La stanza accanto di Pedro Almodóvar – Sopravvivere è deludente | Venezia 81
La stanza accanto di cui parla il titolo del film di Pedro Almodóvar rimane vuota. È una falsa pista, un ambiente enigmatico che mai verrà svelato dalla macchina da presa durante il corso dell’opera. Si riferisce alla stanza vicina a quella in cui il personaggio di Tilda Swinton ha deciso di morire. Una morte prevista, programmata, organizzata, ben diversa dalle altre morti almodovariane: passionali, struggenti, tragiche e inaspettate, spesso collante carnale e nostalgico-sentimentale con un passato che ingombra i suoi film, mischia le temporalità nel pensiero amoroso. In The Room Next Door – La stanza accanto invece, si muore perché si deve, perché non c’è altra fine possibile. Infatti, il passato, per la prima volta, rimane abbozzato, didascalicamente detto, riportato, spiegato con fastidiosa chiarezza nei flashback. Si muore per la crudele, casuale legge del mondo e della natura. Si muore prima del tempo per fiera consapevolezza umana. Perché, come dice il personaggio di Tilda Swinton: “sopravvivere è deludente”.

Il primo essenziale film anglofono di Almodóvar lambisce la fine, elucubra su tutta la gamma delle reazioni possibili al più definitivo dei “non più”, scegliendo la linearità della ragione, restituita in forma dalla concentrazione rigorosa e focale della macchina da presa su volti e sguardi. Lo fa con lo stesso approccio speculare e simmetrico di Madres Paralelas (2021): Julianne Moore è una scrittrice di finzione che ha paura della morte, Tilda Swinton, una reporter di guerra che non vede l’ora di porre fine all’agonia del cancro. Da una parte la drammaturgia, dall’altra il documento. Da una parte il desiderio, dall’altra il reale. Da una parte un allentamento alla sopravvivenza, dall’altra la preparazione alla non esistenza. Entrambe le protagoniste, come in Persona (1966) di Bergman, tendono allo sconfinamento nel campo opposto in un riflettersi taciuto, sotteso e gentile: Tilda Swinton ha la tentazione di romanzare una guerra, Julianne Moore di documentare un romance.

Come sempre in Almodóvar, il fulcro è il narrar, più che il narrato, il lip sync più che la voce umana. E nascosto sotto la cortina di un film verboso, tanto magnificamente recitato da infastidire, sta una tra le opere più complesse, raffinate, profonde del concorso di Venezia 81. Kammerspiel dove l’ambiente è puro pensiero, melodramma dove i tratti tragici di una fine certa sono elaborati, depotenziati di valore patemico, minati nella forza struggente e tipicamente sirkiana dell’autore, La stanza accanto inizia allontanandoci dal mondo con le didascalie delle parole e il glam caldo e pigramente confortante degli interni, per condurci alla meta inaspettata dell’oggi e di chi sopravvive postumo, di chi impara a respirare tra le fiamme.

Costruito con una rara e paziente essenzialità narrativa, basata sulle sottrattive interpretazioni di due interpreti straordinarie, è un film che rende solenne l’abitudine di una convivenza, prassi la preparazione di una morte, in uno svolgimento tanto semplice e tanto stratificato da spaesare. Non ammicca, non annoia, come un ambiente tanto ordinato e composto da nascondere il più evidente, urgente degli oggetti; appunto: la stanza accanto, nascosta, iper-pronunciata ma mai guardata davvero; la fine del mondo, tra totalitarismi, guerre ed eco-ansia: il vero nucleo, la vera fine.

Un melò sventrato dall’interno che, come la Swinton interprete, muore per rinascere e, rifiutando i tratti più ovvi di una trama tragica, nel flusso imperterrito delle parole si fa, paradossalmente, sempre più laconico. È un Almodóvar inedito perché senza amore; un film dove il romance è stipato negli anfratti dei ricordi di chi sa che è tempo di andare. Un film rinchiuso in una stanza disabitata, nel paradossale ma silenzioso eroismo di chi, allarmato da un incendio, ci entra e muore, anche se non c’è proprio più nessuno da salvare. Perché non c’è più tempo per la passione.
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