Makikiraan Po e il tempo della colonizzazione | Venezia 83
Con Makikiraan Po, Lav Diaz prosegue il lavoro di scavo iniziato con Magellan, spingendosi fino alle radici della storia e dell’identità filippina. Se il film precedente raccontava l’arrivo dell’Occidente nell’arcipelago, qui ci troviamo nel 1617, quasi un secolo dopo, quando la conquista si è ormai sistematizzata. Gli spagnoli amministrano il territorio, il cristianesimo ne giustifica ideologicamente il dominio e gli indigeni vengono sfruttati per edificare quelle monumentali chiese che ancora oggi testimoniano, insieme alla grandezza architettonica, la violenza che ne rese possibile la costruzione.

E proprio la chiesa la grande immagine politica del film. Padre Enciso, frate ed encomendero, ordina a Dung Wen di trasportare i marmi destinati all’altare, promettendogli denaro e proprietà e intimandogli di non avere alcuna compassione per gli indios che dovessero ostacolarlo. La contraddizione è feroce: per edificare un luogo consacrato alla misericordia cristiana bisogna sospendere la misericordia. Dietro la pietra rimangono così i corpi, il lavoro forzato, la sopraffazione. Nei suoi 151 minuti – durata insolitamente contenuta per Diaz – il regista alterna due differenti regimi temporali. Quando i personaggi attraversano foreste e corsi d’acqua, il racconto procede attraverso raccordi di continuità, cambi di prospettiva e piccole ellissi: camminano, si fermano, sostano, ripartono. Il montaggio comprime il viaggio e imprime al film un’insolita progressione narrativa. Ogni stacco, tuttavia, apre su una nuova composizione in profondità, nella quale i corpi rimangono inscritti dentro la pienezza vegetativa del paesaggio. Quando invece il movimento si arresta, ritorna il Diaz più riconoscibile, quello della macchina fissa, dei piani di diversi minuti, della profondità di campo, di uomini lasciati convivere all’interno della stessa geometria visiva. Questa alternanza acquista un significato ancora più profondo alla luce di una riflessione dello stesso Diaz. Il regista ha raccontato come, nella propria concezione, la cultura malese e filippina sia originariamente governata non dal tempo, ma dallo spazio e dalla natura; sarebbe stata invece la colonizzazione spagnola a introdurre il tempo misurato della preghiera, del lavoro e della produttività, insieme al concetto di proprietà. Non sembra allora casuale che, proprio nel momento in cui il suo cinema decide di risalire alle origini della dominazione spagnola, anche la sua forma diventi più sensibile alla progressione temporale.

Makikiraan Po sembra così mettere in tensione due concezioni del mondo. Da una parte lo spazio, con piani fissi e durate estese a immortalare personaggi e luoghi; dall’altra il tempo, con cui si cerca invece una progressione, un movimento in avanti. Paradossalmente, i film-fiume di Diaz potevano essere meno governati dal tempo di questo film di due ore e mezza, poiché la loro durata serviva soprattutto ad abitare lo spazio. Qui Diaz non rinuncia a quella durata, ma la redistribuisce, contrae il tempo della transizione e preserva quello dell’esperienza. Mentre il montaggio permette di attraversare la Storia il piano lungo costringe a sostare al suo interno.

Dopo anni trascorsi a raccontare le ferite delle Filippine – dittatura, povertà, violenza politica, memoria – Lav Diaz sembra oggi chiedersi da dove quelle ferite provengano. Un film come Magellan mostra l’origine della conquista; Makikiraan Po osserva la conquista divenuta mondo, istituzione, religione. Tornare al 1617 significa allora cercare nel passato più remoto ciò che continua a vivere nel presente, disseppellire la storia. E ricordare che sotto i monumenti di una civiltà possono ancora giacere i copri di coloro che furono costretti a costruirli.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.