Dio Ride è una parabola che conosciamo troppo bene
Non esiste alcuna effigie che rappresenti Gesù Cristo nell’atto di ridere o anche solo di sorridere. È sempre ritratto con un’espressione neutra, la sua bocca è una linea dritta o è aperta mentre guarda il cielo. C’è chi trova in questa scelta l’unico vero segreto della Chiesa cattolica, perché quel sorriso ci verrà rivolto solo quando giungeremo in Paradiso. Altri ci vedono in fondo una scelta strategica, su un’espressione ambigua ogni persona che entra in chiesa può proiettare le proprie emozioni e trovare in Gesù un conforto (cosa che non accadrebbe di certo se una persona reduce da un lutto fosse costretta a pregare davanti a un sorriso a 32 denti).
Dio Ride, il nuovo film di Giovanni Veronesi presentato come film di chiusura dell’83° Mostra d’arte cinematografica di Venezia e nelle sale italiane dal 29 ottobre (un curioso atto di controprogrammazione agli horror di Halloween), parte proprio da questo interrogativo: se Dio non ha mai riso, perlomeno nelle raffigurazioni che ci sono giunte, possiamo ridere insieme a lui?

Per Frate Leopoldo da Casamacchia (un Pierfrancesco Favino che assomiglia a un miracolo), la risposta è un entusiastico sì, ma lui ha un modo molto peculiare di diffondere la parola di Dio per gli standard della Chiesa cattolica. Racconta le parabole bibliche come se fossero storie per i commensali alla taverna, usando parole semplici, trovando ironia dove altri vedono solo la serietà del miracolo e soprattutto mettendosi in dubbio, perché nella sua umanità, può chiedersi se la sua fede basti per camminare sull’acqua. Il suo peculiare storytelling arriva con facilità ai popolani che disertano le chiese in un momento – l’epidemia di peste bubbonica del XVI secolo – in cui si vorrebbe unione e centralità del clero. Come puoi però riunire tutti – indipendentemente dal loro ceto sociale o grado di istruzione – se la tua Chiesa parla solo latino?
Frate Leopoldo da Casamacchia, un personaggio più interessante e sfaccettato dello stesso film che lo ospita, è scomodo proprio perché porta alla luce una delle più lampanti contraddizioni interne della Chiesa: la parola scritta nella Bibbia può e deve essere appropriata e modificata a seconda degli interlocutori, trattarla come inamovibile e inalterabile significa precluderla a moltissime persone. Quando le masse iniziano a preferire Leopoldo alla chiesa, la Curia romana affida la questione all’inquisitore e cardinale Vincenzo Maculani (Silvio Orlando che pare uscito direttamente da un film di Paolo Sorrentino) per indagare sul suo conto e confermare l’accusa di eresia.

La parabola che seguirà Dio Ride è facile da immaginare, perché è un modello di storie al quale siamo abituati dall’alba dei tempi. È quello che personalmente definisco il personaggio “Mary Poppins”, un magico salvatore dai modi un po’ bizzarri che conquista i cuori anche dei più scettici e Pierfrancesco Favino, specialmente nella prima parte del film quando lo spettro della curia romana è ancora lontano, porta al suo Leopoldo una delicata e brillante vitalità, che passa dal modo in cui modula le parole inciampandovi o modificandone l’intonazione al suo corpo, goffo e controllato al tempo stesso.
Un personaggio però non basta per reggere un intero film, anche perché Dio Ride sembra non aver colto nessuna delle lezioni proposte da frate Leopoldo: con un protagonista che ha reso della semplicità la sua chiave per abbracciare il mondo e la parola di Dio, l’opera di Giovanni Veronesi sceglie una forma profondamente pomposa e datata, dove ogni silenzio è tacciato da quella che i sottotitoli CC di Netflix descriverebbero come [musica epica] e la svolta tragica dell’ultimo atto forza lo spettatore alla lacrime, senza riuscire realmente a guadagnarsele. L’emozione è confezionata con cura per il pubblico anziché essere donata nella sua forma più pura tra le mani di chi la cerca e la semplicità trasmessa da frate Leopoldo si trova schiacciata sotto l’artificio di un film che vuole essere austero tanto quanto quelle effigi di Gesù Cristo. Se solo avesse ascoltato le lezioni del suo protagonista Dio Ride ci avrebbe potuto emozionare di più. Peccato.
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