Possible Love – Fly me to the moon | Venezia 83
A un anno dalla proiezione di No Other Choice di Park Chan-wok, il cinema coreano riapproda al Lido di Venezia con Possible Love di Lee Chang-dong – in concorso – un nuovo ritratto cinematografico del sistema occupazionale coreano, e delle forme fragilissime di soggettività che questo produce. Entrambi i film sembrano infatti raccogliere una più che contemporanea intuizione di sospetta ascendenza marxiana, geolocalizzata in Sud Corea: i rapporti economici finiscono per depositarsi nell’identità dei lavoratori coreani come macchie ostinate e corrosive. E su questo, Lee Chang-dong investe molto con Possible Love. Se la nostra condizione economica è lo sfondo inalienabile delle nostre esperienze di vita, cosa accade quando la messa a fuoco si sposta sulla materia più intima dell’esistenza: l’amore?

Possibile Love ruota attorno all’incontro tra due coppie di coniugi appartenenti a classi sociali profondamente diverse. Da una parte Mi-ok e Ho-seok, segnati da una lunga stagione di lotte operaie, dall’altra Ye-ji e Sang-woo, immersi in una condizione di agio economico che sembra averli posti al riparo dalle urgenze materiali. A mettere in contatto questi due mondi è il documentario che Ye-ji sta realizzando proprio sulle vicende relative alla violenta repressione dello sciopero di massa a cui ha partecipato Ho-seok, eco finzionale della vicenda della SsangYong Motor, dove nel 2009 l’annuncio del taglio di oltre un terzo della forza lavoro condusse all’occupazione dello stabilimento durata settantasette giorni.
L’incontro tra le coppie si sviluppa però lungo i confini dei loro possibili rapporti sentimentali, e sono tutti ad alta tensione. Tutti e quattro i protagonisti cercano qualcosa nell’altro che manca loro, ma non cercano necessariamente “l’altro”. Mi-ok guarda Ye-ji e Sang-woo e vede una vita da sogno possibile. Ye-ji guarda Mi-ok e Ho-seok e coglie e brama la sua autenticità. Ho-seok guarda Sang-woo e incontra una versione maschile di ciò che lui non è riuscito a essere. E Sang-woo entra in contatto con Mi-ok attraverso una pulsione che scavalca, almeno momentaneamente, la geometria sociale. Quelli di Lee Chang-dong sono personaggi in metaxy, sospesi fra due classi, fra due modelli di coppia, fra documentario e finzione, fra solidarietà e appropriazione.

È in questa direzione che il regista, ispirato dal Decalogo di Kieślowski, orienta il decimo comandamento – posto come monito in apertura del film – «Non desiderare la roba d’altri». Dell’altro, si desidera il partner, il suo denaro, il suo corpo, la sua posizione sociale, il suo matrimonio, la sua esperienza, la storia, e persino il dolore. E questo desiderare, nel film, è costantemente ambivalente, perché è insieme affetto genuino e istinto predatorio.
Possible Love dialoga moltissimo col precedente Burning, anche lì assistiamo a due Coree incarnate da Jong-su e Ben che abitavano lo stesso spazio senza vivere nello stesso mondo. Ma in Lee Chang-dong – molto lontano da Bong Joon-ho quanto da Park Chan-wok – la differenza di classe non diventa un vero e proprio dispositivo narrativo. Il regista lavora invece sulla matrice psicologica prodotta dalla classe. In questo senso, il capitale non è semplicemente qualcosa da possedere, ma la sorgente che determina la nostra personalità adulta.

Possible Love è anche un film sulla legittimità del cinema. Lee Chang-dong stesso ha ammesso che Ye-ji è il personaggio più vicino alla sua identità di cineasta, poiché il film si fonda su un attrito che è anche cinematografico. La storia produttiva del film – lunga ben dieci anni – trova in questo dilemma morale sulla cinematografia la sua longevità. Esisteva già un documentario che raccontava i fatti di cronaca cui si ispira Lee in Possible Love e questo ha spinto il regista a chiedersi quale diritto/necessità avesse di trasformare la sofferenza reale in fiction. Ye-ji diventa allora una figura meta-cinematografica e nelle sue costanti intrusioni nella quotidianità di Mi-ok e Ho-seok riafferma continuamente questa problematica forma di ambiguo voyeurismo. Può l’arte tradurre il dolore dell’altro senza trasformarlo contemporaneamente in capitale – culturale, simbolico? La questione di classe e quella cinematografica diventano quindi la stessa questione.
La regia di Lee si muove quindi con consapevole sensibilità esponendo se stessa: il realismo delle scene – nel primo grande atto del film – ammicca esplicitamente all’immagine documentaristica perché è con questa che deve continuamente reggere il confronto. Ma soprattutto, Lee Chang-dong adotta la sua “teoria dell’attesa” come unico strumento affinché la realtà possa davvero manifestarsi di fronte alla camera. Nella fiction, Lee emula lo stesso atteggiamento del cinema del reale: porre i protagonisti di fronte alla macchina da presa abbastanza a lungo perché qualcosa di vero e inattingibile emerga in primo piano. Il secondo atto, ambientato in una suggestiva villa in riva al mare, è allora il controcanto onirico, tinto di luci quasi ultraterrene, dove il magma più drammatico di Possible Love divampa, o in questo caso, inonda lo schermo.

Possible Love è un film sul desiderio e su quell’amore che diventa “possibile” solo quando smettiamo di voler possedere ciò che appartiene all’altro e proviamo, molto più difficilmente, a incontrarlo. Il desiderio può essere appropriazione o può essere tensione: quello che vediamo attraverso gli altri ci rivela qualcosa grazie alla quale possiamo trasformarci. Questa forma di desiderio permette di muoversi, e somiglia molto a quella luna che orienta Mi-ok nella notte e le permette di non perdersi.
Lee Chang-dong rifiuta la soluzione consolatoria secondo cui la speranza deve coincidere con la soluzione materiale del problema. L’essere umano possiede ancora la capacità di alzare lo sguardo verso una fonte luminosa di ispirazione. Desiderare è l’unica forma di libertà sempre a nostra totale disposizione, una forma di amore in quanto forza propulsiva che ci proietta oltre i nostri limiti. Se amare, allora, significa riuscire a raggiungere qualcuno che non siamo noi e accogliere la sua eterna dissomiglianza, il cinema, in fin dei conti, non tenta di fare esattamente la stessa cosa?
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