratura preferita da Kore’eda lungo tutto il film. Quel moto chino, quel laboratorio di possibilità cui sedersi ha smarcato innanzitutto Kore’eda dalla sua crisi personale, ricordandogli che l’arte gode di un privilegio che alla vita è negato: può tornare indietro, pò riaprire una porta, ridisegnare una vignetta, far prendere a qualcuno un’altra strada e poi tornare alla realtà, consapevoli che quel volgersi verso il passato, riconfigurandolo, ci permette di camminare verso un futuro possibile..
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