Cosa significa parlare de La città dei vivi oggi e i pericoli dei film-lezione
Premessa: questo articolo non contiene nomi di assassini, solo delle vittime di cui troppo spesso l’opinione pubblica si dimentica di parlare.
Negli ultimi anni il cinema italiano ha brevettato un tipo molto specifico di film che ai fini di questo articolo chiameremo il “film didattico”: un’opera che, fin dal suo concepimento, è ideata anche con il fine di essere proiettata alle classi in orario scolastico, fungendo a tutti gli effetti da sostitutivo di una lezione. Proprio su questa ultima parola dovremmo concentrarci perché una lezione, nel senso più semplicistico del termine, si fa portatrice di nozioni o di morale come una favola. Tra questi film-lezione è arrivata una sottocategoria, il “true crime didattico”, che vede la narrazione di casi di cronaca, specialmente con vittime molto giovani, raccontati in modo da sottolineare alcuni mali della società e i modi in cui essi si manifestano ed esplodono. È un’occasione per parlare di omofobia, di razzismo, di misoginia, il tutto portato al suo ultimo estremo. La speranza è ovviamente quella che i ragazzi, guardando questi film, inizino a capire ad esempio il peso delle loro parole o le conseguenze delle loro azioni, parlando al pari di un insegnante o di un genitore, ma attraverso il linguaggio dell’immagine.
È stato il caso, negli ultimi anni, de Il ragazzo dai pantaloni rosa di Margherita Ferri, che raccontava il bullismo subito da Andrea Spezzacatena che lo ha portato a togliersi la vita a soli 15 anni, e di 40 secondi di Vincenzo Alfieri che provava a raccontare la morte per pestaggio di Willy Monteiro Duarte. Sarà probabilmente il caso nei prossimi mesi di Se domani non torno di Paola Randi, che racconterà l’omicidio di Giulia Cecchettin. In questo discorso ora si inserisce La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini, presentato in concorso a Orizzonti all’83° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e ultima tappa del lungo percorso crossmediale avviato dal libro-inchiesta omonimo di Nicola Lagioia e proseguito con un podcast e uno spettacolo teatrale, ovviamente se non si contano tutti i canali true crime che hanno trattato l’esecuzione di Luca Varani con mero sensazionalismo.

Sul poster del film campeggia la scritta “tratto da una storia inspiegabilmente vera” ed è proprio in quell’avverbio che si cela il più grande paradosso della versione di Gabbriellini: cosa si può dire su un omicidio senza alcun movente? L’opera di Lagioia costruiva attorno al caso, talvolta con non poca morbosità e una fastidiosa attenzione verso i due assassini, una diagnosi dello stato di salute di Roma, una città dove tutto succede ma nessuno se ne accorge, è una città dei vivi ma potrebbe essere benissimo una città dei fantasmi.
Gabbriellini, con un soggetto di Lagioia (chi firmi la sceneggiatura non è indicato, perché gli autori hanno rinunciato dopo che “le modifiche apportate senza consenso” come cita una loro storia Instagram), affronta questa natura sfuggente della città che tanto offre e poco rende, rappresentando i personaggi che la percorrono attraverso riflessi di specchi, vetrine dei negozi e finestrini delle macchine. Luca (l’esordiente Emanuele Maria di Stefano) è un fantasma quando è ancora in vita, si muove veloce senza lasciare traccia alcuna, prova a mantenere la sua relazione con Marta Gaia (Gaia Merlonghi) quando da tempo sembra arrivata al punto di arrivo. Dove ovviamente l’inchiesta poteva fermarsi a testimonianze, ricostruzioni dei fatti e i numerosi commenti sui social media che occupano alcuni capitoli, il film – ricordiamoci liberamente ispirato all’opera e quindi non da considerarsi al pari di un documentario – opta per raccontare il “punto di vista” dell’unica persona che non poteva essere interrogata, ovvero Luca stesso.

Nelle note di regia, Gabriellini dice “Il film vuole essere l’osservazione ravvicinata degli ultimi mesi di vita di Luca Varani; provare a leggere nella città intorno a lui, nelle crepe e nelle derive dei sogni di un ragazzo non ancora uomo, l’assurdità del suo destino”. È una chiave di lettura comprensibile, che cerca di dare spazio a una vittima che è sempre passata in secondo piano rispetto all’interesse per ogni dettaglio dei suoi assassini. È anche vero tuttavia che sottrarre alcune parti dell’inchiesta di Lagioia alla ricostruzione finisce per portare più confusione che risolutezza. Evitare di parlare del circo mediatico che ha seguito l’assassinio significa che, quando nel cartello finale – d’obbligo per ogni film tratto da una storia vera – ci viene detto che il caso ha “sconvolto l’opinione pubblica italiana”, lì non ne abbiamo trovato traccia alcuna, specialmente quando l’unica persona esterna al nucleo di protagonisti dice di non averne mai sentito parlare. Evitare di parlare degli assassini e di tutta la loro confusione sessuale e di genere porta la scelta di rappresentare uno di questi con abiti femminili nel momento dell’omicidio inspiegabile e in un certo senso connotata, specialmente ad occhi che non hanno vissuto quei telegiornali in prima persona.
Avendo letto il libro quest’estate, durante la visione del film, mi sono trovata spesso a riempire in automatico gli spazi vuoti del film di Gabbriellini, a vedere tutto il contorno di quella “storia di formazione interrotta”. Per chi non conosce il caso, il film non lo aiuterà a capire cos’è successo: il crudele modus operandi è citato en-passant in una telefonata, almeno non è mostrato nella sua interezza come ne La scuola cattolica di Stefano Mordini, ma qui le ore di tortura sembrano essere una nota a pié di pagina, un fattore da censurare per far sì che La città dei vivi venga visto da un pubblico il più ampio possibile.
Già dall’annuncio del film, difatti, si era parlato di un percorso di proiezioni e incontri nelle scuole e nelle università in accompagnamento all’uscita del titolo nelle sale dal 1°ottobre con Eagle Pictures. Quello che faccio fatica a capire, e forse sarà un mio errore da adulta cinica, è quale crediamo sarà la lezione che i giovani trarranno da questo film. È un caso importante del quale si è parlato e si è scritto troppo, ma soprattutto è inspiegabile. Non possiamo trovare la radice di quello che è successo a Luca Varani nella dispersione scolastica, nei debiti, nella dipendenza dalle slot machine, dai festini o altro. Quello che è successo non ha senso e parlarne cosa porta se non una tristezza fine a se stessa? Non si tratta di riconoscere sintomi di una società in cancrena. Razionalizzare questo caso, cercare di ricostruire tutto quello che è successo significa fornire strumenti per odio facile e gratuito. Quando sul finale del film, sempre nella telefonata già citata, il personaggio di Marta Gaia dice “me l’hanno ammazzato due fr*ci”, il timore che ho avuto è che le parole che uno spettatore rischia di portarsi a casa da questa visione siano proprio queste. Che la violenza si concentri lì e solo lì. Quello che si scrive e si mette su uno schermo è importante e se quelle parole e quelle immagini sono destinate a essere viste da un pubblico così giovane, non è che si debbano calibrare (anche perché gli adolescenti di oggi sono abituati a molto peggio), ma è importante pensare alla connotazione. Se una frase rabbiosa finisce per essere l’ultimo bagaglio dato in mano a uno spettatore distratto, lui partirà raccogliendolo e trasmettendolo a chi ha intorno quando gli verrà chiesto di cosa parla il film. Se le morti devono diventare lezioni per la legge dello spettacolo odierno, allora dovremmo capire prima come trattarle, trovando una tortuosa via tra la censura e l’ignorare quell’elefante nella stanza chiamato violenza.
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